Pssst… there really was a cake!

Certe volte il videogioco è davvero bello se dura poco. In generale è più bello se dura il giusto, e se Portal fosse durato di più forse avrebbe perso parte della sua qualità di capolavoro: avrebbe sforato, molto semplicemente, abusato del suo tempo. Ma quando lo finisci ti senti sia soddisfatto della tua intelligenza per averlo finito, sia un po’ triste perché è già concluso (a meno di non voler sadicamente prolungare l’inferno di Chell mediante i test avanzati).

Il lavoro di Valve è chirurgico. Chirurgico nella sua estetica, bianco sterilizzato affiancato ad altri colori violentemente puri finché l’inganno di GLADoS non si svela mettendo a nudo gli ingranaggi sotto la patina di pulizia, chirurgico come la precisione che esige dal giocatore, chirurgico nella narrazione implicita che non sbava e non invade mai ambiti che non le sono consoni, chirurgico nel sistema di gioco che non contraddice mai se stesso, scontro finale incluso. Portal è un gioco di riflessione, anche se pure di tempismo: le battaglie pirotecniche non sono nella sua natura, sostituite dalla necessità di usare il cervello in ogni singola occasione perché noi giocatori siamo comunque indifesi di fronte alle pallottole delle torrette. Dobbiamo agire in fretta, aggirando i problemi anziché affrontarli di petto.Portal ha un senso degli enigmi molto zeldiano. Prende un’idea, introducendola dolcemente nel tessuto di gioco nella sua forma di base, e poi la guarda da ogni prospettiva per riproporla progressivamente spogliata di ognuno dei punti fermi che speravamo di ritrovare, spostando sempre più in avanti il traguardo.La storia si ricostruisce tramite i dettagli dello scenario che possiamo osservare o saltare completamente in caso volessimo concentrarci soltanto sul gioco: un esempio di narrazione a punto di vista paritario (con conoscenze condivise tra protagonista e fruitore) con un’esposizione possibile solo in questo medium. È una trama quasi matrixiana sotto certi aspetti, con l’umano che si rapporta alla macchina e squarcia il velo dell’utopia eufemistica che gli è stato posto davanti agli occhi, andando oltre la voce artificiale che aveva costituito fino a quel momento l’unica sua fonte (pur distorta) di informazioni. Come bonus, Portal risulta totalmente privo dell’epicità in salsa mistico-new age cyberpunk che contraddistingueva l’altra opera citata per preferire un senso di divertita causticità. Non c’è una frase dell’ambigua GLADoS che non possa essere considerata degna di entrare in un ipotetico libro raccolta di citazioni videoludiche memorabili; dopotutto, anche in questo sta l’intrattenimento, nel generare ilarità con trovate e battute brillanti, al limite della metareferenzialità. Portal ha una meccanica ludica solida e capace di reggersi sulle proprie gambe, ma se gli fosse mancato il carattere dell’antagonista, vero personaggio chiave del background, ho i miei forti dubbi che adesso staremmo parlando del capolavoro che invece ci troviamo tra le mani. Quindi, per l’ennesima volta, vediamo di non disprezzare tutto quello che non è gioco nel più puro senso del termine.

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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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