Dura lex, sed lex

“Io stesso, quando vedo luccicare nell’occhio dell’accusato il lampo luminoso della rabbia, mi esalto completamente e mi incoraggio: non è più un processo, ma un combattimento; io lotto contro di lui, egli risponde; io raddoppio, e il combattimento finisce, come tutti i combattimenti, o con una vittoria o con una sconfitta. Ecco ciò che si chiama dibattimento! È il pericolo che fa l’eloquenza. Un accusato che sorride dopo una mia replica mi fa capire che ho parlato male, che ciò che ho detto è senza nerbo, senza vigore, insufficiente. Immaginate dunque la sensazione di orgoglio che prova un procuratore del re convinto della colpevolezza dell’accusato, quando vede il reo avvilirsi e abbassarsi sotto il peso delle prove e sotto i fulmini della sua eloquenza! Quella testa si abbassa, cadrà…”

Monsieur De Villefort

Da Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas (traduzione di Emilio Franceschini, Oscar Mondadori)

 

Chi cerca in Phoenix Wright: Ace Attorney e nei suoi due seguiti una meticolosa ricostruzione delle procedure legali in atto durante una causa di diritto penale desidera indubbiamente un tipo d’esperienza che questi lavori di Capcom non possono né sono intenzionati a offrire. Quella di Phoenix Wright e del suo stuolo di amici e comprimari d’ogni genere è una saga di vicende umane e di personaggi, di ragionamento logico più affine a un giallo d’annata incrociato con un puzzle game e un adventure punta e clicca che non all’erronea e fuorviante etichetta di simulazione d’avvocatura che talvolta gli è stata affibbiata. Quel che Ace Attorney vuole e sa fare è raccontare delle storie e risucchiarci al loro interno; se così non fosse, sarebbe un gioco diverso e probabilmente non rapirebbe nelle sue spire un così gran numero di persone, mutate immantinente in ferventi appassionati. O meglio, magari lo farebbe, ma per altri motivi.

 

La prima cosa che salta all’occhio appena cominciato il primo episodio è la qualità dei testi, perfettamente duplicata da una localizzazione in inglese che, tenendo fede al proprio nome, esce spesso e volentieri dal seminato dello script originale per adattare battute e citazioni e mantenerne così la freschezza e la verve esplosiva. Al livello di percezione più superficiale, Ace Attorney è una girandola di situazioni sopra le righe e di maschere comiche, di figure straordinariamente umane nella loro allucinante follia, di personaggi che paiono affetti ciascuno da almeno un serio disturbo mentale e che per questo non possono evitare di suscitare ilarità con le loro assurde idiosincrasie ed ossessioni caratterizzanti, riuscendo però a non trasformarsi in semplici e fastidiose macchiette. La loro dote aggiunta è l’imprevedibilità, e questi due elementi in tandem contribuiscono a creare attaccamento e senso d’empatia per le loro vicende e i loro sentimenti, di partecipazione per le tragedie e i lutti subiti e di repulsione per gli abissi d’orrore in cui alcuni di loro sprofondano. Che si tratti di uno o dell’altro estremo di questa scala emotiva oppure addirittura di entrambi allo stesso tempo, comunque nessuno dei personaggi di Phoenix Wright lascia indifferenti. Andando a fondo, scavando sotto la percezione del più palese dei meriti dell’opera (l’essere una delirante e irresistibile commedia a sfondo legale dal sapore tutto nipponico), scorgiamo l’altra faccia della medaglia, al di là del tipico schematismo da romanzo giallo e delle circostanze spesso improbabili che comporta: una rappresentazione dei drammi umani dolorosamente autentica e credibile, di persone che lottano tra la ragione e la pazzia e che molto, troppo spesso vedono quest’ultima trionfare. I casi di Phoenix Wright mettono tutti bene in chiaro una grande verità: la razionalità, nel mondo del crimine e delle passioni, non trova posto nemmeno quando invece sembrerebbe averlo, né il movente di un omicidio va considerato in un’ottica deterministica quanto piuttosto squisitamente personale, che in qualità di osservatori esterni non possiamo sperare di comprendere nella sua interezza. Come mirabilmente riassume il Giudice, ironicamente la figura più ingenua e influenzabile del mondo a rovescio di Phoenix Wright, in uno dei suoi rari(ssimi) sprazzi di saggezza, ogni processo è un mondo a sé, guidato da regole sue proprie impossibili da interpretare senza calarsi al suo interno e restarne pericolosamente avvinti.

 

È da qui, andando avanti, che si può constatare un ulteriore elemento di peculiarità che è raro riscontrare in una produzione attinente a qualunque forma espressiva. PWAA nasce palesemente come serie dalle tonalità comiche e leggere, ma non per questo si azzarda ad accennare anche il minimo segno di irriverenza nei confronti delle drammatiche vicende che mette in scena: anche quando circondati da una cornice di facezie più spessa del solito, i casi affrontati da Wright e dai suoi collaboratori (volenti o nolenti) effondono una forte aura di serietà e sono destinati a segnare in positivo o più spesso in negativo chi ne resta coinvolto.

 

A chi contestasse alla serie un’eccessiva linearità e la scarsità di apporti del giocatore allo svolgimento della trama obietto che proprio la possibilità, anzi la necessità di mettere in moto il treno degli eventi trovando noi stessi gli indizi e di aggiungere o togliere modularmente interi blocchi di testo ai suoi già incontenibili dialoghi è sufficiente ad innalzare il coefficiente di coinvolgimento e, trattandosi d’interattività, a definirlo un videogioco. In questo risiede l’appagamento prodotto da un episodio della trilogia in esame: nella consapevolezza di aver contribuito allo svolgimento del caso e alla sua risoluzione fianco a fianco col protagonista.

               Il tipo d’immedesimazione di Ace Attorney non è dato infatti dall’essere il protagonista, ma dal guardarlo e, agendo come una sorta di custode esterno, guidarlo e consegnargli i risultati delle nostre ponderazioni parallele sotto forma della prova giusta al momento giusto, a cui lui annetterà (acriticamente, occorre dirlo) la sua obiezione: una sorta di collaborazione dai mutui benefici. Durante le fasi processuali, il cuore del gioco, il punto di vista è in terza persona, quasi a invitare ad assistere in qualità di pubblico al risultato in fieri delle fasi d’investigazione, che per compensare il loro ritmo più rilassato aumentano il coinvolgimento spostando il punto d’osservazione del mondo direttamente dietro gli occhi di Phoenix: un cambio di prospettiva non casuale né tantomeno vuoto di significato, dal momento che è proprio osservando che si ritrovano le prove necessarie e si sbroglia a poco a poco la matassa, poi riavvolta in bell’ordine a suon di colpi di scena durante i processi. Se l’investigazione è preparazione e sospensione, il processo è crescendo e risoluzione e per questo ricorre a espedienti di matrice cinematografica, perché le reazioni di tutte le parti chiamate in causa vanno guardate, non immaginate.

               Un punto di vista, dunque, palesemente esterno alle vicende narrate: Phoenix indaga indipendentemente, giungendo a determinate conclusioni prima (o talvolta dopo) di noi proprio in virtù dell’ovvia difformità dei suoi personali schemi di ragionamento rispetto ai nostri, suscitando così interesse nello spettatore/giocatore che, oltre alla curiosità di sapere dove andrà a parare, si sente stimolato a non essere da meno e a tenere il passo ogni volta in cui sia possibile.

 

In luce di tutto ciò, il ritmo durante i processi è perfettamente scandito con andatura sincopata: a rivelazione fatta da Phoenix o da qualsivoglia altro personaggio presente in aula in quel momento e cruciale per lo svolgimento dei fatti si giustappone un periodo in cui lo stesso input, dopo aver cambiato le carte in tavola, allunga l’ombra della propria influenza sull’immediato seguito della faccenda, venendo dissezionato e lentamente assorbito. Un attimo prima che la novità si esaurisca e che l’informazione entri a far parte della routine, a rovesciare ancora la situazione arriva un nuovo, ancor più clamoroso colpo di scena che si aggiunge, rinfocola o talvolta addirittura smentisce il precedente. Procedendo ora al trotto, ora al galoppo, mai sfilacciando la trama per una durata maggiore a quella che le si confà, tutti i nodi vengono sciolti, uno dopo l’altro, arrivando al culmine dell’emozione un minuto prima della catarsi finale e del rilassamento, ovverosia la coda con gli ultimi convenevoli prima della chiusa e del principio del nuovo caso. Una tecnica narrativa magistrale, gestita con una consapevolezza derivante da innato talento.

 

La messa in scena dell’incipit di certi capitoli meriterebbe poi un discorso a parte: sempre raffigurante la realtà dei fatti, ma veicolata in modo da essere ingannevole o incompleta, diventando pienamente comprensibile solo quando ogni reale significato e dettaglio di quel momento si rivela per intero. Particolari a cui non si fa caso o apparentemente ininfluenti, talvolta considerati addirittura frutto di una svista o di negligenza, sono in realtà la chiave di volta per capire, sin da prima che il caso cominci, come si siano svolti i fatti: è nostra la responsabilità se non li abbiamo colti, se non siamo stati disposti a guardare oltre la superficie. Emblematico di quanto sin qui detto è l’inizio del secondo caso di Justice for All, che si apre su un incidente d’automobile, su una sopravvissuta che osserva di spalle il rottame in fiamme e con parole rivolte a una persona che in quel momento non conosciamo: a metà della storia, quando tutti gli attori del caso e parte dei loro segreti ci sono stati presentati, pensiamo di avere gli elementi per decodificare questa scena, ma quando tutto è chiaro ci rendiamo conto di aver seguito una falsa pista che ha rischiato di farci perdere di vista la verità.

 

Unendo la caratterizzazione dei personaggi, lo script irresistibile, il riuscito contrasto tra comicità e drammaticità e il perfetto metronomo che scandisce le fasi narrative otterremmo presumibilmente l’opera completa, che tuttavia risulta svilita da una fredda operazione di scomposizione e riassemblaggio delle parti. Phoenix Wright: Ace Attorney (il titolo completo è per non confondere la trilogia con quello che ne è ormai diventato il franchise portante) è animata da un soffio vitale che trascende tali elementi e allo stesso tempo li incasella tutti al suo interno. Con pochi tocchi sapienti e parsimoniosi attinti da una variopinta tavolozza d’umanità, l’autore e il suo staff hanno tratteggiato personaggi al tempo stesso straordinari e perfettamente normali, con un minimo di background a sostenerli e un carattere definito ai massimi gradi, e poi hanno costruito attorno a loro un fitto, inestricabile intreccio che supera in valore la gran parte dei prodotti letterari e cinematografico-televisivi di genere grazie al suo calore umano e alla sua estrema esuberanza. Non si tratta, beninteso, di un mondo ideale, ma di qualcosa di più simile a una bolgia infernale oscurata da ombre nerissime e campita in innumerevoli tonalità di grigio. Eppure, nascosta sotto gli eccessi dei personaggi negativi e sotto una coltre di ingiustizia assoluta, brilla senza remissione la speranza, sublimata nel dozzinale completo blu e nei capelli a punta di Phoenix Wright, l’avvocato determinato a far emergere la verità, non importa quanto dolorosa possa rivelarsi anche per lui stesso. Quello che egli impara, spesso a proprie spese, nel corso dei tre titoli che lo vedono protagonista è infatti la definizione di ciò che per lui è la giustizia, quella risposta che ad esempio Edgeworth cerca tagliando i legami con tutto e tutti e immergendosi nel suo dilemma personale. E la risposta è che la vittoria non è la risposta: la risposta è che la verità dei fatti vale al di là dei preconcetti, al di là dell’immagine che ci formiamo nella nostra mente. Un uomo di buon cuore che si è trasformato in un assassino resta un assassino, un egoista innocente resta un innocente anche se detestabile e gonfio di sé. Un cliente in malafede non va difeso contro tutto e contro tutti, ma la sua colpa va esposta anche se ciò comporta quella che solo in superficie sembra una sconfitta ed è in realtà la vittoria in nome del vero innocente ingiustamente accusato. La giustizia, pare dirci insomma Phoenix e con lui tutti quelli che sono rimasti colpiti dal suo messaggio, non è una strada diritta ma tortuosa e piena di vicoli ciechi che inevitabilmente verranno imboccati. L’importante, sempre, è riuscire a rovesciare la situazione, contro tutto e contro tutti.

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4 Responses to “Dura lex, sed lex”


  1. 1 decca88 4 dicembre 2008 alle 18:40

    Bellissimo pezzo, ma… potresti cambiare il font del tuo blog? Ho dovuto leggere l’articolo nel lettore feed (che usa caratteri neri) altrimenti sarei diventato cieco.

  2. 2 decca88 4 dicembre 2008 alle 18:41

    … per cambiare font intendevo “colore” del font.

  3. 3 ViewtifulMee 5 dicembre 2008 alle 13:00

    ancora una volta direi che colpisci nel segno; PW è uno dei pochi giochi che dal punto di vista narrativo riesce ad alternere situazioni comiche e drammatiche rendendo assolutamente naturale la transizione tra le due, e sono contento che tu lo abbia evidenziato così bene, poi, come al solito, ci si trova d’accordo quasi su ogni gioco, e qui abbiamo a che fare con un preferito in assoluto^__^
    saluti

  4. 4 ShariRVek 5 dicembre 2008 alle 17:16

    Decca, cercherò di scurire leggermente il font. Al massimo però posso farlo dello stesso colore della colonnina a fianco, nero stonerebbe con il template ^^

    Per me, carissimo ViewtifulMee, la transizione perfetta da serio a faceto è proprio una delle più grandi qualità dello script di Phoenix Wright: si può dire che nessun videogioco e pochissime opere d’altro genere vi riescano tanto bene! : D
    E PW è diventato probabilmente LA mia serie preferita. Period.


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Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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