Loneliness

 


Shadow of the Colossus
è un’elegia sulla solitudine e sulla fallibilità dell’uomo, sui sentimenti e gli ideali assoluti che portano a sbagliare, un’opera d’arte i cui assunti partono da un errore che si propaga fino alla conclusione e che deve essere portato fino in fondo, fino all’inevitabile, perché altra scelta non v’è se non assistere il viaggiatore guerriero nell’esaudire la sua ossessione, identificandosi totalmente in lui. Anche se il prezzo da pagare sarà altissimo, come veniamo avvertiti sin dall’inizio, e anche se il finale non redime in alcun modo le azioni compiute da Wander il cocciuto, Wander l’ingenuo. Shadow of the Colossus non giustifica i mezzi col fine, ma giudica entrambi per quello che sono: una follia d’amore.

La suddetta solitudine, unico vero compagno del giocatore assieme all’Agro di cui poi dirò, non è alleviata dalla presenza dei Colossi. Essi sono indifferenti od ostili a Wander, ma anzitutto non sono creature organiche. Sono formazioni rocciose, ammassi di vegetazione e di terra, parti dello scenario diventate semoventi, possedute da spiriti vendicativi e che pure lottano per la sopravvivenza, si aggrappano a quel palpito di vita con tutte le loro forze. Ma la testardaggine di Wander è più forte della loro: la vediamo nelle infinite volte in cui rotola giù dalle erbose schiene dei Colossi, con nostro grande scorno, solo per poi riaggrapparvisi col  contributo del giocatore, fomentato dalla rabbia per aver perso nuovamente la presa. Quando il Colosso infine crolla, nonostante tutte le maledizioni che abbiamo lanciato alla nostra incapacità e alla sua ostinazione, è difficile non essere trafitti da una punta di rimorso vedendo la sua scena di morte, sormontata da una melodia di soverchiante tristezza. La sensazione è di aver profanato qualcosa di sacro, di essersi macchiati di un peccato che ha implicazioni religiose. Tutto confermato dal marchio che spunta dal capo del rinato protagonista nel finale: un diabolico paio di corna.

La prima volta che ho finito Shadow of the Colossus non mi sono commossa particolarmente. Probabilmente la rabbia e la frustrazione dopo l’ennesimo capitombolo giù dal sedicesimo Colosso mi avevano offuscato la capacità di giudizio, oppure, che ne so, non avevo capito bene tutto, o forse c’era qualcuno nella stanza che disturbava. Non ne ho idea/non ricordo. Fatto sta che con la piena consapevolezza del significato di ciò che avevo fatto, la seconda volta che ho visto i titoli di coda mi si è formato un nodo in gola e non voleva più scendere da lì, era doloroso. Il sacrificio di Agro mi aveva tirato una mazzata emotiva non indifferente già alla prima partita: mi fa sempre male assistere alla sofferenza di un animale, e poi il modo in cui Agro tende il collo, prima di precipitare verso l’apparente oblio, per spingere Wander su un terreno sicuro, sembra studiato apposta per riempire di lacrime gli occhi di chi col tempo aveva imparato ad apprezzare quell’ancora di salvezza contro l’isolamento (ma non la malinconia, giammai) rappresentata dal fedele, ritroso e umorale compagno. Buona parte del tempo che si passa a cavalcare da un lato all’altro della terra sigillata è spesa a domare un destriero che fa di tutto per imporre la propria volontà, e anche se si ha imprecato contro Agro, questo significa ugualmente che si è stabilito un rapporto con lui, come giustamente Edge fa notare nel suo magnifico librone sui cento videogiochi più belli di sempre che dovrebbe essere letto, invece che criticato a priori. Anche se ci si è sentiti frustrati dalle sue impennate improvvise nel momento meno opportuno, quando lo si vede annullarsi per Wander è difficile non sentire un tuffo al cuore.

Vedere le macerie dei Colossi me lo ha spezzato, il cuore. Vedere quella panoramica sulla Sunlit Earth, un tabù violato da Wander per un motivo non abbastanza valido nel più grande ordine delle cose, me lo ha reso pesante. Vedere il falco che si allontanava lasciando Mono e il bimbo con le corna soli al loro destino mi ha inumidito gli occhi. È un finale su cui aleggia uno spaventoso senso di morte e desolazione, per me, un finale che ti mette davanti agli occhi in modo solenne, come ammutolito, le conseguenze e l’enormità delle tue azioni. Forse è anche l’averlo rivisto dopo aver assistito a un lutto terribile ad avermi fatto più effetto della prima volta che ho finito Shadow of the Colossus. Forse sono riuscita a capire meglio anche grazie a questa splendida fanfiction di Crimsontriforce, un seguito ufficioso del gioco. Delicato e in punta di piedi proprio come il lavoro di Ueda stesso.

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2 Responses to “Loneliness”


  1. 1 utente anonimo 23 aprile 2008 alle 23:14

    Fangirlescamente lovvo il post e ringrazio per il linkaggio. 🙂 Lieta di aver contribuito a diffondere qualche oncia di amore per Colossi, ghgh.

    crimson

    Gaius, Gaius, che profilo poco fotogenico… u_u/

    Phalanx & Piccolo Avion, dalla scrivania

  2. 2 ShariRVek 24 aprile 2008 alle 08:50

    E io lovvo te, Phalanx e Piccolo Avion


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Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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