My Castlevania top 5

Doverosamente premetto che ho recuperato gran parte dei titoli di cui sotto, a partire da Symphony of the Night, a una certa distanza dall’uscita, benché non ritenga che questo infici in alcun modo la legittimità del mio amore per lo stile attuale della serie. Adoro la cura e il gameplay degli odierni episodi bidimensionali di Castlevania, lo stile gotico, il character design di Ayami Kojima, le musiche, e proprio ascoltando dall’iPod la colonna sonora di SotN mi è sorto il pensiero di fare questa lista. Tanto, prima o poi di Castlevania avrei voluto parlare nel blog, come di tutte le cose che poco o tanto mi piacciono.

1. Symphony of the Night

È stato lui a ridefinire la formula della saga e a trasformare il castello di Dracula in un dedalo da esplorare fin nei suoi più intimi recessi, che incentiva a completare la mappa rivelando nuovi finali, sorprese, dettagli, piccoli meravigliosi segreti e pezzi d’equipaggiamento a getto continuo e con un ritmo perfetto. Strutturalmente non lineare eppure abile nel costruire e suggerire un certo percorso pressoché obbligato verso i power up e i boss fondamentali, permette poi di accorpare a queste tappe tanti piccoli moduli opzionali quanto è alto il nostro godimento dell’avventura.
    Ma sarebbe solo un labirinto senza senso se poi al level design sublime non si unisse un’adeguata verve creativa nel definire le ambientazioni. Quindi, gli stage traboccano letteralmente di inventiva, sono eterogenei e coprono un’enorme gamma di scenari grotteschi od eleganti, macabri ed estetizzanti, sacri e profani. C’è da rimanere incantati a guardare come si passa da una polverosa biblioteca a una muffosa caverna o ad una opprimente catacomba nel giro di pochi minuti, semplicemente varcando una porta. Anche i mostri sono un’esplosione di fantasia gotica, pur essendo per buona parte sprite riciclati dal precedente Rondo of Blood. Se la grafica era antiquata già al tempo dell’uscita su PS1, comunque, la sua bellezza mi dimostra quanto il 2D resti ancora oggi glorioso e per certi versi superiore al 3D. Vedere quegli intricati lavori di pixel art e quella palette sublime è una gioia per i miei occhi. A completare il quadro (letteralmente) c’è quello che per me è il miglior protagonista d’un Castlevania che la Storia ricordi, perché è un cacciatore di vampiri per metà vampiro esso stesso e perché ha il character e il costume design secondo me più leggiadri e ben riusciti, sotto tutti i riguardi, dell’intera serie. Nella reinterpretazione della Kojima, ovviamente, che è sempre capace di infondere un fascino raro nelle sue illustrazioni (che infatti sono meravigliose da guardare anche a prescindere che si conosca il gioco cui fanno riferimento).
    Un titolo tuttora godibilissimo. Capolavoro. Ah, giocateci in italiano con la patch tradotta da me e Gemini se volete leggere delle frasi che abbiano un senso.


2. Portrait of Ruin
So che moltissimi fan non saranno d’accordo con questa posizione. Per tanti appassionati anche accaniti, l’ultimo Castlevania in ordine di tempo su DS comincia a mostrare segni di cedimento e di vecchiaia strutturale, se questi non erano già evidenti in Dawn of Sorrow. Io, pur avendo storto la bocca nel momento del suo annuncio, l’ho ritenuto molto divertente e fresco nell’idea delle ambientazioni raggiungibili dai dipinti, e gradevole da giocare nonostante, al contrario di altri Metroidvania, non senta poi molto l’impulso di rigiocarlo. Forse perché ho teso al completamento totale più che negli altri episodi. Insomma, è ben costruito e le ambientazioni sono assai ben amalgamate, con gli scenari esterni giustamente distinti da ciò che potrebbe trovarsi all’interno di un castello sì da comunicare la giusta eterogeneità. Il sistema di incantesimi e di abilità combinate, poi, è sufficientemente semplice ma allo stesso tempo abbastanza complesso da invogliare a sperimentare e a usare le magie, che sono tante e copiosamente utili. Non mi piacciono molto il protagonista maschile e il design degli artwork, ma a parte questo credo sia un gioiellino di design. In più, innova abbastanza sui boss, che sono un miscuglio di tradizionali e non proprio già visti.


3. Dawn of Sorrow
Più o meno a parimerito, in realtà, con Portrait of Ruin. Punti a suo favore sono l’atmosfera decisamente più gotica e la modalità secondaria meglio integrata con la storia e più bella da giocare (non foss’altro perché c’è Alucard controllabile! *o*), mentre trovo il sistema di anime e il crafting delle armi meno interessanti di quelli presenti in PoR. Per il resto, assieme anche ad Aria of Sorrow è abbastanza più un riciclo di Symphony of the Night rispetto agli altri per poterlo considerare superiore a PoR, che almeno tenta una strada un filo diversa. Le ambientazioni, per dirne una, si discostano poco o nulla da quelle già viste nella gloriosa opulenza visiva di Sua Maestà. Disegnare con lo stilo i sigilli era un’idea carina, ma l’unica altra interazione che si servisse delle funzioni del DS si concretizzava più in un fastidio che altro.


4. Aria of Sorrow
Il discorso è pressoché identico a quello fatto per Dawn of Sorrow, con l’aggiunta del fatto che la calibrazione del Soul System è leggermente peggiore per certi versi. Unico Castlevania moderno ad aver generato un seguito diretto con lo stesso protagonista (il DoS), è sorprendentemente scorrevole e piacevole da giocare, soprattutto in autobus, ove consumo gran parte delle mie sessioni di gioco con DS ed affini, e questo occorre riconoscerglielo con pieno merito. Info con assoluta priorità su qualunque altra cosa: è l’ultimo dei Castlevania portatili ad avere artwork di Ayami Kojima, poi spostata sui progetti 3D, e spero che il karma negativo accumulato da Konami per questo prima o poi farà sì che paghino.


5. Harmony of Dissonance
Il titolo è sintesi perfetta dell’essenza contraddittoria di questo capitolo: strano, dissonante, riuscito solo per metà, ma anche il più originale e meno addomesticato/cartoonish del dopo-SotN. Una grafica cromaticamente da pugno nell’occhio, presentazione complessivamente sciatta e sistema dei libri piuttosto male implementato e abbastanza trascurabile si contrappongono a un’atmosfera realmente inquietante, assolutamente non allineata al gotico pop/adolescenziale cui poi la serie si è conformata. Musiche assurde e stridenti contribuiscono alla tetraggine delle ambientazioni, fra le meno convenzionali che abbia visto in quest’ambito. L’ossario e le fogne, con quel brano di sottofondo minaccioso, sono genuinamente paurosi, anche per via di nemici come gli zombie giganti, cascanti ammassi di ossa in vista e pelle diafana in discioglimento che producono un orrendo suono liquido quando massacrati dalla frusta di Juste. Trovate del tutto malate, come la “vasca” che si riempie del sangue di un mostro schiacciato da una lastra spuntonata, lo rendono un vero horror grandguignolesco e “ignorante”, il lato dark del gotico che si contrappone alla lettura estetizzante data dal mondo in cui si muove Alucard. Curioso notare come il look del protagonista tenti proprio di “scimmiottare” quello del figlio di Dracula che tanto successo aveva riscosso.

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