It’s good to be a bad guy

 

 

Com’è figo essere malvagi. Il cattivo, l’antagonista, il rivale, la nemesi o comunque lo si voglia chiamare spesso affascina. Certe persone più che altre, come tutto d’altronde: la sottoscritta appartiene alla prima categoria.

Per cattivo o antagonista, due figure che non necessariamente combaciano, si intende qualcuno che nella storia narrata arreca un danno o costituisce un ostacolo, in tutti i casi piuttosto serio (o la sua esistenza sarebbe inutile), alla parte “protagonista”, che può essere costituita da uno o più personaggi. A lui s’affiancano idealmente, per amoralità o immoralità, i protagonisti a toni di grigio e gli antieroi, sofferenti questi ultimi di una recente inflazione che ne banalizza il pur intrinseco interesse. Il malvagio, comunque, è pur sempre un malvagio. In contrapposizione all’eroe, è libero di mostrare le sue imperfezioni e le sue zone d’ombra senza che la narrazione gliele rimproveri come inaccettabili, mentre noi persone normali che abbiamo difficoltà a essere sempre buone, gentili, in una parola impeccabili secondo la concezione comune di tale aggettivo dobbiamo o vogliamo sentirci in colpa per i nostri sentimenti più egoistici. Il cattivo commette tutte le infamie che noi, nei piccoli o meno piccoli momenti di meschinità o pura rabbia, non ci sentiamo comunque di fare. Ovviamente, lo charme d’un cattivo non risiede solo in questo, ma può dipendere semplicemente dalla bellezza della costruzione del personaggio, dall’inquietudine che sa suscitare, dalla sua intelligenza, dall’accattivante osservazione di una mentalità, una sensibilità o una natura diverse dalla nostra o, perché no, in certi casi dall’affinità, dalla voglia di mandare al diavolo il cosiddetto buonismo. Per quanto ogni epoca e ogni contesto socioculturale abbiano una certa, relativa concezione di malvagità od empietà, le linee guida entro cui i “cattivi” sono ascrivibili non variano poi molto. Soprattutto, il “cattivo” è bello perché è vario: tante sono le maschere indossate dal male.

 

C’è il cattivo classico, quello malvagio perché la storia lo richiede, di scarso spessore psicologico. Il cattivo delle favole, se vogliamo trovargli una corrispondenza narrativa classica. Vedi Ganondorf e tutti gli Evil Overlord che non si conformano alle imprescindibili regole.

 

C’è l’incarnazione del caos puro, il cattivo che agisce come agisce, spesso con straordinaria perversità, senza bisogno di una giustificazione pregressa o un secondo fine di quelli normalmente associati a una condotta malvagia, e che per questo spaventa: egli è una forza primordiale e inarrestabile che l’uomo comune non può comprendere, e con cui non può sperare di scendere a patti facendo leva su una visione del mondo anche solo labilmente affine alla propria. Vedi il Joker, specie quello di Ledger.

 

C’è il cattivo implacabile, irredimibile, ma che cela un motivo, condivisibile o meno, dietro la sua malvagità, un motivo spesso spaventoso tanto quanto ciò che fa. Egli ha passato il segno della corruzione dell’animo e non può più tornare indietro, né è disposto a pentirsi perché è convinto di non avere nulla di cui fare ammenda: riflette ciò che l’uomo rischia di diventare se imbocca la strada che conduce alla perdizione. Vedi Voldemort o Manfred von Karma.

 

C’è il cattivo che è convinto di dover usare mezzi estremi per perseguire un distorto ideale di “bene” e di onore, quello che ragiona sul tenore di “ucciderne uno per salvarne mille”, che porta all’eccesso opposto una rettitudine teorica sconfinando nella follia.

 

C’è il cattivo piccolo e insignificante, che si lascia andare alle pulsioni più basse dell’animo umano e che è fatto per essere disprezzato: egli è un individuo di nessun valore, mosso solo da desideri venali come quelli di ricchezza o di potere (e di tutto ciò che comportano) perché è convinto d’averne diritto, ma sa inconsciamente o meno di non essere all’altezza di procurarseli con l’astuzia o con la forza. Quando i suoi piani crollano, perde il controllo nel modo peggiore e più odioso possibile. Questa figura è un concentrato al massimo grado di tutte le caratteristiche negative che possono affiorare nel comportamento d’un essere umano, ed è quindi molto difficile che piaccia, diventando spesso il bersaglio primario della repulsione del pubblico. Come tale, tuttavia, è anche incline a suscitare compassione. Vedi Zant.

 

C’è il cattivo a sua insaputa manipolato, traviato verso un certo obbiettivo da terzi, quando addirittura non corrotto fisicamente per fare il loro gioco; spesso segnato da un’infanzia o da un passato realmente infelice, se riesce a capire la verità sulla propria condizione (attraverso un doloroso percorso interiore) potrebbe non nuocere più alla causa dei “buoni” o, addirittura, unirsi agli stessi, a meno che non consideri il processo di deviazione come ormai irreversibile; nel qual caso andrà spesso incontro a una triste fine, resa ancor più amara per lo spettatore dalla consapevolezza della disintegrazione di un’intera vita incolpevole.

 

C’è infine l’antagonista tridimensionale, un essere umano che ha solo scelto o s’è ritrovato per decisione del fato a essere ‘dall’altra parte’. Non è un “cattivo” nel senso stretto del termine, ma a tutti gli effetti un pari del protagonista, che come lui viene seguito nelle sue tappe esistenziali trovando un posto tra i personaggi più sfaccettati di un’opera, spesso molto più del protagonista stesso. Vedi Miles Edgeworth o Godot.

 

[Nota: la lista, ovviamente, non ha la pretesa di essere esaustiva.]

 

Creare un rivale ben caratterizzato, che abbia un senso e una ragione di esistere nella sua “crudeltà” (o presunta tale, a volte), è molto difficile. Più difficile ancora è dar vita a un cattivo che assolva alla funzione primaria per cui teoricamente viene inserito nella storia, quella di essere odiato da chi legge/guarda/ascolta: tali sentimenti vengono suscitati più facilmente da personaggi meschini (perché pur essendo ricettacoli di meschinità si tende a provare disgusto per chi a sua volta è meschino) o talmente inumani da risultare alieni all’empatia dello spettatore, quale che sia il loro aspetto: pensiamo solo ai serial killer. Il secondo caso può comunque costituire un incentivo alla riflessione.

 

            Con dare una ragione di esistere a un antagonista, ovviamente, non si intende appiccicare un’infanzia infelice random a un povero agnellino maltrattato dai genitori/dai compagni di classe/dagli estranei/da una cosca di schiavisti come mi capita alle volte di vedere negli abissi della fanfiction (un personaggio genuinamente crudele come Shelly De Killer in Phoenix Wright Justice for All non può diventare un bambino maltrattato e deprivato d’affetto, proprio non può, non esiste). Soprattutto un background del genere non è adatto in ogni occasione, così come ritengo svilente desiderare la redenzione d’ogni malvagio solo per sentirsi più legittimati ad amarlo, senza tener conto del fatto che un desiderio del genere collimerebbe con lo snaturamento proprio di ciò che nell’insieme ci spinge ad essere attratti da una data figura. Il contesto esterno e le esperienze di vita sono importanti, ma da sole non bastano e non devono bastare a giustificare gli abominii di un pazzo maniaco. La maggior parte di noi non può sapere come si sarebbe comportata se nell’infanzia si fosse ritrovata nella situazione di un Voldemort, ma non credo che tutti, inevitabilmente, sarebbero diventati come lui: vedi Piton, segnato da un passato molto simile. Questo perché la personalità e le inclinazioni contano, checché se ne dica. Affermare altrimenti equivarrebbe a dire che i bambini sono bulli perché giocano troppo coi videogiochi, a dare tutta la colpa ai fattori esterni senza considerare che magari un serial killer è un serial killer proprio perché il problema è (anche) dentro di lui. Non sto dicendo che non ci debba essere una motivazione (esterna o interna) per una data azione: di fatto sto affermando l’esatto contrario, ovvero che ogni motivazione deve essere sensata e avere forza di per sé. E poi, se tutti i cattivi avessero alle spalle le stesse esperienze e le stesse ragioni per essere bastardi, diventerebbero una genia noiosa anzichenò. Giusto?

 

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4 Responses to “It’s good to be a bad guy”


  1. 1 utente anonimo 18 settembre 2008 alle 22:40

    Argomento vastissimo di cui hai fatto – secondo me – un’ottima sintesi molto interessante con tanta carne al fuoco su cui riflettere. E poi tanti esempi che coprono un vasto repertorio di “male” applicato, o meglio dire antagonismo e basta anche perché in moltissime occasioni soprattutto nei videogiochi è davvero tutto relativo (infatti in parecchi casi sarebbe sensato pensare di stare dall’altra parte, ad esempio in una situazione da “fps”, dove più che una lotta per la sopravvivenza è un incontro “sportivo” con protagonisti contrapposti, ma dall’obiettivo comune a prescindere).

    Fra i cattivi che recentemente mi hanno “entusiasmato” ne ho uno forse un po’ OT, di una serie tv che sta andando in onda su ita1, quel Dexter maniaco seriale psicolabile che grazie al padre (che rientra nel discorso dell’infanzia) ha incanalato la propria cattiveria in una direzione ben precisa mettendola al servizio del bene (in pratica massacra – letteralmente – solo i cattivi che sfuggono alla giustizia). La particolarità che mi ha colpito è che l’eventuale empatia che si può provare nei suoi confronti è priva d’ansia a differenza di quella per un quasi-cattivo-“buono dentro” come ad esempio un ladro gentiluomo. Dexter risulta invulnerabile perché è cattivo e consapevole di esserlo, diciamo pure padrone del suo destino. Quindi più che temere (o sperare) che venga beccato (e distrutto) ci si gode il tempo in cui può agire, uno spazio limitato di un’anima persa che ha un’esistenza già scontata, destinata a finire “male” e nonostante ciò (o proprio per questo) priva di patemi sia personali che da parte dello spettatore. Non so se sono riuscito a rendere l’idea, non vorrei che si pensasse che sono un fan del maniaco asd. Risulta interessante per la particolarità di un personaggio che ha delle sfumature che non si vedono tutti i giorni. In fondo credo che molta della voglia di interpretare videoludicamente un cattivo dipenda proprio dal semplice desiderio di avere a che fare con nuovi ruoli, oserei dire addirittura più umani dato che l’uomo che lo reprimadomini o lo esternisi faccia dominare è pregno e parte del lato oscuro.

    mxl

  2. 2 ShariRVek 25 settembre 2008 alle 13:08

    Ho sempre dimenticato di ringraziarti per l’interessante commento: spero di essere ancora in tempo per rimediare 🙂

    Indubbiamente credo che, specie col passare del tempo, la raffigurazione dei confini morali si faccia sempre più sfumata, e che la figura del cattivo propriamente intesa diventi via via qualcosa di relativo ai valori che si sceglie di abbracciare. In realtà, credo che proprio i videogiochi abbiano, se non altro per la maggior parte, ancora parecchia strada da percorrere in questo senso. Ed è significativo, perché si tratta proprio della forma espressiva che a parer mio meglio potrebbe esplicare questa ambiguità.

    Non seguo molto le serie TV (a parte l’amato House), quindi non credo che vedrei mai Dexter, ma senz’altro ne hai compiuto una disamina ammirevole e assai interessante. Peraltro mi hai ulteriormente convinto di una sua lieve affinità spirituale con Raito Yagami, nonostante almeno Dexter ammetta di essere mentalmente instabile XD

  3. 3 utente anonimo 26 settembre 2008 alle 00:58

    Mhm, non so se ammetterlo sia un bene o un male ^^ È vero, la “conoscenza” ti rende libero, ma anche di viaggiare con tutto il peso generato dalla consapevolezza di esserlo. Insomma le cose sono due: o ci si muove solo all’interno di un determinato limite a causa della catena che tiene ancorati a ciò che si concepisce, o si è liberi di vagare con l’ancora sulle spalle e nel caso di Dexter credo si tratti di una castagna piombata bella grossa ^^” A prescindere penso che l’importante sia la possibilità che entrambe possano esistere nel mondo della fiction; forme diverse che generano situazioni differenti che a loro modo ci arricchiscono… va bhe magari “arricchire” è una parola grossa; diciamo che possono generare qualche spunto interessante con cui trastullarsi come in questo caso.

    P.S. o bhe per il tempo c’è sempre tempo (finché c’è tempo xD). Il bello di un sistema d’intervento in differita è proprio quello di poterlo vivere in uno spazio (fisico e temporale) del tutto particolare, perciò per quanto mi riguarda qualsiasi comunicazione di questo genere arriva sempre al momento giusto ^^

    mxl

  4. 4 ShariRVek 26 settembre 2008 alle 09:01

    Non la vedo una parola tanto impropria, “arricchire”… in fondo, tutte le riflessioni che lasciano un segno arricchiscono il nostro bagaglio interiore 🙂
    Che Raito creda di essere nel giusto, pur ammettendo di essere un “cattivo” e un assassino (come fa all’inizio della storia), mi sembra dargli giustificazione sufficiente ad agire pressoché senza limiti. Non a caso, durante l’intera vicenda si fa un unico scrupolo, nei confronti della sorella. Comunque, l'”almeno” era più che altro riferito al soggetto, non alle vittime che di certo non giovano da un’ammissione del genere, in nessun caso XD


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Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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