Tre allegre giornate al centro commerciale

 

Non ho ben capito cosa nel feeling “americano” di Dead Rising non andasse da far dire a Keiji Inafune di volerlo accentuare nel seguito. Per come la vedo io, si tratta non solo di una perfetta fusione tra le atmosfere statunitensi tanto care alla maggioranza degli acquirenti di Xbox 360 e lo spirito iconoclasta tipicamente nipponico di certe trovate, una fusione che lo rende decisamente più interessante di quanto non sarebbe stato cedendo totalmente al mimetismo, ma anche della trasposizione videoludica per eccellenza della satira romeriana.

In Dead Rising ritrovo tutto quello che tanto m’era piaciuto in Dawn of the Dead (o Zombi), che a sua volta mi piaceva perché mi aveva ricordato Resident Evil 2. Se il progetto sia o meno partito dall’idea di realizzare scene di massa impossibili su console della generazione precedente per giustificare l’uscita del gioco su 360 m’interessa relativamente: quel che mi interessa è tutto ciò che ne è scaturito, collateralmente o meno. A dispetto della mostruosa superiorità numerica delle orde di non morti, Dead Rising osserva con occhio caustico la condizione umana e i paradossi della società moderna e non intende essere consolatorio: anche il minimo gesto di solidarietà si stempera nell’egoismo e nella sadica ferocia, ma proprio in questo, sembra volerci dire il gioco, sta l’essere umani. Frank West è un opportunista, sempre pronto con la fotocamera in mano nei momenti più raccapriccianti o drammatici, e sta a noi con le nostre azioni e la nostra opinione di lui determinare se salvi la gente col preciso intento di trovarsi tra le mani uno scoop più succoso o per semplice desiderio d’essere utile: anche se le cut scene sembrano darci una risposta che propende più per la prima motivazione, l’interpretazione giusta è (a parer mio) da ricercarsi in una inscindibile fusione dell’aspetto egoistico e di quello altruistico, che sempre si tinge comunque del desiderio di veder riconosciute le proprie azioni eroiche.

È fin troppo scontato far notare come i boss di Dead Rising non siano mostruosità mutanti nella più vieta tradizione di Resident Evil, ma uomini e donne che hanno perso completamente il controllo in una situazione critica arrendendosi alla follia e alla più brutale crudeltà e rivoltandosi contro i loro simili. Sono loro le creature più spaventose che popolano il centro commerciale di Willamette, non i barcollanti zombie che si trascinano, vittime di un parassita nato accidentalmente nel tentativo di saziare l’ingordigia del consumismo americano, che inciampano sulle scale e rantolano in cerca di carne viva.

Persino i sopravvissuti che salviamo, talvolta ironicamente dei rottami che hanno perduto la voglia di lottare, dopo il primo impeto di gratitudine scivolano nella discordia e vengono visti più volte litigare nelle camere di sicurezza del centro, sviluppando addirittura disastrosi piani d’ammutinamento. Ogni sopravvissuto ha la sua storia personale e una sua indole che lo spinge a essere passivo, aggressivo o semplicemente risoluto. Ognuno di loro è un individuo, con i suoi difetti e i suoi pregi. E alla faccia di tutte le promesse di mondi “vivi” che fanno il loro corso con o senza il contributo del giocatore, ecco un gioco che, come Majora’s Mask (che comunque lo ha preceduto addirittura di due generazioni) prima di lui, fa realmente il suo corso anche se dovessimo decidere di far rintanare Frank in una toilette mentre tutto va avanti senza il suo apporto. È persino possibile continuare a giocare se uno dei personaggi chiave dovesse morire: la verità, semplicemente, resterebbe per sempre sepolta, come da testuali parole del messaggio di “game over”, e l’unico scopo rimarrebbe sopravvivere all’inferno per raccontarlo.

Dead Rising permette realmente di creare un’esperienza personale e di dare sfogo alle proprie inclinazioni, scegliendo se seguire solo la storia principale, se andare a caccia dello scatto perfetto, se collaudare sistematicamente ogni oggetto contundente sulle teste marce degli zombie o se diventare l’eroe di Willamette e l’idolo delle sue folle. Oppure provare ogni cosa in varie partite consecutive. E tutto questo senza che il sistema di gioco si carichi di orpelli eccessivi, ma sempre restando ammirevole nella sua concisione. Un raro esempio d’equilibrio perfetto, di opera rigiocabile anche per il puro piacere di farlo, oltre che per la necessità più ovvia di “vedere tutto” propria della compulsività del videogiocatore tipo. Un gioco che è più della somma delle parti nonostante gl’innegabili e irritanti difetti (il pathfinding quasi inesistente dei PnG e la facilità con cui si pongono sulla linea di tiro di Frank, ad esempio, o i galeotti che si rigenerano nel parco), e che per questo entra di diritto tra i miei titoli preferiti.

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2 Responses to “Tre allegre giornate al centro commerciale”


  1. 1 RetroRan 2 gennaio 2009 alle 14:07

    Gioco affascinante Dead Rising !

    Approfitto per augurarti Buon Anno Shari!!

  2. 2 ShariRVek 2 gennaio 2009 alle 14:28

    Auguri a te! 😉
    Dead Rising m’è piaciuto talmente che se non lo riinizio è solo per un problema di tempo (e di proporzione tempo:giochi giocati = inesistente:troppi), e che pur avendolo in prestito sto considerando di ricomprarmelo, avendo trovato un affare niente male su eBay.


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