La teoria della retro-relatività

 

Nota bene: l’immagine qui sopra è stata scelta solo in quanto proveniente da un videogioco 2D e “anzianotto” (Parodius, SNES) e non ha particolare aderenza col contenuto del testo.

Si raggruppano sotto il termine retrogame, in genere, tutti quei videogiochi “vecchi”, usciti su console ormai fuori produzione o su PC un certo numero di anni fa, che necessitino di un recupero a posteriori, sia tramite acquisto dell’originale sia, qualora il prodotto si rivelasse del tutto introvabile, per mezzo di emulatori. Non mancano, ovviamente, i dibattiti circa cosa debba essere definito retrogaming e se la parola in sé sia effettivamente lecita o non serva piuttosto a operare un inutile distinguo tra quelli che, primariamente, sono tutti videogiochi di età più o meno giovane o elevata.

Ebbene, da questo punto di vista io sono a metà tra le due scuole di pensiero, tra chi vuole sostenere l’esistenza del retrogaming come categoria assoluta e chi non sente la necessità di tracciare una linea, peraltro più o meno avanti o indietro a seconda dell’intransigenza di chi raggruppa. Io penso che il retrogaming sia un concetto relativo. Mi spiego: posto che esistono tanti confini di ciò che può essere considerato “retrogame” quante sono le persone che creano questo insieme (per me potrebbero essere giochi risalenti a minimo dieci anni fa, per qualcun altro addirittura tutto quel che è stato prodotto da due anni fa in poi potrebbe essere considerato retrogame), chi era già appassionato al tempo dell’uscita di un dato gioco non può, a parer mio, definirlo “retrogame”, sia che non lo avesse giocato all’epoca sia, a maggior ragione, che lo avesse fatto. Chi invece si fosse affacciato sul mondo videoludico solo successivamente, dovendo considerare il gioco X un recupero di qualcosa che si è interamente perso, potrebbe definirlo per l’appunto “retrogame”, in quanto è retrodatato a prima dell’inizio della sua passione. In questo modo il prefisso “retro” sarebbe relativo a chi gioca, non ai videogiochi, che in sé e per sé (secondo il mio modo di vedere) andrebbero tutti chiamati così e basta, senza bisogno che alcuni vengano bollati secondo criteri in fondo arbitrari. Sempre che, ovviamente, non si voglia sconfinare anche nel dibattito sulla determinazione di un nuovo termine che descriva meglio di “videogiochi” le peculiarità odierne del medium, che è tutto un altro paio di maniche.

Avrò scoperto l’acqua calda, come al solito? Non so, ma credo che sia l’unico modo per appianare almeno in parte la disputa circa la liceità del termine.

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