And so, Raul Endymion, until we meet again on your pages

E così ha termine una delle avventure letterarie più belle che abbia mai vissuto.

Alla fine del penultimo capitolo di The Rise of Endymion (Il risveglio di Endymion) sono stata sul punto di piangere. Capita raramente per un libro. Ma è stato un momento troppo intenso, troppo importante per l’intera economia della storia; una commozione nata non dalla tristezza, ma da un’improvvisa ondata di gioia e di sollievo che si è generata in pochi istanti, in un pugno di righe, la risoluzione di un mistero dopo l’angoscia e la disperazione accumulate nella ventina di pagine precedenti e il senso di perdita nato dalla partecipazione alle emozioni dei personaggi costruita efficacemente durante tutti i romanzi. Non dirò altro sulla natura del risvolto in sé, tanto se mai decideste di leggere questa serie spinti dai miei commenti capirete da soli perché quello che ho scritto non costituisce in sé uno spoiler, proprio per via della visione dell’universo presentata al suo interno. Un meraviglioso viaggio filosofico alla scoperta di se stessi e del legame con gli altri che apre la mente: ecco cos’è il romanzo conclusivo di questa magnifica quadrilogia. I due Endymion sono più intimisti rispetto alla saga di Hyperion e più concentrati su una singola coppia di protagonisti, su momenti di tenerezza che allargano il cuore e su straordinari amici e gesti d’amicizia, ma anche di incredibile e implacabile ostilità, che incontreranno nel loro viaggio.

Simmons, tra l’altro, si conferma nuovamente appassionato di tutto ciò di cui scrive, dalla fantascienza alla letteratura classica, dalla storia alla filosofia passando anche per il fantasy e l’avventura pura (retaggio dei racconti creati assieme agli alunni nei suoi anni come insegnante di bambini prodigio, che riecheggiano nelle storie tramandate oralmente all’eroe Endymion dalla nonna). Tipica di questo suo ciclo è la variopinta caleidoscopia di mondi e culture diversissimi tra loro, degni di essere raffigurati in quadri di paesaggistica surreale e abitati da genti incantevoli, di cui vengono descritti nei particolari il carattere e le usanze. Ancora una volta, i capitoli del ciclo di Hyperion si svelano come composti da una congerie di elementi e di fattori diversi che vanno ad unirsi in una sinfonia divina, con sporadiche cadute di tono che non inficiano la bellezza dell’insieme ma semmai nobilitano ulteriormente il senso di meraviglia per le idee più riuscite.

Angolino semiserio comprensivo di spoiler: tra i molteplici livelli di lettura abbondano ammiccamenti di ogni tipo ai grandi della fantascienza classica, ma anche a più moderni esponenti cinematografici del genere. Una figura molto simile al T-1000 perseguita implacabilmente i protagonisti arrivando a parossismi di crudeltà inauditi, mentre quella che in passato sembrava essere la nemesi si trasforma nel benevolente protettore della futura Messia. Taluni risvolti e la situazione generale mi ricordano Xenogears (ma in tal caso il rapporto di somiglianza sarebbe invertito); e la vergogna ricada su chi ha deciso di adattare “See you later alligator” in “a fra poco, bel topo”.

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Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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