Brutal Legend

Giocando in retrospettiva opere rimaste nella memoria collettiva del videogioco tento sempre di individuarne i motivi che hanno decretato tale permanenza. Per quanto concerne Full Throttle, credo di aver reperito uno dei motivi del suo fascino in qualcosa di più che il suo essere un vero film animato interattivo, comunque fattore non indifferente su cui tornerò fra qualche riga. La corrispondenza tra il suo protagonista e il modo d’interagire col mondo circostante, infatti, non potrebbe essere più totale. L’interfaccia si spoglia di gran parte delle opzioni, ridotte a una mano chiusa a pugno, a un teschio con occhi e bocca per esaminare e parlare e a un anfibio per prendere allegramente a calci quel che capita a tiro. Opportunità e limiti sono comunicati e giustificati a perfezione dal carattere stesso di Ben: brusco, taciturno, rozzo. Se qualcosa non gli piace, reagisce con un verso di disgusto; se qualcosa lo lascia perplesso, grugnisce. Se non vuole compiere una determinata azione, lo lascerà capire con un aggressivo ‘No!’ che non ammette repliche e non apre certo alle meticolose spiegazioni condite di battute sarcastiche di un Guybrush o di un Indy.

 

Il secondo motivo d’interesse (non volendo considerare il terzo, o forse primo: l’appartenenza alla scuderia LucasArts) è l’amalgama audiovisivo in concerto con storia e ambientazione. Il setting squisitamente americano di Full Throttle è di tipo apocalittico à la Mad Max, con le sue bande di motociclisti e le poche città in abbandono tra gl’immensi deserti che divorano pian piano ogni opera dell’uomo, mentre i valori umani e sociali, già alla deriva, si spogliano giorno dopo giorno di ogni significato residuo. Full Throttle scansa il buonismo come la peste nera, non per questo rinunciando ad una divertita ironia talvolta piuttosto macabra, e popola il suo cupo scenario post-industriale di figure rese con un tratto elaborato da un filtro pastoso che dà l’idea di disegni colorati al rodovetro, e animate con una perizia da vero lungometraggio che rende a perfezione le movenze scimmiesche di Ben e le sequenze più rocambolesche, come quelle sul finire della storia. La storia. In Full Throttle si interagisce poco e in maniera tutto sommato semplice, solo per vedere la prossima cut scene, ma queste ultime sono realizzate così bene che ogni passo compiuto verso un atto risolutivo della vicenda è per il giocatore una gratifica che va ad aggiungersi a quella classica dell’essere riusciti a sbrogliare una situazione con il proprio ingegno. Full Throttle non è certo il mio adventure Lucas preferito (gli onori spettano ancora a Monkey Island 1 e 2, Indy 4, Sam & Max Hit the Road e Loom), ma possiede quel carisma insito nella direzione artistica e nella coerenza di fondo che basta a guardarlo e giocarlo con piacere fino alla fine. Un punta e clicca d’autore, indubbiamente.

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Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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