Archivio per maggio 2009

Mio al day one: Project TRICO (o come si chiamerà)

Io lo so. Che andrò a dormire sotto i ponti facendomi un cuscino con tutti i giochi che devo comprare. E una stufetta con la PS3 e il 360 scotchati insieme.

Qui il video che dovete vedere tutti: http://www.youtube.com/watch?v=xF3fED8EXl4

Il dio crêpe

Una sottilissima sfoglia croccante che racchiude e completa il suo morbido ripieno, sia esso dolce (nutella!) o salato, magari poi spolverizzata di qualche ingrediente godurioso tipo granella di nocciole: vi presento La Crêpe, casomai non la conosceste (vergognatevi). Sinceramente non saprei spiegare perché mi piace tanto, sarà per la consistenza e la sottigliezza della crêpe e/o per il fatto che va bene con tutto, come il nero. Nella foto trovate il vertice della gerarchia divina: la Crêpe delle bancarelle di Harajuku, che ha anche la sfoglia più croccante e robusta della media.

Mio al day one (USA): Oboro Muramasa Yotoden

 

L’ho provato in versione giapponese, ma se Fragile è abbastanza comprensibile mi infastidisco quando sullo schermo cominciano a piovere fantastilioni di kanji e costruzioni grammaticali dal significato oscuro. Muramasa dunque sarà effettivamente mio solo quando potrò mettere le mani su una versione in inglese. Tecnicamente il nuovo lavoro di Vanillaware appare ancora più bello e più orgasmico di Odin Sphere, pur confidando su colori leggermente più spenti e “terrosi” di quest’ultimo. Per il resto, stavolta è giapponese al midollo anche per quanto riguarda l’ambientazione, con i mostri della mitologia classica (nonché gli onnipresenti e ormai logorissimi ninja) tutti ripresentati con le particolari reimmaginazioni del team artistico e le atmosfere. I movimenti del personaggio, mioddio, quanto sono goduriosi… e stavolta si mangeranno dango e ciotole di udon.

Spero solo che tutto l’insieme sia piacevole come e più di Odin Sphere.

Cool Guys: Altaïr

Screenshot scattato da StardomBound di DeviantART


Da:
Assassin’s Creed
Cool Quote: “L’ultimo che ha parlato così l’ho ucciso!”
Vero Nome: Altaïr Ibn La-Ahad
Pro: Ma l’avete visto muoversi?
Contro: Stupido come un criceto (salvando i criceti)

Scommetto che l’ultimo aggettivo che vi sentireste Di appiopparE a coStui sia “svantaggiato”, e devo aMmettere che iO stessa lo coNsiDero uno dei protagonisti se non il protagonista più carismatico di questa generazione, ma È un po’ come qUei calciatori italiaNi idolatrati dalle folle: fisiCamente gagliardO, un Genio assoLuto nel suo campo e pure dI bell’aspettO, noNostantE non sia proprio il mio tipo.

Quando però vai a vedere cos’ha da dire ti accorgi che, volendo usare un eufemismo, non è esattamente il più sveglio della nidiata (LOL PUN INTENDED). Ti verrebbe pure voglia di maltrattarlo in qualità di supremo maestro di ‘pappapperosonoilnumerounoevoisietetuttiperdenti’, ma poi rosichi sapendo che spiegazzerebbe lui te se solo provassi ad avvicinarti. E ha anche una lama nascosta. MAI mettersi contro qualcuno con una lama a scatto dentro la manica.

Cool-O-Meter: 8 [perché è veramente TROPPO figo, ma considerato tutto sarebbe un 7]

21 marzo: Shibuya

Forse per via dell’ora in cui comincio a muovermi dall’albergo/ostello, una volta uscita dal caldo quasi soffocante della camera mi ritrovo sempre a combattere con un freddo che ha quasi del gelido. Parliamo più o meno delle 7 del mattino, un po’ per evitare la calca nella metro e un po’ per la smania di mettermi subito in moto che mi toglie la voglia di dormire troppo a lungo. Per andare a Shibuya a condurre l’atteso pellegrinaggio di TWEWY (e non solo) mi sono proprio buttata giù dal letto, visto che mi aspetta una quarantina di minuti di metropolitana con uno scambio in mezzo e che ieri ho avuto improvvisamente l’idea di fare colazione direttamente al mitico Starbucks Coffee che si affaccia sull’ancora più leggendario Crossing. C’è sempre da precisare infatti che, se i mezzi su rotaie tokyoti sono di un’efficienza imbarazzante, rimane comunque la questione del quanto si deve rimanere su detti mezzi, visto che i tempi per attraversare una città di queste dimensioni sono necessariamente elefantiaci (Shibuya si trova esattamente al capolinea opposto della linea Ginza rispetto ad Asakusa). Una volta misurata la permanenza sulla metro necessaria ad arrivare a destinazione si capisce anche perché così tanti non abbiano problemi ad appisolarsi comodamente su quei soffici sedili…


L’interno della labirintica stazione di Shibuya, l’uscita del capolinea dei bus e la statua Moyai, tale e quale al suo equivalente in-game

Per ingannare l’attesa, visto che la prima parte del viaggio è sulla linea Hibiya che presenta una densità di fermate decisamente più folta della Ginza (che è anche meno frequentata), mi ascolto qualche traccia sull’iPod, lettore chiaramente in possesso di qualunque giapponese ascolti musica in cuffia a scapito di marche e sottomarche assortite che praticamente non esistono. Anche per entrare nel mood scelgo la colonna sonora del succitato RPG Square Enix. All’arrivo, scopro che la stazione di Shibuya è decisamente caotica, anzi sarà credo l’unica in cui faccio fatica più e più volte a trovare la strada da percorrere anche ripassando, in un’occasione, nello stesso punto, come nei migliori labirinti. Faccio il mio primo incontro con una stazione JR e con il suo verde pisello predominante ovunque appena scendo “al livello del suolo” (si chiameranno anche “chikatetsu”, ossia “acciaio sotterraneo”, ma spesso e volentieri le linee metropolitane di Tokyo preferiscono passare sui ponti come del resto anche altrove e qui da noi), poi, dopo aver occhieggiato le macchine distributrici di Suica, le insegne di una “mostra del cibo” e varie altre più o meno divertenti come il negozio di cosmetici FANCL, cerco di uscire dal varco Hachiko. Tutto inutile: alla fine esco sulla stazione dei bus, quella col Moyai che fotografo immediatamente perché è sputato al gioco, ma qui scatta il colpo di scena. In base alla posizione dei succitati bus e del Moyai riesco a capire in un attimo dove devo dirigermi per raggiungere Hachiko e lo Scramble Crossing e ci azzecco appieno grazie al ricordo della mappa di gioco. Aggiungete 5000 punti nerd al mio indicatore, prego.


Hachiko, una panoramica del Crossing e le saracinesche del centro commerciale Tokyu, che affaccia sulla piazza davanti alla stazione (in TWEWY, il nome è stato cambiato in Shibukyu)

Visto dal livello del terreno, e non leggermente dall’alto come nell’inquadratura di TWEWY o nei filmati dal finestrone dello Starbucks, il Crossing non è nulla di impressionante. Lo dico sempre, io, che le aspettative distruggono le esperienze reali. Non per questo comunque si tratta di una vista disprezzabile: la piazza davanti alla stazione si affaccia su un incrocio di sei vie, di cui un paio tanto piccole da non permettere alle macchine di passare (e infatti non c’è nemmeno l’attraversamento pedonale), tutte sovrastate e sminuite dai torreggianti palazzi che le fiancheggiano e relativa selva di insegne colorate. Proprio dirimpetto ad Hachiko, raggiungibile attraversando le strisce diagonali, c’è lo Starbucks, che fa parte di una grossa libreria-caffetteria. Dopo un po’ di fatica per capire come si accedesse, e passata davanti un paio di volte a una guardia che sorvegliava l’entrata della parte libresca del complesso (ancora chiusa), finalmente mi rendo conto di avere l’ingresso dello Starbucks proprio alla mia destra e m’infilo. Altro grande malinteso con la commessa al banco, dove è possibile ordinare unicamente i beveraggi (ma io c’hoffame!), ma con cui alla fine mi districo pigliandomi un Frappuccino “base” che costa l’ira di nostro Signore Gesù. Me lo porto al piano superiore e cerco, non senza difficoltà, di sedermi al banco che dà sulla vetrata senza star troppo addosso agli altri avventori, beccando purtroppo un posto dove la visuale è parzialmente coperta da una grossa tenda che ripara dal sole nascente in effetti parecchio fastidioso. Beh, non c’è che dire: la vista è comunque fantastica e il Frappuccino regge botta rispetto a quanto dettomi da tutti coloro che l’hanno provato. Il Caffè Zero di Algida è solo una pallida imitazione, qui i granelli di ghiaccio e il caffè sono talmente sottili e ben amalgamati da creare qualcosa di molto più somigliante a una crema che a una granita. Se poi sopra ci si spolverizza un po’ di cacao zuccherato, a disposizione di tutti su vari tavolini assieme alla cannella, allo zucchero grezzo e alla granella di nocciole (tutti i bar dovrebbero mettere a libera disposizione le guarnizioni supplementari e l’acqua come si fa a Tokyo. Insomma, sarò libera di godermi il drink che ho acquistato come più mi pare?), avremo la Morte Sua™ dei caffè. Alla mia sinistra mentre mi spazzolo il Frappuccino c’è un ragazzo che, con una telecamera, non fa altro che filmare i continui scatti del semaforo dell’incrocio, che riversano in strada i pedoni a intervalli regolari. A quest’ora sono pochi, ma mi piace molto anche vedere come sia Tokyo di primo mattino.
    Indugiato un po’ e buttato tutto differenziando i vari rifiuti negli appositi cestini, mi dirigo fuori con l’intenzione di uscire quando, vedendo una coppia di americani che salgono con le ambite cibarie, mi si accende una lampadina e capisco che il bancone con brioche e tramezzini prima della cassa era lì per procurarsi self service le pappatorie e pagare tutto assieme. Invece di uscire, osservo quindi il menu a disposizione e, prima di afferrare un semplice croissant, i miei occhi si posano sul famoso cinnamon roll. Come dir di no? In fondo, di Starbucks a Roma non se ne vedono di certo, quindi questa è l’occasione giusta: ne prendo uno, scoprendo che anziché un semplice pasticcino a spirale è una specie di mini torta alta almeno una decina di centimetri, pago e sto per dirigermi fuori quando mi ricordo che non è il caso di mangiare per strada, oltre a essere scomodo. Meglio far la figura dei matti e tornare su difilato per godersi un altro po’ il panorama che consumare il pasto al freddo: risalgo e mi rimetto al posto di prima, osservando peraltro che chi si reca in un bar o in un ristorante tende a farsi i comodi propri e a rimanere seduto per parecchio tempo dopo aver finito di consumare, per truccarsi (le donne, eh), studiare e trafficare con l’equipaggiamento scolastico o leggersi un buon giornale o pure un libro. Ne approfitto per oziare anch’io un po’ e scrivere il diario di viaggio. Il cinnamon roll, dal canto suo, ha un po’ troppo la consistenza di una merendina preconfezionata, ma io non ho mai disdegnato le merendine preconfezionate e comunque il sapore di cannella si sente, mentre la crema di zucchero e burro spalmata sopra è una di quelle cose che bisognerebbe assolutamente evitare quando si è a dieta (e ho detto tutto).

Fun Fact: Le confezioni giapponesi
Prima di prendere la metro, ero passata al 7-Eleven sotto l’albergo per acquistare un pacchetto di gomme da masticare senza zucchero per la pulizia dei denti “fuoriporta”. Aprendole, mi sono resa conto che potevano essere richiuse perfettamente tramite la ziploc sottostante al taglio, e che in più al loro interno contenevano un blocchetto di carta per avvolgerle una volta finite. Le aperture (e richiusure) delle confezioni giapponesi credo non temano rivali: se un prodotto alimentare è fatto per essere consumato a più riprese c’è sempre un modo per richiuderlo e conservarlo senza dover ricorrere ad aggeggi esterni quali mollette e fil di ferro o diaboliche linguette adesive “apri e chiudi”, mentre ad esempio gli onigiri dei conbini sono contenuti in sacchetti di plastica che, se aperti seguendo il giusto ordine, ti fanno ritrovare la polpetta in mano già perfettamente avvolta da una croccante striscia di nori fino a quel momento tenuta ben separata dal resto. Inoltre, le confezioni degli snack presentano delle piegature per prepararle al sacco della spazzatura e le cose delicate come i dolci tradizionali vengono inscatolate e impacchettate in decine e decine di buste di plastica e carta, fino a essere incartate singolarmente in certi casi: un po’ uno spreco, sicuramente, ma qui la raccolta differenziata funziona quindi non mi sento di protestare troppo.

Se siete in grado di alzarvi un po’ presto la mattina ed è la prima volta che visitate una città come Tokyo, il mio consiglio è fare come ho fatto io durante tutta questa vacanza: avrete così l’opportunità di esplorare le strade e di crearvi una “mappa mentale” con tutti i punti che volete visitare più tardi, anche camminando su e giù per le stesse vie più volte. Mentre la gente è ancora impegnata a raggiungere il posto di lavoro è possibile passeggiare senza troppa folla e prendere nota dei negozi, che aprono tutti, tranne i caffè e pochi altri, a mattino inoltrato. È quello che ho fatto io, considerando che le due principali fermate della giornata (Mandarake e Tokyu Hands, situati praticamente uno davanti all’altro) avrebbero cominciato ad accogliere i clienti rispettivamente a mezzogiorno e alle 10. Dopo aver trovato la mia strada grazie alle mappe, attendo davanti al Tokyu Hands facendo finta di essere lì per caso e guardando più volte la pubblicità del nuovo album di Namie Amuro su un megaschermo sopra la sala giochi Adores (Address). All’interno, quando finalmente il posto apre con codazzo di gente già radunatasi lì attorno almeno una mezz’ora prima, è vietato scattare fotografie, quindi bon. Dovrete contentarvi delle mie parole. Tokyu Hands vende praticamente di tutto nei suoi molteplici piani, che si affacciano peraltro su due insiemi di scale diversi: dalle ferramenta agli utensili da cucina, dalla cartoleria agli articoli per matrimoni e al materiale per il fai-da-te, sono dei veri e propri grandi magazzini e, in quanto tali, l’assortimento è sì molto buono, ma certamente non paragonabile ai negozi specializzati per ovvi motivi di spazio. Ai primi piani si trova subito il settore giocattoli e maschere (qui è Carnevale ogni giorno, evidentemente), dove è possibile anche acquistare gadget ufficiali dello Studio Ghibli e lattine di “Potion” con i personaggi di Dissidia: Final Fantasy in due serie, Chaos e Cosmos, che differiscono per lo sfondo nero o bianco. Ne acquisto una della serie Cosmos, col Warrior of Light e sul lato opposto Garland, come interessante souvenir per Fuoco (visto che per me FF è più o meno l’Anticristo), e nel frattempo mi meraviglio alla presenza di costumi più o meno come quelli che in Italia è possibile trovare negli ipermercati e nei negozi di articoli da regalo attorno a Carnevale, ovviamente in varietà molto più ampie ed esotiche come nel caso di un Fantasma dell’Opera e di una maschera di Obama. I giapponesi, per qualche buffo motivo sul quale non sono stata a indagare, sembrano apprezzare particolarmente il nuovo Presidente degli USA tanto da eleggerlo a mascotte di non si sa bene cosa: ho trovato ovunque richiami allo Yes we can, sue effigi caricaturali, libri chiamati “We Love Obama” (scritto come We Love Katamari) e finanche statue a grandezza quasi naturale. Forse si tratta semplicemente di un modo di fare nipponico, quello di rendere ogni nuovo fenomeno una parata di trovate pirotecniche ed eccessive, oppure non ho ben compreso questa simpatia sproporzionata che non mi pare giustificata da nessun fatto in particolare se non da una generale piacevolezza della figura in questione O_O
    Proseguendo, e glissando sulla sigla della Serie Classica di Star Trek riorchestrata in sottofondo, incontro (ovviamente fermandomi solo nei piani che mi interessano) il reparto cucina. Per più della metà occupato dai bento e dai relativi accessori. Un espositore raccoglie da un lato i bento più seri, per uomini, e dall’altro quelli più classici e fantasiosamente decorati, di tutti i colori, le dimensioni e le forme. Ogni pezzo è esemplificato sul davanti da un box che è possibile esaminare ed aprire per verificare che abbia le caratteristiche ricercate. Io, per cominciare, ne volevo uno dalla classica forma allungata, a due livelli e completo di borsa e bacchette. Non devo cercare a lungo: ne prendo uno nero, decorato con fiori in boccio, che risponde a queste caratteristiche e lo infilo nel cestello. Continuando a girovagare per gli scaffali prendo poi una formina per mini onigiri (update post-utilizzo: è insostituibile e troppo sfiziosa per fare onigiri a grandezza bento. Dico davvero) e delle sushi grass, i separatori ritagliati come cespugli di erba che si vedono spesso negli assortimenti di sushi ai ristoranti. Avrei potuto in effetti procurarmi anche qualche formina per le verdure e per le uova sode, ma se c’è un tipo di bento che non mi piace, incredibilmente visto che tutti li adorano, sono i kyaraben con i personaggi modellati dal riso e le uova sode a forma di faccione di Hello Kitty: tutta roba che mi fa passare l’appetito anziché procurarmelo. Al contrario gradisco le verdure o i kamaboko ben tagliati o sagomati a forma di fiore, decorazioni semplici che danno un’idea di cura e di freschezza. Ma qui è bello anche solo guardare, perché comunque i prezzi del Tokyu Hands sono parecchio più alti della media e ciò nonostante ho fatto una spesa che definirei completa: in uno degli ultimi piani si trova il settore creatività, dedicato a tutte le ragazze che come Shiki di TWEWY amano elaborare abiti personalizzati e decorarli con tante piccole cianfrusaglie. Qui c’è davvero di tutto: dalla pelletteria (con ecopelle colorata in decine di tinte) alle vernici per ogni superficie, dai fili alle piume, dalle spillette alle borchie. È il momento di far la spesa per il cosplay di Lucca, acquisti non preventivati qui ma che avrei comunque dovuto fare a casa. E avrei potuto prendere anche di più se la paura di restare senza soldi e senza spazio in valigia non mi avesse frenato, quindi alla fine mi presento alla cassa con qualche vernice a rilievo per stoffa, una tintura e una catenella. Qui un gentile cassiere mi chiede in giapponese se voglio una busta più grande per contenere tutte le altre che nel frattempo ho accumulato alle casse degli altri piani (a ogni settore bisogna saldare i propri conti, non è possibile pagare gli articoli di un piano in un altro). Come una vera fessa rispondo “non c’è problema” anziché “sì, per favore”, e così una commessa anglofona, pensando non avessi capito, deve ripetermi la questione in inglese perché finalmente io risponda giusto, ovvero che sì, porca paletta, vorrei la busta più grande altrimenti impazzisco. Odio apparire (ed essere) così stordita. -.-

A scansionare il Tokyu Hands è arrivata ora di pranzo e un certo languorino inizia a farsi sentire, visto anche quanto siano perfidi i ristoranti di queste parti che ti diffondono profumi ovunque. La mia fermata per oggi è al curry shop Little Spoon consigliato dal blog Shibuya Crossing, che si trova su Dogenzaka (altra via da visitare per il suddetto pellegrinaggio). È una strada piuttosto larga, in salita, piena di locali chiusi da saracinesche che sono decisamente diverse dalle nostre e danno al tutto un aspetto caratteristico. Localizzare il ristorante non è difficile, basta risalire dalla stazione. L’insegna comunica un bel “Open 24 hours” immediatamente contraddetto da un cartellino “Close” (la D è stata ingurgitata dal Raptor Jesus) sulla porta; il problema è che la fame diventa sempre più insistente. Fortuna che dopo qualche passeggiatina in cerca di un curry shop di ripiego il Little Spoon apre e posso finalmente sperare di assaggiare un autentico curry rice.
    Debbo dire che il posto non è per nulla come me lo aspettavo: dal sito web credevo mi sarei trovata davanti a una efficientissima catena con menu chilometrico e banconi pieni di camerieri e di clienti. Invece si trattava di una stanzina molto piccola con cucina a vista, menu di sole tre varietà scritto su una lavagna e un solo bancone lungo contro il muro, sistemazione tipo di molti locali della città. Anche qui bevande libere e possibilità di rafforzare il gusto del curry con fettine di peperoncino. La mia scelta è ricaduta su pollo e verdure e posso dire ormai senza ombra di dubbio che si tratta di una delle mie pietanze preferite non solo nella cucina giapponese ma proprio in generale. Una volta abituati al piccante è proprio dura resistergli… [Nota: ho scoperto con una più attenta ricerca su Google che il posto ha traslocato e ha cambiato gestione nell’ultimo anno, trasformandosi nell’ombra di se stesso. La solita sfiga -.-]


Il curry viene servito in scodelle ellittiche piuttosto capienti, perfettamente ripartite a metà tra brodo e riso

Dopo pranzo e prima di avventurarmi nel Mandarake entro nella prima sala giochi giapponese del viaggio. È targata Sega, ma non si chiama Club Sega né ha il classico colore rosso di questi ultimi. Esistono tantissime varietà di sale giochi, nel senso che a parte i Taito Arcade e i Club Sega, che sono catene, si trovano insegne coi nomi più strani pur se sempre sponsorizzate da queste due onnipresenti aziende. Personalmente non nutro grande interesse per questi luoghi, soprattutto perché spesso due piani su cinque sono occupati da slot machine e altri “medal game” (come vengono chiamati qui i giochi “d’azzardo”, il cui utilizzo è precluso ai minori di 16 o 18 anni previa esposizione di un bellissimo segnale di divieto su un’uniforme scolastica maschile) e perché comunque salvo eccezioni si tratta più che altro di multiformi centri d’intrattenimento non necessariamente dedicati ai videogiocatori incalliti come invece ce li figuriamo: questo in particolare, situato più o meno davanti allo Shibuya 109 (il che è tutto dire), ha sul davanti un bel negozio di crêpe chiamato Kureepu Ojisan (o Monsieur Crêpe) e un ristorantino di Bakudama (una sorta di canederli cinesi) annesso. Al primo piano si trova sempre una selva di UFO Catcher che mettono in palio gli oggetti più strani: in questo caso, trovandoci in una delle zone più glam di Shibuya, soprattutto peluche e snack, anche se altrove, come ad esempio addentrandosi nel quartiere o spostandosi del tutto ad Akihabara, si possono rinvenire curatissime action figure di robot e personaggi rigorosamente femminili. Sì, avete letto bene più sopra: un numero sorprendente di UFO Catcher è dedicato a Kit Kat e dolciumi affini, così che sia la sorte o la propria stessa abilità a decretare se si farà o meno spuntino. Oltre poi a piani interi di purikura troppo, troppo patinati per i miei gusti (con gruppi di ragazzine che assumono pose improbabili dietro le tendine), nelle parti dedicate ai videogiochi veri e propri scovo quasi sempre file e file di cabinati di Gundam: Senjo no Kizuna, sogno bagnato di tutti gli otaku a ponente, e altri che mai e poi mai vedremo qui, inclusa una vera invasione di House of the Dead in ogni salsa. E per il grafomane che è in alcuni di noi, persino un raro coin’op di Typing of the Dead!


Rosicate: cabinati di Senjo no Kizuna (all’estrema sinistra) di cui a me non importa un beneamato fico secco e magari invece a voi tantissimo. Eh, le ingiustizie della vita…

Deve passare un’altra oretta o giù di lì prima che mi introduca nel primo luogo veramente, ma veramente nerd dal mio arrivo a Tokyo. Mandarake Shibuya è sotterrato al piano BX all’ennesima del BEAM Building, nel senso che prima di arrivarci bisogna scendere così tante rampe di scale che sembra quasi di sentire il calore provocato dall’avvicinarsi al centro della Terra. Dunque, questa non dovrebbe essere una delle sedi più fornite della catena Mandarake, almeno a rigore: ebbene, ci si potrebbe passare un intero pomeriggio senza riuscire a vedere tutto quello che c’è. Come primo impatto è quasi troppo, abituati come si è ai rachitici assortimenti delle fumetterie italiane, e vien quasi voglia di non vedere più altro per giorni e giorni causa indigestione; poi, continuando a visitare i negozi di fumetti, ci si accorge che questa non è che la punta dell’iceberg. Mandarake Shibuya tratta l’usato e vende, oltre a valanghe di manga anche vintage e dojinshi, anche videogiochi, colonne sonore e una piccola selezione di articoli da cosplay tra cui delle magnifiche parrucche. In una vetrina scorgo uno scatolone di Fire Emblem: Thracia 776 in edizione speciale e SGGG (uno dei miei grandi rimpianti è non essermelo portato a casa per scarsità di soldi >_____________< ), in un’altra un Gyakuten Meets Orchestra a 5000 yen, e tra gli scaffali i tanto sospirati volumi mancanti di Five Star Stories e la serie completa di Asaki Yumemishi di Waki Yamato. Ma qui scatta il lato rigoroso e rompip**** della mia ricerca, ovvero la precisa annotazione di tutti gli articoli presenti nella mia lista acquisti con tanto di prezzo comparato nei vari negozi, tanto per fare la collezionista precisina che cerca di spendere il meno possibile per il pezzo che vuole. In realtà, anche per evitare che gli acquisti vadano fuori controllo e finiscano per mettermi faccia a faccia con pesantissimi problemi al controllo bagagli durante il check-in del volo di ritorno. Però tra le dojinshi non posso non ravanare allegramente: sono così piccole, sottili ed economiche, non più di 200 yen per un albo che qui costerebbe almeno 14 euro… e soprattutto, essendo usate, se ne trovano di dedicate a fandom improbi et oscuri. Tra una vergognosa preponderanza di slash Luke/Guy e Asch/Luke riesco comunque a beccare qualcosa sul quartetto di Keterburg (parlo di TotA, maledetti infedeli!), la prima e unica dojinshi di Baten Kaitos che abbia mai visto e che credo vedrò mai e pure alcuni volumi su Xenogears, che non potevo certo lasciar lì soli soletti e abbandonati in attesa di una nuova padrona. Potrei già morire felice, ma non certo prima di Akihabara e di aver confrontato i prezzi con altri negozi, per cui pago e torno in superficie. C’è ancora una bella fetta di pomeriggio da dedicare a vagabondaggi senza meta, per cui m’infilo in altre sale giochi a oltranza, in un Book Off dove le guide strategiche per videogiochi sono praticamente situate all’entrata (e questo dovrebbe dirla lunga sulla loro importanza commerciale), in un Bic Camera da cui però esco subito perché di cellulari e affini non è che m’importi granché. Il giro dentro Mandarake mi ha talmente stordito che sento il bisogno di riprender fiato e così decido di tornare ad Hachiko, che di pomeriggio somiglia sostanzialmente a una bolgia infernale di ragazzi (e adulti) che fotografano coi cellulari la statua e attendono gli amici. Mentre riposo qui seduta, su dei tubi di ferro sistemati orizzontalmente a mo’ di panchine attorno alle aiuole, la gente in questo piccolo spiazzo cambia almeno cinque volte e io intanto annoto tutto quello che mi passa per la testa (e che non riscriverò qui per non allungare il resoconto con considerazioni che spezzerebbero solo il filo del discorso, già fin troppo lungo). Mi sembra di capire un po’ meglio quel che le persone si dicono, anche se forse è solo perché la gran parte sono giovani che parlano un linguaggio più semplice e veloce, spezzettato come siamo abituati a sentirlo negli anime o a leggerlo nei manga. Ragazze e ragazzi sono sì molto modaioli, ma non al punto da essere grotteschi: sono solo molto curati e potete scordarvi che vi siano tra loro l’equivalente dei coatti o dei supercafoni. A parte che ciascun gruppo si fa bellamente gli affari propri e non interagisce con tutti gli altri, nessuno va più in là di qualche risata in compagnia. Non sono, insomma, chiassosi o eccessivi, ma semplicemente molto appariscenti, concentrando nel loro aspetto l’espressione di sé anziché nel fare la voce più grossa degli altri. O almeno, questo è quello che io da occidentale vedo e che mi sembra emanare da qui.
    Assieme a tutto questo, faccio anche dei rapidi calcoli per la cena/non cena, nel senso che anziché fare grossi pasti in corrispondenza con le ore che più o meno noi dedichiamo a pranzo e cena ho deciso di attenermi alle usanze locali e di fare solo piccoli spuntini sempre piuttosto sul presto. Vado quindi in un ristorante di ramen, Haikara Shokudo, proprio sotto il ponte delle ferrovie. È uno di quei fantastici posti in cui, inserendo i soldi in una macchina all’entrata e premendo il bottone del piatto o del menu desiderato, si viene serviti all’interno semplicemente consegnando il biglietto ottenuto e sedendosi al bancone. Adoro questo sentore di localino “espresso”, in cui ci si siede senza troppe cerimonie al banco davanti ai cuochi che ti porgono il piatto non appena è pronto, nel frattempo versandosi acqua fredda a volontà dalle brocche. Ordino un semplice piatto con quattro gyoza, ovvero ravioli alla piastra cinesi, che arrivano con una bustina di salsa. L’esterno croccante racchiude un ripieno del tutto simile a quello dei ravioli al vapore serviti nei nostrani ristoranti cinesi, quindi non può che piacermi un totale. Perché mangiare così poco? Semplice: perché dopo verrà una di quelle magnifiche crêpe di cui parlavo qualche paragrafo più su. Adoro le crêpe a livelli impossibili e quelle che vendono a Tokyo sono semplicemente speciali, diverse da qualunque cosa si possa trovare in una crêperia italiana. Sono dei ventagli ripieni di una quantità di ingredienti che si uniscono assieme a formare versioni “a portar via” di cibi dolci o salati al piatto, come il tiramisù o la torta di mele ma anche l’insalata di patate o il chicken katsu, o semplicemente robe troppo buone per essere vere. Certo può capitare che il ripieno non sia nemmeno lontanamente abbondante come viene raffigurato nelle incredibili riproduzioni plastiche “spaccate”, che mostrano ciuffi di panna ed enormi palle di gelato innaffiate di crema pasticcera e altri ingredienti, ed è quello che puntualmente capita a me: direttami verso una “Hot Apple Pie” con crema, mele cotte, briciole di cialda e cannella (lascio a voi il piacere/la tortura di immaginarvi il sapore, e lo so che son crudele), non la ritrovo straripante come appariva dalla figura, ma comunque paradisiaca tanto da farmene desiderare un’altra subito a seguire. Non la prendo, ma non fate come me: non diventate dipendenti dalle crêpe giapponesi o sarà troppo difficile staccarsene!


Cosplay nella vetrina di Mandarake (unica foto dell’interno che sono riuscita a scattare, e dall’ingresso), esibizione di crêpe e dei gyoza che stanno per scomparire dal piatto

Prima di rientrare mi creo una Pasmo, ma solo perché non riesco più a rintracciare lo sportello automatico per la Suica (che, come scoprirò nei giorni a seguire, mi sarebbe stata decisamente più utile in quanto può funzionare sia su JR che Metro e in più vale per pagare in vari negozi e distributori automatici). E una volta tornata in albergo, la sera e prima di infilarmi nel futon, mi sembra di sentire uno dei versi che si odono nella notte di Hyrule in Ocarina of Time. Soggiornare in Giappone per un nerd vuole davvero dire soggiornare in almeno un’altra decina di mondi immaginari, tutti ovviamente nati sulle sue sponde.

Ecco qui la galleria completa delle foto scattate il 21 marzo: http://s110.photobucket.com/albums/n112/Shari_RVek/Giappone%20marzo%202009/21%20marzo%20Shibuya/

Cut, cut, cut

In difesa delle sequenze d’intermezzo
Una scena d’azione, un dialogo brillante, una panoramica struggente, un’espressione intensa: le scene d’intermezzo possono servire a molti scopi, non ultimi ricompensare il giocatore dopo una sessione di gioco e motivarlo ad andare avanti. Basta usarle con senso dell’opportunità

Il sottotitolo si presta a facili equivoci, dunque diciamolo subito: non intendiamo sostenere che essere interrotti ogni cinque minuti da una cut scene mentre si gioca sia bello o desiderabile. È terribile, in effetti; forse, però, è eccessivo anche invocarne la scomparsa totale e definitiva dovunque. Ci si scaglia periodicamente contro giochi che sono “tutti una sequenza cinematografica”, e anche gli editorialisti della stessa Game Pro non sono, di recente, stati gentili con i filmati dei videogiochi. Molto meglio, in poche parole, avere dialoghi e scene scriptate che fluiscano con l’azione senza metterla in pausa, lasciandoci il privilegio di essere registi e protagonisti assieme come in un Half-Life 2, un BioShock o un Assassin’s Creed: in fondo nei videogiochi bisogna giocare, interagire, non stare a guardare.
    Esistono, questo è indubbio, titoli che sarebbero migliori, di molto o di poco, se venissero loro resecate chirurgicamente tutte le cut scene (Mario Galaxy e la sua goffa apertura, ad esempio), ma per chi vuol anche raccontare una storia oltre a tutto il resto la soluzione di lasciar sempre il controllo della situazione nelle mani del giocatore potrebbe non essere ‘buona per tutte le stagioni’.
    Se la sequenza d’intermezzo non è usata come una facile scorciatoia, ma piuttosto mostra al giocatore il risultato ‘drammatizzato’ dei suoi sforzi e del suo avanzamento lungo il gioco, essa ha di fatto il potere di suscitare un senso di ricompensa e di creare ulteriori motivazioni per proseguire ancora. Quando, di contro, non si smette mai di muoversi all’interno del mondo di gioco, la sensazione può diventare quella di dover essere perennemente all’erta. Non si rischia in questo modo di ritrovarsi semplicemente ad assistere alla solita cut scene con l’onere aggiunto di dover controllare a mano la visuale, scalpitando con impazienza in attesa di tornare ad agire di nuovo liberamente? Se ogni sequenza e dialogo fossero così, non staremmo semplicemente barattando una cosa per l’altra senza trarne particolari benefici? Il videogioco è un medium complicato, e sovraccaricarne l’interattività con troppe nozioni e compiti da portare a termine può sortire effetti contrari a quanto voluto.
    Detto questo, vorremmo comunque stilare una piccola wish list sulle cut scene: non vederci togliere di mano il controllo quando le cose si fanno interessanti da giocare (ogni riferimento a Devil May Cry 4 è del tutto intenzionale) e poter mettere in pausa i filmati per poi decidere se saltarli o meno. È tanto difficile accontentarci?

[Da Game Pro 011]


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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