Archivio per marzo 2009

Non mi va di riordinare

Stanchezza allucinante uguale il casino che si vede in foto. Pensare di avere solo altri due giorni in terra nipponica da un lato mi intristisce, dall’altro mi fa bramare un po’ di riposo per le mie gambe. In questo momento un bel bagno in stile giapponese sarebbe proprio il massimo. E il bello è che finché non metterò a posto non potrò nemmeno dormire… questi sono gli inconvenienti di avere circa una settimana per girare Tokyo e soprattutto con la passione per manga e videogiochi. Forse sono anche i postumi della sindrome di Stendhal provocata dal Museo d’Arte Ghibli… nonché dall’immancabile Akiba. Domani si fa hanami al parco di Ueno, speriamo che i sakura abbiano qualche proprietà rilassante.

Tutti amano l’obento

Perché è il pasto perfetto. E la combinazione dei sapori è sublime: impossibile chiedersi ancora, dopo averlo provato, perché i giapponesi siano fissati al punto di avere interi reparti dei grandi magazzini dedicati a bento e accessori. E non solo quelli fatti in casa, ma anche quelli acquistati nei negozi, dove sono stati i commessi a pensare per te a come combinare ogni miniportata con le altre in modo da fornire tutti i nutrienti in un colpo solo. E poi è piccolo, pratico, puccioso e tanto buono. Ecco la mia cena di oggi:

Il negozio dove è stato acquistato, all’interno della Sunshine City di Ikebukuro (altro posto meravilleuso, Ikebukuro, specialmente per LE nerd), aveva una selezione di bento per la cena letteralmente uno diverso dall’altro. Il mio di carne aveva roast beef con cipollotto, riso, una fettina di gateau di patate, pollo fritto e crocchetta di pesce più carota e broccolo lesso come contorno. E appena scesa alla stazione di Takadanobaba, davanti a me si è stagliato un altro banchetto di ekiben (i bento venduti nelle stazioni, solitamente in confezioni di legno molto curate), che per qualche misterioso motivo ho tralasciato di fotografare. Ma non mi sono comunque pentita del mio acquisto. Da ora in poi, un nuovo motto: più bento per tutti.

Akiba, yes we can

Il titolo proviene da un esilarante manifesto pubblicitario che ho scovato ad Akihabara oggi. Sì, ci sono stata ed è per questo che ho deciso di lasciare un piccolo messaggio. Connessione sprotetta sparita, oggi è tornata ma comunque scrivere decine di migliaia di caratteri di resoconti da per terra sarebbe decisamente faticoso, e stesso dicasi per il ridimensionamento delle foto. Gomen ne~ m(_ _)m Giuro che al ritorno mi metterò a scrivere e poi a postare tutto progressivamente. Vi lascio comunque con una bella immagine da quello che da oggi è il mio santuario, qui sopra. Super Potato *___*
Mata ne!

18 marzo 2009: shin sekai ni yokoso


Una premessa: caro lettore giunto qui inserendo come keyword su Google “Viaggio Giappone”, quando leggerai delle mie gaffe epocali, ti prego di non credere che io sia la classica straniera che la  vede come “terra di sushi geisha & samurai”. In realtà, le mie figuracce possono essere considerate tanto più assurde in quanto conosco le principali norme di comportamento nipponiche. Il punto è che la teoria non sempre ha un’applicazione pratica indolore, dal momento che in quest’ultima convergono inevitabilmente fattori come l’emozione e l’ansia, che spesso prevalgono in me nel caso di relazioni personali, foss’anche chiedere il conto al commesso, e tanto di più in situazioni cui sono totalmente estranea. Confido che proprio l’essermi recata a Tokyo per vedere con i miei occhi quanto di quello che ho immaginato sia vero mi aiuti a crescere in questo senso e a capire che tutte le previsioni e i programmi e le ripetizioni mentali di frasi del mondo non valgono a nulla se poi impera l’insicurezza sulla riuscita dei propri programmi.

Sono salita a bordo del mio primo aereo in assoluto, una volta disbrigate senza intoppi (a parte una lunghissima fila formatasi nell’arco di circa 10 minuti al banco del check-in) le procedure d’imbarco, e quello che dal sito dell’Alitalia pareva un volo semivuoto si è rivelato in realtà pieno zeppo quasi di nient’altro che giapponesi, tutti di ritorno da un viaggio organizzato (e come ti sbagli?). Mi sembrava quasi che gli unici altri italiani a bordo a parte me rientrassero nel personale di volo, quando qua e là ho occhieggiato dei non giapponesi (che però potevano benissimo non essere italiani). Vicini di posto ovviamente giapponesi, una gentile coppietta la cui parte femminile al mio inane cercare la cappelliera per il bagaglio a mano mi spiega tutto con un “nai to omotteimasu” (non penso/pensiamo ci siano, sottinteso per questi posti) dando per scontato che io capisca a puntino (e vabbe’, gli è andata parzialmente bene).  Detta coppia, tanto per sfatare i miti sui giapponesi freddi e distaccati emotivamente o quantomeno per invitare a non generalizzare, si imboccava a vicenda il pranzo e si è tenuta stretta per mano sia durante il decollo che durante l’atterraggio, le due fasi più allucinanti del volo che un neofita non potrebbe descrivere più efficacemente dell’”Oh, Cristo…” di Crocodile Dundee.

L’interno del volo AZ784, su Boeing 777 di Alitalia operato in code share con JAL Japan Airlines

Fun Fact #1: il pane alla maionese
Non nel senso di pane aromatizzato alla maionese, ma che pare imperversare tra i giapponesi un modo bizzarro e insalubre di ingollare i paninozzi tondi e spugnosi che venivano distribuiti col pranzo di tipo giapponese, ovvero spiattellarci sopra una cucchiaiata di maionese e poi mangiarli così. L’ho visto fare a più d’uno quindi mi viene il sospetto che sia d’uso comune. Ad ogni modo, era la stessa cosa che facevo più o meno a tredici anni, con le conseguenze che si possono ben immaginare.

Le dodici ore, incredibilmente, sono passate più veloci di quanto mi aspettassi dai resoconti altrui, nonostante un problema al sistema d’intrattenimento sul trio di sedili su cui – sfiga – mi trovavo anche io risolto solo nelle ultime tre ore di viaggio. A quel punto mi sono potuta sbizzarrire ad ascoltare Il Cavaliere Oscuro in giapponese, un doppiaggio spassoso anche per il semplice fatto che a criminali e mafiosi viene dato indiscriminatamente un accento e un tono da yakuza XD Detto Cavaliere Oscuro, peraltro, pareva gettonatissimo tra i giovani giapponesi, ma non posso certo biasimarli. Un tipo che si trovava qualche fila avanti a me ha visto due volte l’ultimo Indiana Jones e due volte Il Cavaliere Oscuro in dodici ore.  Così, per sport. Io mi sono dedicata a principiare Time Hollow e a cadere in un torpore tipo vampirico in due occasioni separate da un’ora ciascuna.

A sinistra, inquadratura random del Keisei Skyliner catturata nell’attesa dell’espresso speciale. A destra, il cartellone che indica la direzione della linea Hibiya da prendere per arrivare al New Koyo Hotel

Ma ovviamente non avevo ancora passato immune la zona delle figurine di m***a, nossignori: sia mai. Tutte collezionate all’entrata nella magica terrah di Nippon, giusto per iniziare bene. Struttura dell’aeroporto di Narita meno labirintica e disperante di quel che credessi, forse perché a differenza dell’Italia la segnaletica FUNZIONA e ti permette di andare a colpo sicuro nel 90% delle volte (sapendo i kanji la cosa vale per il 95%). In compenso vado alla grande con le persone: parlo in inglese perché non ho voglia di essere fraintesa e d’impappinarmi in occasioni di una certa importanza, ma a poco vale visto che m’impappino ugualmente. Prima al disimbarco, dove l’impiegato, dopo aver ispezionato passaporto e disembarkation card con fare arcigno e avermi ordinato di poggiare gli indici sullo scanner delle impronte digitali con l’arcignità più acida che un essere umano possa raggiungere, ha dovuto riagguantarmi per la collottola perché stavo tornando indietro invece di passare a lato del suo banco. In seconda battuta, al baggage carousel, dove ero fermamente convinta di aver smarrito il bagaglio. Fortunatamente ho tenuto duro, pronta ad aspettare con pazienza che tutti i bagagli fossero scesi dal tapis roulant e afferrati da chi di dovere, ma nel frattempo ho avuto l’occasione di girare come una fiera attorno alla giostra facendo gesti di sgomento difficilmente capibili dalla popolazione locale. In queste situazioni di panico immotivato dimentico vergognosamente tutta l’etichetta che ho imparato in anni e anni di studio. Ma continuiamo: preso il bagaglio,è il momento dell’ispezione doganale. Dato che non ho un passaporto giapponese e che la soave e bassissima voce del poliziotto mi risulta inudibile, devo subire un controllo completo del bagaglio e della persona. Ancora una volta la timidezza non mi viene in aiuto, visto quanto tempo ci metto a rispondere alle semplici domande del suddetto. E che altro? Facciamo un avanzamento veloce fino all’imbarco sull’espresso Keisei (non lo Skyliner, attenzione: la versione scacia per squattrinati). Ho potuto saggiare con orecchio i famosi annunci “modulati” del capotreno, che praticamente stava a un braccio da me visto che sono salita sull’ultima carrozza. Tutti rigorosamente in giapponese, ma tanto devo scendere al capolinea, quindi l’importanza di carpire ogni parola è relativa. Il rumore dello sferragliare del treno sulla rotaia è tale e quale a quello delle vetture Trenitalia, il che mi evoca spiacevoli memorie pavloviane, ma tutto il resto è agli antipodi, anche se non quanto m’aspettavo dal momento che anche lo scenario fuori dal finestrino, stazioni a parte, sembra una zona periferica di Roma o una campagna laziale. Non so perché m’abbia fatto quest’impressione. Una volta entrati a Tokyo, ovviamente, tutto cambia. Faccio un po’ di casino con le macchinette automatiche (i tokioti lì intorno, tra cui comitive di scolari in uniforme, si saranno chiesti con pena chi cavolo fosse questa gaijin sfigata che continuava a confondersi), ma in compenso ho imparato a utilizzarle in tempo zero e, dopo appena tre fermate, sono finalmente scesa alla stazione dov’è ubicato il mio albergo, ma forse dovrei dire ostello viste le condizioni in cui versa. Il quartiere di Minami-Senju è molto tranquillo, direi dimesso, e non penso renda l’idea del resto della metropoli. In compenso è pieno di negozi fantastici a prezzi popolarissimi, incluso un locale che vende materiale da mangaka da spulciare non bene, ma benissimo. La comodità maggiore, comunque, è sicuramente il Seven-Eleven praticamente a due passi dall’alberg… ostello che offre, oltre a generi alimentari d’ogni tipo, un angolo riviste, con preponderanza di settimanali di manga, un altro per le fotocopie e un bell’ATM per prelevare come folli con la carta di credito, più una zona praticamente integrata nella cassa ove sobbollivano, al momento del mio primo ingresso, ingredienti per l’oden. Credo di aver prenotato almeno un paio di colazioni, sebbene i paninozzi lì venduti non abbiano un aspetto particolarmente invitante.

A sinistra il provvidenziale Seven-Eleven. A destra lo spuntino ivi acquistato: da sinistra a destra, il dorayaki (panino di pan di spagna ripieno di fagioli dolci), onigiri ripieno di salmone cotto e yaki-onigiri, un tipo di polpetta di riso spennellato di salsa e spadellato

L’ostello, e devo purtroppo rimangiarmi ogni cosa detta per giustificarne il basso prezzo, è parecchio triste e sporco. Fortuna che servirà praticamente solo da base per dormirvi e postare sul blog, perché è di uno squallore quasi insostenibile e mi spiace dirlo dal momento che il gestore si è mostrato gentilissimo, portandomi il valigione su per le scale (piuttosto, tremo al pensiero di come dovrò portarlo quando si tratterà di tornare con un bagaglio strapieno). Spero che, se non altro, il sento integrato sia decente, perché ho intenzione di provarlo assai a breve. Per ora passo e chiudo, con un cellulare TIM miracolosamente abbrancato come una piovra alla rete NTT DoCoMo che dal canto suo mi sugge circa un euro al minuto che sia chiamata o che sia io a chiamare e con l’intenzione di concludere la serata con un bagno caldo e un giro di kaitensushi, ma soprattutto con la connessione wireless sprotetta a scrocco, ecchediamine: questo sì che cambia qualunque cosa , visto che sono una nerd del cappio. E domani Asakusa!

Altre foto, aggiunte man mano, sull’apposita galleria di Photobucket.

Ready to go

Beh, per forza di cose sempre relativamente. Diciamo pronta per quel che posso esserlo.

Ovviamente, alcune stampate sono sovrapposte e non è possibile vederle tutte da questa foto. Speriamo che a Fiumicino non facciano storie per il chilo in più sul bagaglio a mano e che riesca a uscire incolume da Narita.
    Sono elettrizzata, ma un po’ in ansia. Oltre alla preoccupazione patologica di dimenticare qualcosa (e non sarebbe bello), avrò fatto bene a scegliere un volo di dodici ore come battesimo dell’aria? :S
    Ovviamente, farò foto e scriverò impressioni e resoconti proprio qui: ho già creato una categoria apposita, come potete vedere. Ci si ribecca molto presto, nelle mie intenzioni!

Dritti nel melting pot

Ci stiamo dirigendo verso un futuro di generi ibridi?
Se doveste definire con un massimo di tre parole Burnout Paradise o No More Heroes, quale indicazione di genere utilizzereste? ‘Racing estremo free roaming’ per il primo e ‘action postmoderno demenziale’ per il secondo? O forse dell’altro? E come conciliare la loro classificazione sfuggente con il bisogno di comunicare chiaramente al pubblico la natura di ogni prodotto?

Il mondo diventa sempre più complesso. Quest’affermazione, se è vera per la realtà di tutti i giorni, lo è ancor di più se fatta in relazione all’ambito videoludico. La classificazione per genere, retaggio di un’epoca in cui erano le limitazioni della tecnologia e della programmazione a stabilire la singola azione da compiere o l’unico obiettivo da conseguire, genera dubbi sulla collocazione dell’occasionale opera eclettica che cerca con tutte le forze di sottrarsi all’ingabbiamento in un set di regole predefinito, dà vita a divergenti correnti di pensiero e crea col tempo ulteriori suddivisioni nel tentativo di racchiudere ogni singolo filone e variante. Un problema di cui già si discuteva dieci anni fa. Ma oggi? Oggi, ovviamente, la situazione è molto più ingarbugliata.
    Burnout Paradise, il titolo su cui si apre (alla grande, se ci è concesso) lo spazio delle recensioni di questo mese, dimostra che nemmeno un genere ‘scontato’ come il racing è più al sicuro dalla contaminazione sfrenata: una grande città, fitta di strade da percorrere a duecento chilometri orari senza soluzione di continuità, accettando le sfide una dopo l’altra, privi di qualsivoglia navigatore e della benché minima possibilità di ritentare on the fly una gara andata alle ortiche. Un’esperienza che sarebbe riduttivo definire semplicemente ‘di corse’. No More Heroes rincara la dose togliendo beffardamente ogni punto di riferimento da sotto i piedi del giocatore, e il fatto che sia stato pubblicizzato come un simil-GTA non fa che aumentare il rischio che se ne fraintendano le intenzioni. Quando l’incasellamento fallisce, del tutto o in parte, ecco infatti che per rimediare si tentano i paragoni, singoli o multipli, con altri titoli vicini per gameplay o tono generale, paragoni che buttano in un gran calderone anche videogiochi che tra loro nulla hanno a che vedere solo per tentare di spiegare esattamente ‘cos’è’ quella strana bestia che tenete tra le mani.
    Il rischio in questo caso è per l’appunto che si comunichi all’esterno un’idea errata o semplicemente imprecisa dell’opera, deludendo acquirenti e fan del genere che non ritroveranno ciò che si attendevano. Schedare, classificare e generalizzare, in sé, dovrebbe servire a semplificare il complesso, non a farsi oggetto d’infiniti dibattiti. E se lasciassimo liberi i giochi ‘action con una punta di simulazione gestionale’ o ‘GdR con sistema di combattimento stile shooter’ di essere semplicemente quel che sono? Sempre meglio, se ce lo chiedete, di ritrovarsi al loro posto un gioco fatto soltanto per spuntare aridamente e svogliatamente tutte le voci di un’ipotetica checklist del genere X.

[Da Game Pro 010]

Il principe ranocchio e altre fiabe

Avvertenza: Questa recensione non ha alcun intento di completezza nella descrizione del sistema di gioco, quindi non stupitevi se non trovate accenni al ranking delle battaglie. Ho coperto solo gli aspetti su cui volevo condividere le mie (sicuramente oziose, ma tant’è) considerazioni.

Passerò per superficiale che guarda solo al fattore prettiness di un gioco, ma Odin Sphere m’ha preso tipo calamita. Non solo i miei occhi non riescono a staccarsi da quelle schermate piene di colori, di movimento e di dettagli d’ogni genere che dimostrano come effettivamente si riesca ad allietare il senso estetico pur presentando fondamentalmente la stessa decina di ambientazioni ripetuta più e più volte (more on that later); non solo dietro a tutto c’è una trama che, bontà sua, riesce a intridersi totalmente di uno spirito da fiaba di Grimm e allo stesso tempo di grande epica wagneriana pur restando contraddistinta da un tocco tipicamente nipponico. Non solo, dicevo: davanti a tutto regge la baracca un sistema di gioco che funziona nella sua semplicità, dimostrando ancora una volta come gli hack ‘n’ slash/RPG action ben fatti siano tra i generi più assuefanti in assoluto. Sostanzialmente ci si alterna tra il maciullamento di mostri a non finire e le azioni collaterali, come il craftaggio di pozioni e la creazione di cibi, ma le dosi sono così ben pesate che l’alchimia tra i numerosi aspetti che concertano per attirare l’attenzione non permette di lasciare tanto facilmente il controller. Ora si ammira la rigogliosa animazione di una pianta che cresce assorbendo Phozon, ora si mettono sul piatto della bilancia le varie azioni necessarie alla crescita del personaggio così da non lasciare mai indietro nulla. Dal momento che i summenzionati Phozon sono praticamente la risorsa universale da cui quasi tutto (tranne il sistema di Cooking) dipende, si deve scegliere come ripartirli durante gli stage. E il fatto che vengano rilasciati nell’aria pronti per essere risucchiati dall’arma del personaggio per incrementarne il potere d’attacco o dalle piante nate dai semi è un meccanismo che appaga a vederlo proprio perché l’acquisizione di esperienza viene raffigurata in modo esplicito anziché limitarsi a un messaggio di testo con l’ammontare in cifre.

La mappa di Erion, condensata in un’unica schermata, dà bene l’idea della varietà di terreni incontrata nel gioco

Anche il sistema di combattimento, per quanto semplice e visibile a occhio nudo nella sua interezza, costringe a pensare le proprie priorità e soprattutto a elaborare una modalità per sconfiggere più efficacemente le varie specie di mostri. Alcuni boss fight, nel complesso piuttosto ardui, subiscono un drammatico calo del livello di difficoltà se si scopre l’esatto pattern d’attacco con cui affrontarli e ciò è un bene, perché spinge a sperimentare fino a trovare la tecnica ottimale. Soprattutto, i ripetuti tentativi sono agevolati dall’impossibilità di fare game over, dal momento che ogni singola schermata può essere ripetuta illimitatamente fino ad avere ragione dell’intera truppaglia, conditio sine qua non per sbloccare tutti i vari accessi della struttura ramificata in cui sono organizzati i ministage ad anello di ogni dungeon.

Dall’immagine non è possibile vederlo, ma nella cucina le pentole ondeggiano e l’aragosta in primo piano muove le antenne. La rappresentazione dei piatti è un inno al feticismo gastronomico…

… ma soprattutto, e ancora di più nel caso dei dolci, causa un considerevole aumento della salivazione

Messa da parte la linearità estrema con cui ogni singola storia si dipana, giustificata dalla cornice libraceo-fiabesca, l’intreccio richiede in realtà una certa concentrazione nel seguire il parallelismo cronologico e mettere a confronto gli eventi legati a ogni personaggio; fortuna che una comoda timeline permetta di rendersi conto in un battibaleno di come si collochi ciascuna sequenza all’interno del quadro d’insieme. Ma la cosa più importante è che Odin Sphere costringe a non fissarsi su un solo punto di vista: quella che all’inizio sembra la semplice storia di una Valchiria in cerca di una casa per il proprio cuore si allarga a presentare le ragioni e le prospettive di tutte le parti chiamate in causa nella feroce guerra in corso. Un personaggio prima considerato come un nemico potrebbe diventare nel prosieguo il protagonista da controllare e di cui padroneggiare lo stile di combattimento, che cambia radicalmente di volume in volume (un accorgimento che lenisce l’apparente monotonia dell’azione). In questo modo, nessuno di essi potrà mai essere considerato l’avversario da sterminare, perché ciascuno ha passioni e tormenti nascosti, momenti di gentilezza e amore che spartisce con altri. È un andamento sfaccettato e corale che Odin Sphere condivide con pochissimi altri giochi, così come con pochissimi JRPG action o meno condivide i toni romantici di cui si colora ogni singola storia, che per di più va poi ad inserirsi in un contesto di minaccia imminente delineato solo col trascorrere delle ore, dal momento che nel primo libro quasi non se ne scorge traccia. 

Le ambientazioni sono forse poche, ma vantano una varietà cromatica sbalorditiva. Forse il budget per realizzare le animazioni permetteva una quantità limitata di livelli, ma è stato sfruttato al massimo per curare ogni singolo frame

Infine il comparto estetico, riprendendo dall’apertura. Sinceramente, credo bisognerebbe prendere esempio da chi ancora sviluppa a basso budget per console meno potenti, tirando fuori dalle limitazioni grafiche mille soluzioni di design accattivanti. Gli stage di Odin Sphere sono così pieni di particolari in movimento e così curati nella scelta dei colori che anche alla centesima volta che li si vede non stancano: basta presentare alla vista qualcosa che la tenga occupata, e per questo non è sufficiente, a parer mio, un’art direction arguta ma vuota. La ripetitività degli scenari deve pur essere compendiata da qualcos’altro ed è necessario un rapporto d’equilibrio tra essenzialità e varietà. Odin Sphere è barocco in profondità e poco esteso in ampiezza; Odin Sphere ha fatto la sua scelta. Ed è una scelta, per me, con un senso. Fondali e personaggi ondeggiano come se fossero composti dalle coloratissime parti mobili di una scenografia teatrale, animati come i cartoon che Terry Gilliam realizzava per gli sketch dei suoi Monty Python, ovvero come fossero pupazzi snodabili mossi sotto la camera da presa. Di alcuni personaggi disegnati di detti comici inglesi hanno talvolta persino il piglio e i colori, specie se li si confronta con gli spezzoni animati di film quali La Ricerca del Santo Graal. E la cosa più paradossale è che proprio da quelle stesse sanguigne epopee nordiche che la parodia del ciclo arturiano dileggiava Odin Sphere sugge la sua linfa vitale, seriosamente e con arie di tragedia anziché con l’atteggiamento dissacrante dei Monty Python; una caratteristica che rende la somiglianza ancor più buffa. In tutto e per tutto, Odin Sphere è un gioco con un’anima fiera e indipendente. È uno di quei titoli che dispongono ordinatamente le carte sul tavolo e poi invitano pacatamente a prendere o lasciare. Se mi chiedeste un parere, è comunque un’esperienza da fare, considerando che devo ancora conoscere qualcuno, anche tra suoi detrattori, che abbia disdegnato lo spettacolo offertogli.


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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