Archivio per gennaio 2009

Game Pro 20

Una bella copertina ricca per un numero che complessivamente mi pare altrettanto carico di contenuti interessanti. Anche se Uncharted m’è solo moderatamente simpatico (e perché Drake’s Fortune è l’Indy moderno che Ford non è riuscito a far uscir fuori che parzialmente).

Speciali
Fortuna e gloria (Uncharted 2: Among Thieves)
Il signore delle tenebre (The Chronicles of Riddick: Assault on Dark Athena)
Nessun posto come casa (Home e le incognite del suo modello economico)
Un colloquio con… Greg Joswiak (Apple)
Un colloquio con… Simone Bechini (Milestone)
Un colloquio con… Dario Migliavacca (Ubi Studios Milano)
Il destino di un coder (la storia di John Romero, ex di id Software e novello estimatore di MMOG)
Luci e ombre (retrospettiva di Doom 3)

Anteprime
Bionic Commando
Bayonetta
Warhammer 40.000: Dawn of War
Halo Wars
The Chronicles of Riddick: Assault on Dark Athena
F.E.A.R. 2: Project Origin
Empire: Total War
Love
Tom Clancy’s HAWX
Dragon Quest IX: Protectors of the Starry Sky
Brütal Legend
God of War III
Dante’s Inferno

Recensioni
World of Warcraft: Wrath of the Lich King
Castlevania: Order of Ecclesia
Sonic Unleashed
You’re in the Movies
Lips
Patapon 2: Don Chaka
LocoRoco 2
Rise of the Argonauts
Last King of Africa
Tales of Symphonia: Dawn of the New World
Thunder Force VI
Rock Revolution
Skate it
Astro Tripper
eXperience 112
Meteos Wars
Super Street Fighter II Turbo HD Remix
Crash Commando
GTI Club+

Time Extend
Perfect Dark

The Making of…
Prince of Persia

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Una cronaca di mille anni fa

Un mondo di privilegiati visto dall’interno. Un giardino in miniatura chiuso in se stesso e d’opprimente autoreferenzialità. Un mondo di delicata contemplazione, di giornate trascorse a raffinare e a impiegare un perfetto repertorio di buone maniere, di arti e manifestazioni d’eleganza. Il Genji Monogatari è il documento rappresentativo di un’intera epoca e l’opera letteraria più importante di un popolo, quello giapponese, di cui racconta con un’inestimabile prospettiva coeva i valori e gli usi. Ambientato nell’epoca Heian, prima che la casta dei bushi (samurai) salisse al potere, è la storia delle relazioni amorose e della vita del Principe Splendente Genji, a cui la natura benevola ha donato tutti i pregi che una società rarefatta e decadente come quella della corte imperiale del tempo avrebbe potuto desiderare: un aspetto bellissimo, una sensibilità eccezionale e un’abilità suprema nella calligrafia, nel suonare, nel comporre versi, nell’arte del vestirsi e in mille altri talenti.

Costantemente richiamato nella cultura giapponese e oggetto di innumerevoli riadattamenti in altri media, il romanzo è diventato anche un manga negli anni ’80 e, proprio in questi giorni, una miniserie televisiva d’animazione intitolata Genji Monogatari Sennenki e diretta da Osamu Dezaki (di Caro Fratello, Black Jack e Lady Oscar: ecco dove avevo rivisto quel tratto, pur non avendo visto nessuno di questi anime) per celebrare il millesimo (presunto) anniversario dell’opera originale. Ho visto la prima puntata e ne sono rimasta subito stregata: lo stesso effetto che avevo ricavato dalla lettura del libro. La ricostruzione è gradevolissima e posso finalmente godere della visualizzazione di quei personaggi così caratteristici e particolari; l’unico inconveniente è che gli episodi saranno solo 11 a fronte dei 54 (cinquantaquattro) lunghissimi capitoli del libro, che si svolge addirittura su due generazioni (e mezza, visto che il primo capitolo è la storia della madre di Genji). Ma le atmosfere, le scene di vita quotidiana, il frusciare dei lunghi abiti femminili, i modi cortesi delle dame e la passionalità celata tra i divisori e le porte scorrevoli sempre chiuse attraverso cui si consumano le avventure galanti del protagonista (e non solo) sono tutti presenti. Se voleste acculturarvi sulla società giapponese dell’anno mille ma non aveste voglia di mettere il naso in un lentissimo romanzo di migliaia di pagine, vi consiglio caldamente di cominciare a conoscere l’opera attraverso questo anime attualmente in corso.

Link per i fansub: http://www.animesuki.com/series.php/1368.html

Cool Guys: BJ

 

Da: Wolfenstein 3-D (il primo, unico e inimitabile)
Vero Nome: William Joseph “BJ” Blazkowicz
Cool Quote: “Yeah!”
Pro: Ho sempre amato quell’uniforme
Contro: È nonno. Dell’odioso Commander Keen.

Numi, scrivo una rubrica di questo genere e ho il coraggio di dimenticare proprio colui che ha dato inizio all’onorata tradizione, una delle mie prime cotte videoludiche dopo Mario e il Principe di Persia. Riusciva a impugnare una Gatling per mano e a ridurre gerarchi nazisti (nonché più tardi demoni) in poltiglia sanguinolenta pur non essendo un marine pelato: per questo, e molto altro ancora, merita considerevole rispetto.

Cool-O-Meter: 8

Autorialità

I videogiochi non si fanno da soli
Appaltare una serie o un personaggio a terzi, o continuare a sfruttarla senza che i suoi autori originari siano più presenti nel team, non è mai stato un problema per nessuno. Ma chi avrebbe il coraggio di dire che l’assenza in Rare del nucleo originario degli autori di Perfect Dark non si sia fatta sentire nel mediocre Perfect Dark Zero?

È una vecchia costante del mondo dei videogiochi: i franchise rimangono, i publisher anche, gli sviluppatori si spostano. Una serie può portare lo stesso nome di sempre, ma venir strappata dalle mani del suo autore, o meglio, del suo gruppo di autori e passare a un altro, più e più volte, senza che il grande pubblico si accorga di niente e senza che sia minimamente interessato a seguire le peripezie che si rincorrono dietro un logo o un brand famoso: la gente vuole solo la nuova versione del gioco X (e non consideriamo per un attimo che le iterazioni ripetute di una stessa serie siano spesso criticamente svalutate: successo di pubblico e di critica non vanno a braccetto) e solo questo conta. Allo stesso modo, team di sviluppo blasonati perdono i loro elementi di spicco, ma il loro nome continua a sopravvivere a malgrado di tutto, almeno finché la mancanza di talenti fino a quel momento considerati scontati e quasi connaturati al nome stesso della società non si ripercuote sui giochi: a guidarli non ci sono più le mani di un tempo, non più il loro stile peculiare, non più la loro visione. È avvenuto, ad esempio, con Rare. Ma non solo, assolutamente.
            Perché accade ciò? È evidente che la massa prova un’attrazione irresistibile per il marchio, e si disinteressa di chi ha permesso che proprio un marchio invece di un altro assurgesse a icona dell’immaginario. Talvolta i cambi di gestione sono salutari, ma più spesso no. Si potrebbe parlare di mille e uno casi in cui allontanare uno o più autori si sia accompagnato a una incapacità di interpretarne lo spirito creativo da parte dei successori o dei superstiti che, volenti o nolenti, si ritrovano tra le mani lo scottante testimone. Un’azienda sa che pochi si prenderanno la briga di informarsi se al timone della loro serie preferita c’è ancora colui o colei che li ha fatti sognare per la prima volta, e che i molti, ovvero quelli che fanno ‘numero’, vedranno solo gli sfavillanti colori della facciata. Non accade unicamente con i videogiochi, ma in altri media la faccenda è più trasparente, più ovvia, perché i nomi degli autori sono sempre presenti sulla copertina di un libro o la locandina di un film: raramente lo stesso avviene per un videogioco. Forse perché, nonostante tutte le chiacchiere sull’elevare i giochini a forma d’arte, agli occhi dei molti essi non resteranno altro, appunto, che un mezzo d’intrattenimento elementare e poco più.
            Pensate a cosa una saga o un team di sviluppo illustri ed eccellenti potrebbero perdere o hanno già perso una volta separati a viva forza da quelli che hanno dato loro i natali. Pensateci e, se siete tra quelli che preferiscono essere fan di un logo anziché di un autore, cercate di cominciare a seguire più le personalità, e meno il bollino sulla confezione.

[Da Game Pro 009]

Cool Guys: Dante

Da: Firenze
Vero Nome: Dante Alighieri
Cool Quote: “Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura/ché la diritta via era smarrita”
Pro: Sa bene l’italiano
Contro: Si lamenta troppo

Al diavolo (letteralmente) mezzidemoni metrosexual e nerboruti cafoni che impalano i Dannati con le croci. È lui il solo che può portare la fottuta corona d’alloro.

Cool-O-Meter: 8

Ne giochi uno, ne compri dieci

Durante le vacanze natalizie ho finito Dead Rising e sono arrivata a buon punto con Mass Effect (finora molto carino, ma più per il bel senso di esplorazione ed avventura che sa creare con le quest secondarie che non per la trama, davvero piatta e banalotta), ma in compenso ho ricevuto in regalo/acquistato non meno di altri cinque giochi, senza contare il Time Hollow ordinato su Videogamesplus.
Sì, mi saboto da sola. No, la cosa non mi rende infelice. Per qualche assurdo motivo, sguazzare nei giochi da giocare mi manda in sollucchero, d’altronde “l’attesa del piacere è essa stessa piacere” o giù di lì, e forse ancor di più del piacere stesso, visto che non è detto che il gioco vero e proprio corrisponda all’immagine che me ne faccio.

Per comprendere appieno i giochi ricevuti in regalo/acquistati, bisogna preludere che dal 25 dicembre sono in possesso di questa:
Il Demonio è entrato in casa mia. Ma mi sarà molto utile, e chi vuol capire capisca. Ovviamente, avere una console senza che l’accompagni nessun gioco è un po’ un assurdo. Credo sia difficile avere una PSP senza adorabili esserini gialli, gommosi ed obesi che cantano melodie senza senso ad accompagnarla, dopotutto.

La cosa divertente è che avevo acquistato LocoRoco anch’io, per regalarlo a Fuoco, e invece me lo son ritrovato tra i regali del medesimo. In pratica, ci siamo scambiati lo stesso regalo.

Poi ci sarebbe questa sciocchezzuola. Sono semplicemente i cartoon con cui sono cresciuta, ma non temete: non è a causa loro se son venuta su così (non del tutto, almeno), quindi vedeteli anche voi se non l’avete già fatto. È un crimine non conoscerli. Grazie Fuoco per il cofanetto!

Questo, invece, l’avevo adocchiato da mesi al Ricordi Media Store, ma non avendo la macchina mi sembrava un tantino nonsense sborsare 50 euro per il gioco.

Non resistendo, ho già provato il primo stage e quel che ho da dire è:
1) Boia, è sempre iNiS!
2) Boia, che macello!

Il sistema di gioco è interessantissimo, degno della casa che più avanti realizzò Ouendan, ma richiede una coordinazione sopra l’umano. Il che, in un rhythm game (o sarebbe meglio dire proprio bemani, in questo caso), è un po’ da aspettarsi.

Spezziamo la catena dei videogiochi che giocherò tra cent’anni o forse più con un altro acquisto*.

 MwahahahahAHAHAHAHAH! *la risata continua, perdendosi in lontananza mentre la scena si dissolve*

Regalizie epifaniche:

Come dir di no, per 17 euro?

La cioccolata Ovomaltina è splendida. Sono quei sapori dell’infanzia che è impossibile dimenticare.

Per darmi un po’ alla cucina giapponese.

* Un “voucher” è una sorta di tagliando che serve a reclamare il biglietto d’ingresso vero e proprio, per chi non lo sapesse.

The best of 2008

Peccato non poter inserire in una lista dei “migliori dell’anno” anche titoli giocati ma non usciti durante lo stesso perché altrimenti la cosa perderebbe notevolmente di senso: tra i vari che hanno costellato il mio 2008 videoludico ce ne sono molti che ho recuperato, visto che trattasi di uno dei miei passatempi preferiti e che il mio backlog intimidisce.

Ovviamente, non sono vincolati dalla regionalità: potrete trovare anche giochi usciti solo negli USA o in Giappone. Purtroppo, sempre e solo tra quelli che ho giocato quest’anno, quindi niente Chrono Trigger DS o Tales of Vesperia.

Premio “Miglior gioco che ho visto giocare”:

Metal Gear Solid 4 (PS3)

Non nel senso che le cut scene sono talmente tante da soffocare il gameplay, ma nel senso che avrò tenuto il pad giusto per dieci minuti all’inizio prima di dare forfait, sconsolata dalla mia stessa incapacità, e di accontentarmi di guardare beata il playthrough di Fuoco. Metal Gear Solid 4 è perfetto per questo tipo di attività, che spesso mi aggrada al pari di usare il pad io stessa, grazie alla suprema esaltazione garantita dalla qualità delle sequenze d’intermezzo e dalla bellezza di trama e personaggi. Ciò non toglie che, oltre a questo, sia anche un signor gioco, particolareggiato e attento nelle meccaniche che sono arricchite senza essere appesantite da mille tocchi di classe ed easter egg nel più puro stile kojimiano.

Premio “Miglior gioco che avrei voluto giocare al day one e che invece posso vedere solo due volte al mese”:

Valkyria Chronicles (PS3)

Sono bastati pochi capitoli per farmi innamorare del nuovo parto dei demiurghi dei cieli d’Arcadia. Valkyria Chronicles è una sintesi del gameplay strategico di molti predecessori e assieme riesce ad essere profondamente originale oltre che carogna: l’estetica anime si affianca a una certa crudezza, ma la mano degli ex Overworks si sente nella serenità con cui i protagonisti affrontano la vicenda, cercando di annegare la cupezza della guerra nell’amore per le piccole cose e nel desiderio di migliorare la propria esistenza e quella degli altri, non importa quanto avverse siano le condizioni. Ci sarebbero da spendere fiumi di parole sulla bellezza del setting, ma quello che mi rammarica maggiormente è che sia uscito su PS3, una piattaforma talmente costosa da precludermene l’acquisto per un singolo titolo. Zappa sui piedi, Sega.

Premio “Gioco più bravo a farmi sentire un’idiota”:

Professor Layton and the Curious Village (DS)

Il fatto che molti, probabilmente, si siano scavati la fronte a furia di manate davanti agli enigmi di Layton non mi fa sentire meno svantaggiata. Non lasciatevi ingannare dallo stile incantevole à la Tintin e dall’ambientazione adeguatamente naïf: Layton è diabolico, spietato e soprattutto in vena di scherzi ai danni del vostro cervello. Ma il Professore quanto è amabile?

Premio “Semplice, ma letale”:

Soma Bringer (DS)

Il sistema di combattimento di Soma Bringer, che è poi praticamente l’unica meccanica pregnante del gioco, è di un’essenzialità estrema: poche o nessuna combo, solo mazzate, magie e il Break, una condizione in cui s’infligge una quantità spropositata di danni anche ai nemici più coriacei. Eppure diventa a brevissimo una sorta di droga, come solo gli hack ‘n’ slash più riusciti riescono a fare. La difficoltà è mitigata dalla possibilità di intaccare poco a poco la barra della salute dei mostri facendo continuamente la spola dalla base al dungeon e i personaggi, pur se non esaltanti come character design e personalità, riescono a creare una sensazione di calda familiarità ed affezione. Ma la cosa più bella è probabilmente la colonna sonora, col ritorno in grandissima forma del Divin Mitsuda.

Premio “Complesso E letale”:

Fire Emblem: Radiant Dawn (Wii)

Conclusione perfetta delle vicende di Path of Radiance, il mio (forse ex) Fire Emblem preferito, è uno strategico a turni smaccatamente tradizionale che trova il suo punto di forza non solo nelle meccaniche allo stesso tempo cristalline e ricolme di variabili, ma anche nella caratterizzazione dei personaggi, splendidamente colorati e disegnati, nella piacevolezza della storia e in quel che deriva dalla pianificazione delle strategie, che riesce a coinvolgere anche chi non capisce un’acca del genere. Come la sottoscritta.

Premio “Delirio assoluto”:

No More Heroes (Wii)

Psichedelico, ironico, irriverente, assolutamente anarchico e irresistibile: questo è No More Heroes, un po’ Kill Bill e un po’ free roaming. Nella sua ripetitività riesce a diversificarsi quel tanto che basta a renderlo un’esperienza variamente allucinata e allucinante. Uno dei pochi giochi di Suda non caratterizzati da un sistema di deambulazione fuori di ogni schema, che riesce a essere assurdo soprattutto in quel che costituisce il contorno, deliziandosi di citare tanto da Kojima quanto da Tarantino eppure risultando originale di per se stesso. Non sarà all’altezza di killer7 (che non ho ancora giocato), ma trovo che il tocco dell’autore sia più presente e riconoscibile che mai. Leggendario.

Premio “Miglior gioco DS 2008 ebbasta”:

Trauma Center: Under the Knife 2 (DS)

Non ha particolari punti distintivi che mi permettano di creare qualche categoria stravagante in cui premiarlo, ma nel piattume DS di quest’anno (se non si considerano cose tipo Chrono Trigger, ovviamente) è una fulgida gemma, oltre a essere un grande gioco indipendendemente da questo. Molto lungo e vario, ancora più divertente del primo perché compendiato dai tipi di operazioni che hanno fatto il loro debutto nelle versioni Wii, Under the Knife 2 è forse un “more of the same”, ma uno di quelli che non arrivano tanto spesso. Inoltre, ha per molti versi il sapore dei giochi di una volta, di quelli per cui si esclama: “Non li fanno più come un tempo”. E si bestemmia.


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

Last Game Pro issue

In progress

Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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