Archivio per ottobre 2009

Ass kickers unite!

Quanto tempo era che i primi minuti di un gioco non mi facevano cadere in un profondo innamoramento, un colpo di fulmine digitale di quelli che ti fanno bramare di passare ore e ore con l’oggetto del tuo desiderio?
    Di solito, quando questo accade, è difficile scomporre e razionalizzare i motivi. Neanche sono quest’appassionata fruitrice di metal, power o heavy che sia, o bazzico le lande del fantasy sanguinolento e dei roadie. Ma questa è un’opera che prima di tutto parla con la lingua della genialità dei suoi autori, praticamente i Tenacious D del videogioco: Tim Schafer e Jack Black, una coppia che insieme fa sfracelli.
    Guardando l’intensità delle prime battute di Brütal Legend e la sua intro che è una cascata di battute, di perculamenti, di trovate e anche di citazioni (per chi al contrario di me mastica cultura metal e mangia pane e Judas Priest al mattino), nonché il suo sistema di gioco asciutto e appagante, ho riflettuto su una cosa che in realtà penso già da molto. Scrivere sceneggiature e storyboard dettagliatissimi, obbedire a tutti i dettami di un incipit professionale e utilizzare tutti gli appigli all’attenzione del giocatore descritti nel proprio manuale non ha nessun senso e non basta. Ci vuole il talento, bisogna conoscere e amare la materia trattata con ogni atomo del proprio corpo e a quel punto la passione si trasmetterà spontaneamente al proprio lavoro, anche e soprattutto se non dovesse essere realizzato proprio ammodino ma procedendo per istinto. Non è che tutto debba o possa avere la scintilla in sé, ma la netta distinzione di un’opera che ne è fornita da una che ne è priva si gioca esattamente in questo campo: l’amore per la materia. La differenza tra il pur ottimo Uncharted 2 e il più sporco ma decisamente più brillante Brütal Legend, perfetti per il testa a testa anche in quanto usciti nella stessa settimana, è emblematica: il primo formalmente preciso e senza sbavature, hollywoodiano e quasi vergognoso di essere un videogioco, il secondo polposo in ogni istante, appagante e viscerale a ogni pressione di pulsante. E spettacolare, nonostante non rinneghi mai nemmeno per un istante la propria natura centrale: una vera esperienza multimediale in cui piglio cartoon-cinematografico, musica, illustrazione e videogioco si incontrano al loro massimo. L’ho appena cominciato, ma trepido nell’attesa di vederlo dispiegarsi davanti a me.

Last but not least: c’è uno dei pochi personaggi femminili videoludici (e non) di cui dica spontaneamente che è una gnocca pazzesca.

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22 marzo 2009: Harajuku

Visto che ormai l’avevo scritto, lo pubblico… 
Sono stata crudelmente ingannata dal bel tempo (e dal caldo) del giorno addietro, a Shibuya, che hanno condotto a una domenica grigia e imbronciata non proprio ideale per escursioni in luoghi d’interesse storico-culturale, come d’altronde avevo già avuto modo di constatare ad Asakusa. Proprio qui passa il primo pit-stop della giornata, per fare colazione al Kohikan, una caffetteria notata scorrazzando per Kaminarimon-dori e a cui avevo giurato di fare una visita per gustare l’invitantissimo Ichigo Hotcake Set (set con pancake alla fragola). Non ho mai mangiato finora una frittella all’americana e, se mi ci mettono le fragole sopra, vuol dire che non posso proprio più rimandare il grande evento. Esco dalla stazione e m’incammino senza poter fare a meno di notare grandi allestimenti e poliziotti che si preparano a transennare gli attraversamenti pedonali così da garantire l’incolumità dei cittadini durante l’attraversamento dei partecipanti alla Tokyo Marathon.All’ingresso nel locale, curato ma non esclusivo, una gentile signorina che dev’essere la caposala ovviamente mi accoglie sorridendo e profferendo in omaggio alla mia evidente gaijinitudine un enigmatico e anche un po’ inquietante “smoking or no smoking?”. Prego ripetere, non computa. Alla terza (o forse era la quarta) volta finalmente capisco che sta chiedendomi se gradisco sedermi in area fumatori o non fumatori: ah, distinzioni d’altri tempi. Non c’è poi molta differenza, comunque, tra due zone della stessa stanza separate soltanto da un cordone senza traccia di vetrate o paravento, ma basta il pensiero. La caposala/cameriera mi porge il menu in inglese, scorro con rapida occhiata e noto l’illustre assenza dell’offerta sul cartonato che mi aveva spinto a entrare. Ma io ho l’asso nella manica e non riusciranno tanto facilmente a nascondermi i loro segreti da rito misterico d’iniziazione: afferro il cartoncino promozionale poggiato sul tavolo e in giapponese molto basic do prova di saper leggere quel che c’è scritto sopra. Ottengo una manciata di punti karma positivo non appena la cameriera s’illumina d’immenso rendendosi conto che non dovrà necessariamente spiccicare le quattro o cinque parole d’inglese che ha imparato a scuola [a raccontarlo adesso ho avuto come un flash dell’aula di inglese inutilizzata alla Yasogami High School…].
 
Insomma, com’era il pancake? Lo vedete nella foto qui sopra, affiancato sulla destra da un bel beverone di caffè freddo on the rocks che faceva parte del set e sovrastato da fragole a fette, marmellata di fragole e una pallina di gelato alla vaniglia con una fogliolina di prezzemolo (?). Per articolare: ogni pezzo di soffice pancake si poteva accompagnare a gusto con il sapore fresco e acidulo delle fragole, con la cremosità della marmellata o con una cucchiaiata di dolce gelato alla vaniglia. Cattivo non poteva matematicamente essere, pena l’implosione dell’intero pianeta Terra.
 
È magnifico, comunque, stare sulla metro senza pensare a niente se non alla stazione dove scendere, completamente affidati alla precisione impeccabile del servizio, a guardarsi intorno e non vedere altro che vagoni immacolati e tappezzati di pubblicità demenziali, piene di testi caotici e completamente random, o gente seduta sulle poltrone foderate che ciondola per il sonno, o i gruppuscoli di scolari vestiti tutti uguali manco fossero boy scout. Allo scambio prendo la Marunouchi Line, le cui banchine sono buffamente chiuse da una barricata che diventa scorrevole nei punti di apertura delle portiere del treno, per raggiungere Shinjuku-sanchome. Qui dovrebbe trovarsi l’Hanazono Jinja che, a detta di una delle mie guide, la domenica dovrebbe ospitare un mercatino delle pulci. È anche l’occasione per dare un’occhiata a Shinjuku di giorno, in un angolo decisamente più abbordabile della media del quartiere. E questo a pochi passi, m’è stato detto, dall’arcata di Kabuki-cho (tutte le strade importanti sono sovrastate da un’arcata che ne riporta il nome, realizzata con lo stile che caratterizza la zona).
 
Non ho però considerato un fatto: che il centro di Tokyo a partire da Asakusa è attraversato dalla Tokyo Marathon, di cui avevo visto poc’anzi i preparativi. Questo vuol dire che verso le 10 del mattino un’onda umana di maratoneti si riversa sulla strada e non c’è modo di attraversare: la gente è raccolta sui due marciapiedi opposti, più numerosa in prossimità dei passaggi pedonali perché come me in attesa di poter passare dall’altra parte… dove si trova, manco a farlo apposta, l’ingresso dell’Hanazono Jinja. Non c’è nulla da fare se non attendere pazientemente che tutta la fiumana passi oltre e divertirsi, nel mentre, a osservare gli stessi corridori che vengono incitati dal pubblico, con infiniti ‘ganbatteeee!’ urlati qui e lì. Questa gente corre così da Asakusa e forse anche da prima, un quartiere che ho impiegato più di mezz’ora a lasciarmi dietro con la metropolitana. Alla fine, come il rinoceronte rimbecillito di Jumanji, passa l’ultimissimo partecipante con enorme stacco rispetto a tutti gli altri e viene salutato da un altro, solitario ‘ganbatte’ prima che i poliziotti tolgano finalmente le transenne e riattivino il cappio di semaforo. Posso così passare sotto il torii per notare quasi subito che il cortile del santuario, già da lontano, è un po’ troppo tranquillo per ospitare un mercatino delle pulci. Non c’è una sola bancarella in vista, né gente che vada con me in quella direzione. E infatti, tutto tace nel deserto e nella desolazione, senza l’ombra di mercatini piccoli o grandi. L’unico rumore persistente è il gracchiare dei corvi che si danno congresso da queste parti, decisi a non tradire anni di stereotipi.
 
Tutto sommato si tratta di un bel posto, di un angolo tranquillo di Tokyo. Su un lato del cortile di ghiaia scura, che si ritrova in tutti i santuari shinto, c’è l’altare vero e proprio in cima a un’alta scalinata, con l’enorme ricettacolo delle offerte in primo piano. Chi viene qui per richiedere servigi ai kami vi getta delle monete, suona la campana e batte due volte le mani prima di congiungerle in preghiera, inchinandosi. Sulla destra si trovano gli uffici dove gli addetti vendono amuleti, omikuji ed ema votivi, appesi a delle apposite rastrelliere così come le file di oracoli di cattiva sorte annodati allo stesso modo che nei templi buddisti, che come sappiamo non fanno poi eccessiva differenza per un giapponese che vuol richiedere fortuna e salute per sé e parenti/amici. C’è un torii anche direttamente di fronte all’altare, ovviamente, e da quei pressi si trovano due vecchi guardiani e un angolo di giardino con una statua e un alberello di ciliegio in fiore. Quindi sì, alcune specie di ciliegi son già fiorite.Accantono la vista panoramica di Tokyo dal Metropolitan Government Building per scarsa voglia di cambiare da Tokyo Metro a Toei (che mi costringerebbe a pagare un altro biglietto senza poter usare la Pasmo) e mi reco spedita da qui direttamente a Meiji-jingumae, nel cuore di Harajuku, per immergermi nella folla di Takeshita-dori e nella quiete del Meiji Jingu e dello Yoyogi-koen. La linea prescelta per il trasbordo, incrociandosi comodamente con la Marunouchi, è la Fukutoshin, talmente nuova da non figurare nelle guide che ho acquistato né in nessuna mappa delle linee metropolitane da me scovata online. Solo dopo essere scesa con mio grande sconcerto a Shibuya, fermata successiva alla mia nonché capolinea in quella direzione, mi rendo conto osservando le timetable dei treni che uno ogni due è un espresso e salta le fermate. Detta stazione di Shibuya, immensa e credo lontanissima dalla porzione deputata alla linea Asakusa, profuma ancora di nuovo; gli impianti, le scale mobili, tutto è lindo e privo di qualsivoglia segno dell’usura del tempo, comunque già difficile da trovare in giro per le metropolitane di Tokyo ma qui completamente assente.
 
Ovviamente non mi muovo dalla banchina, consulto la tabella degli orari e do un’occhiata al display, che mostra sempre i prossimi due treni in arrivo specificando anche la loro natura di espressi o di corse complete, cosa che non avevo notato pensando si trattasse di una normale linea metropolitana. All’uscita dalla stazione di Meiji-jingumae mi perdo. Non nel senso che non riesco più a ritrovare il filo del percorso fatto, ma per un’interpretazione sbagliata della mappa e della zona d’uscita della metro, riferita a una linea che non era quella da me appena presa. Per questo motivo scendo giù per Omotesando, in direzione Shibuya, pensando che ben presto mi sarei ritrovata alla mia destra l’inizio di Takeshita-dori, e ripercorro lo stesso pezzo per altre due volte in preda allo sconcerto e a capogiri sempre più forti; nel processo passo anche oltre un palazzo di vetro con pareti dalle strane inclinazioni, probabilmente prodotto della stravagante pratica architettonica locale (o di qualche stravagante artista occidentale che ha scelto Tokyo come luogo d’elezione per le sue assurdità, come per la Cacca d’Oro di Asakusa). L’onnipresenza dei conbini si rivela provvidenziale per curare il mio improvviso calo di pressione. A pochissimi passi dalla stazione c’è un SunKus, la catena dell’inspiegabile K che cammina. Sorvolo con molto sforzo sulle confezioni di caffè freddo e frappuccino Starbucks e mi oriento su un succo d’arancia 100% (che non è arancia al cento per cento nemmeno a pagarlo un sacco di galeoni), uno yogurt probiotico simile a quelli che si trovano anche da noi e poi il mito di anni e anni passati a leggere e rileggere fumetti e libri dedicati alla vita quotidiana giapponese: una confezione di Men’s Pocky, i mistici Pocky ricoperti di cioccolata amara considerati perfetti per gli uomini sopra i trent’anni, che a detta di tutti non amano i sapori eccessivamente dolci. Ma quant’è bello che ogni singola fascia di potenziale utenza, di qualunque età, sesso e preferenza, abbia il suo prodotto dedicato? È bello anche perché le aziende giapponesi proprio non si lasciano scappare nemmeno un’occasione per attirare nuovi clienti, ma proprio quest’attenzione all’aspetto commerciale coltivata attraverso l’ascolto delle esigenze altrui permette la capillarità dell’offerta che tanti ammirano, anche in campo di fumetti e videogiochi.
 
Dopo essermi concessa una pausa riflessione, donc, tutto si schiarisce. Stavo camminando in direzione opposta rispetto all’incrocio con Meiji-dori, che va attraversato costeggiando la stazione JR di Harajuku (che per qualche motivo è stata realizzata in stile primi del novecento). Le ampie strade, evidentemente nate per ospitare il tipo d’ambiente più rigoroso e formale che ci si aspetterebbe nelle vicinanze del maestoso complesso del Meiji-jingu, sono fiancheggiate da colorati chioschetti di crêpe, negozi d’abbigliamento per ragazzi e ragazze punk-dark-rock (e pure un po’ emo) e family restaurant che si alternano a chiassose trattorie e fast food. Dalla via della stazione di Harajuku si diparte Takeshita-dori, una discesa strettissima ingombrata di persone e di ombrelli su cui si affacciano, anche accalcandosi gli uni sugli altri, innumerevoli negozi e ristoranti. Un vero delirio, una specie di fiera permanente (quest’impressione mi si è ripresentata più volte nel corso del viaggio, per più zone di Tokyo) di mise carnevalesche. Tutti gli abiti in vendita hanno il sapore alla buona della sartoria arrangiata e fai da te, un effetto che probabilmente è intenzionale e ricercato e in linea con i prezzi esorbitanti, da pezzo unico. Ci sono bustini e maglie a righe orizzontali viola e nere, zeppe spaventose, collari e polsini borchiati e spuntonati, completi stramicioni per ragazzi con cravatte a nastro tipo Le Iene e camicie di fuori. Ma anche pizzi e lazzi da gothic lolita e vestiti da majokko in piena regola esposti vicino a moda da drag queen. E tutta questa punkitudine e darkettosità (solo di facciata, chiaro) è inframmezzata dalle vaporose tinte rosa pastello dei negozietti di crêpe che espongono le loro diaboliche vetrine di riproduzioni davanti a cui tutti, volenti o nolenti, si fermano. E proprio passando per un vicoletto su cui danno ben due crêperie sistemate una davanti all’altra si arriva al Togo Jinja, secondo santuario shinto della giornata. Questo ha un’aria decisamente più elegante e sostenuta dell’Hanazono, tutto sui toni del rosso e del bianco: qui dominano il verde scuro e i colori naturali del legno, ogni tanto ravvivati da un tocco d’oro. Ma ovunque c’è l’onnipresente ghiaia scura per terra.
 
Per farsi strada tra la folla di Takeshita-dori si è fatta più o meno ora di pranzo, che avevo già deciso dove passare prima ancora di partire: in un ramen shop chiamato Kyushu Jangara, un locale piuttosto piccolo e affollatissimo sulla traversa della via della stazione. È difficile mancarlo, anche se si trova al secondo piano dell’edificio, perché il noren giallo all’entrata attira l’occhio esplodendo alla vista come un disco solare. Si può salire sia dalle scalette sul davanti che introducendosi nella scalinata interna alla sinistra del locale. Qui si è già formata una discreta fila, gestita ovviamente in modo impeccabile dal personale: a chi mano a mano si avvicina all’ingresso viene prima domandato il numero di posti a sedere, poi porto il menu, presa l’ordinazione e infine chiesto di attendere seduti in una saletta d’attesa. I camerieri urlano gli ordini degli avventori e in tutta la saletta regna un chiasso impossibile ma molto divertente: come in tutti i ristoranti simili si può mangiare al banco, dove quasi tutti sono sistemati, guardando direttamente i cuochi che si affaccendano e porgono ciotoloni di ramen che vengono poi divorati tra infernali risucchi, imitati con gran gusto e abilità dai turisti ammeregani ma che io non ho ancora imparato a replicare per bene. Prendo il piatto di stagione, disponibile fino a esaurimento scorte: Spring Jangara Ramen, noodle con verdure assortite affogati in un brodo bianco, denso da non far vedere il fondo della ciotola e pieno di ciccioli, cioè di qualcosa che somiglia molto a una loro versione giapponese. Una piccola (piccola?) trasgressione non è poi la fine del mondo, specie se stai girando anche per provare sapori che hai sempre solo sognato.
 
Il tempo, pur non peggiorando troppo, continua uggioso a rovinare la bellezza del panorama, cosa che diventa particolarmente grave quando decido di varcare il meraviglioso torii ligneo del Meiji-jingu insieme a decine e decine di altri visitatori, molti dei quali occidentali: si tratta di una delle zone a più alta concentrazione di turisti non autoctoni da me viste durante l’intero viaggio. Non ci vuole un genio per capire perché: la zona, tanto per auto-etichettarmi a vita come turista-pecora inseguente il gregge, è segnalata ovunque come meta turistica irrinunciabile e, non appena entrati nel fitto del parco, appare chiaramente come una versione orientale delle nostrane riserve boschive, di quelle ovviamente complete di siti d’interesse storico-culturale al loro interno. Non mi dilungherò nella stesura di un background ad uso e consumo dei gentili lettori perché siamo già a quattordicimila battute e perché spiegazioni decisamente più autorevoli ed esaurienti si possono trovare veramente ovunque. Dirò solo che sono rimasta profondamente impressionata dal luogo nonostante l’esagerata compostezza da cartolina, che la passeggiata per le viuzze del parco è stata molto rilassante, che dei visitatori statunitensi hanno ben pensato di giocherellare col mestolo per l’acqua della purificazione sì da scattarsi divertentissime foto assai poco rispettose del luogo e delle relative usanze e che all’interno del santuario Meiji vero e proprio stava svolgendosi un matrimonio shinto in piena regola, con la sensale che accompagnava una sposa abbigliata con il classico kimono bianco con copricapo e il kannushi in testa alla processione. Foto sono state scattate dagli astanti, ma nessuna ovviamente poteva eguagliare lo scatto di gruppo conclusivo con tutti gli invitati alla cerimonia, che sono saliti su un palchetto formando una struttura perfettamente stratificata mentre un’addetta sistemava le pieghe del kimono della sposa con snervante precisione. Sul serio: sarà stata almeno dieci minuti buoni a spostare la stoffa, tanto che non ho capito come facessero tutti gli altri soggetti della foto a restarsene immobili (spezzando la composizione al massimo per pettegolare col vicino di posto) nel frattempo.
 
Ora, per creare il contrasto ideale, la cosa migliore era ovviamente passare dall’altro lato del ponte di Harajuku e fermarsi davanti alla creatività scatenata della fauna di Yoyogi-koen. È esattamente quello che decido di fare percorrendo a ritroso il sentiero del Meiji-jingu: davanti all’ingresso del parco, oltre alle bancarelle di takoyaki e yakisoba (e kasutera, il pan di spagna giapponese di cui ho avuto modo di assaggiare un pezzetto in offerta gratuita), si scatenano per l’appunto svariati gruppi di rockabilly, decisamente più espansivi del giapponese medio così come i rock ‘n’ roller, questi sia ragazzi che ragazze, che imitano i musical anni ’50 (sebbene i loro vestiti a fiori siano coperti da pesanti giubbotti per tener fuori il freddo).
    Ma è all’interno del parco che si consuma il vero mistero: oltre i tavoli da picnic, in mezzo agli alberi, ordinate formazioni di cosplayer stanno provando dei balletti scanditi da un’imperscrutabile scaletta, al ritmo di musica di natura assortita. Scatto qualche foto da lontano e noto fra i costumi, a parte gli onnipresenti personaggi narutiani, Luke di Tales of the Abyss (decisamente un’opera popolare nei dintorni, come si può anche vedere dai poster che ne pubblicizzano l’anime ad Akihabara). Quando provo ad avvicinarmi con inavvertitamente ancora la macchina fotografica tra le mani, però, una ragazzina pronta per saltare nel Paese delle Meraviglie mi viene incontro facendo il segno del dame (le braccia a formare una X sul petto) per indicare che non gradiscono lo scatto di fotografie non autorizzate. Ma ci mancherebbe, si figuri: il mio trofeo l’ho già con me.
 

Non si vedono molto bene in questa foto, ma dal vivo i punti di domanda si materializzavano sulla testa in modo spontaneo.
Mi rendo conto, comunque, che buona parte del mio reportage è costituita da foto di vetrine colme di riproduzioni in plastica dei cibi: sono d’altronde un oggetto così sfrontatamente giapponese che non è possibile non riempirsene gli occhi camminando per le strade, dove sono in ogni angolo. Tutto questo camminare su e giù mi ha messo di nuovo fame (sì, dopo una tazzona di ramen fumante e grassissimo e_e) e, visto che ad Harajuku pare quasi impossibile trovare una promenade priva di chioschi di crêpe e che dovrebbero essere fra le migliori di Tokyo vista la loro enorme popolarità fra le giovani frequentatrici del luogo, la placo per l’appunto con uno dei celestiali alimenti. Per fingermi più virtuosa di quanto non sia ne scelgo una con frozen yogurt e salsa di mirtilli. È buonissima, tanto per cambiare, e la sfoglia decisamente più croccante di quella presa a Shibuya. Esigo che le crêpe alla giapponese vengano importate qui immantinente.
 
Per il momento credo d’aver visto tutto quel che mi interessava vedere da queste parti (anche se sicuramente non è così, ma dovrò attendere il prossimo viaggio per scoprirlo), quindi passo alla meta successiva della giornata: il giardino orientale del palazzo imperiale a Hibiya. Devo però deludere chi sperava in chissà cosa, perché il luogo non mi ha colpito particolarmente: strade immense, distese altrettanto immense di prati giallastri con righe di pini del Giappone e cinesi in completo elegante che si divertono a spacciarsi per nativi del luogo. Tutto deserto e immerso nel silenzio, rotto unicamente dal rombo delle macchine che sfrecciano per le enormi arterie, e salvo per la chilometrica fila all’esterno del teatro Takarazuka. Ha ricominciato a piovere, per di più, su asfalto lucido ed erba grondante che segnalano il perdurare del cattivo tempo. Decido di non rimanere un secondo di più in questo quartiere così leccato e perfettino, lontano dall’autenticità chiassosa delle ramenya e dall’atteggiamento affettatamente kawaii delle gothic lolita, e riprendo la metro Hibiya in direzione di Minami-Senju.
 
Il posto mi ha messo tanta tristezza ed era così privo di ristoranti, contrariamente al resto di Tokyo, che decido che questa è la volta buona per provare infine a trovare il kaitensushi Kura, che dovrebbe avere una filiale nella zona nord di Minami-Senju. Si tratta di una catena di ristoranti kaitensushi molto in stile fast food e decisamente a buon mercato (tutti i piattini costano indifferentemente 105 yen, meno di 1 euro) in cui tutto, anche le richieste ai sushiman, è automatizzato: se non si vuol attendere che spunti il sushi di propria congenialità si ordina toccando uno schermetto posizionato sopra ogni postazione e il piattino arriva posto su una base rossa che ne indica la prenotazione, mentre l’altoparlante sulla postazione manda un segnale acustico al suo passaggio.
    Orbene, la descrizione del posto mi ispirava curiosità e quindi sfido la pioggia scrosciante che nel frattempo viene giù a catinelle per uscire dalla parte nord della stazione, che dà su un’area decisamente più ridente di quella dov’è situato l’ostello: nel mezzo dell’acqua sto quasi per perdere le speranze, soprattutto quando una signora mi ferma per chiedere da che parte stia la stazione (una giapponese che chiede direzioni a una gaijin? Questa è follia, questa è Tokyooooo!), finché non decido di rifugiarmi per il sì e per il no nel centro commerciale La La Terrace dopo aver seguito con scarsi risultati la mappa che mi ero stampata per raggiungere il ristorante. Trovandomi lì, esploro il secondo piano dove in posizione defilatissima, senza altri locali nei dintorni, c’è per l’appunto il Kura Sushi che stavo cercando e che evidentemente ha avuto pietà delle mie condizioni. All’entrata, una fila di avventori attende di essere sistemata ai propri posti, su tavoli che fiancheggiano ai due lati la lunghissima serpentina del kaiten. Per poter essere presi in considerazione dalle cassiere occorre prenotarsi segnalando la propria preferenza per i posti: io sono da sola e non ho preferenze, cosa che mi permette di ottenere il primo numero utile chiamato di lì a brevissimo e che mi frutta una sistemazione proprio lì accanto. Posso quindi cominciare senz’altri preamboli a darmi alla pazza gioia con i piattini (che una volta svuotati vanno inseriti dentro una fessura sul tavolo che tiene conto del numero di consumazioni). Inizio subito con il dolce senz’esserne consapevole: naruto kintoki, ovvero patate dolci caramellate, decisamente un po’ troppo fredde per esser preparate espresse. Seguono vari altri pezzi di sushi, tutti abbastanza mediocri perché preparati in pratica a catena di montaggio: salmone, pollo teriyaki, tamagoyaki (senza striscia di nori a fissare), gunkan d’insalata di tonno, salmone e cipolle con un quintale di maionese a condire, maki di cetriolo preparati su richiesta per testare il sistema delle prenotazioni. Come detto, non il massimo della qualità, ma se non altro un’esperienza interessante e anche diversa dal solito kaitensushi. Me ne torno, non senza aver chiamato la cameriera per il conto in modo non ortodosso, soddisfatta di quest’ennesimo arricchimento interiore. Letteralmente.Altre foto sono reperibili qui: http://s110.photobucket.com/albums/n112/Shari_RVek/Giappone%20marzo%202009/22%20marzo%20Harajuku/
 

Ronin #1: Cultura giapponese pop e dintorni

Un numero recente di Famitsu, in origine chiamata Famicom Tsushin e dedicata unicamente alla prima console Nintendo

Le riviste giapponesi? Inaffidabili e vendute. Diverse volte sarà capitato ai frequentatori di forum occidentali d’imbattersi in simili commenti lapidari, talvolta espressi in termini decisamente meno amabili (il che è tutto dire), alla comparsa di ogni nuovo elenco di voti dell’istituzione Famitsu. Da quando il noto settimanale di Enterbrain ha ‘onorato’ titoli del calibro di Nintendogs con il suo punteggio massimo, sommato a partire dalle valutazioni singole da uno a dieci di quattro redattori, il sospetto che sempre più prepotentemente si fa strada è che le case produttrici, Nintendo in testa, paghino i suddetti affinché diano una poderosa spinta ‘critica’ alle vendite dei titoli più quotati in cambio di scoop e materiali esclusivi sulla loro lineup. Per capire perché questo, se anche fosse, potrebbe non essere considerato uno scandalo nel mondo dell’informazione e in generale nel settore videoludico in Giappone, occorre dare uno sguardo al modo in cui solitamente i giapponesi considerano i videogiochi e la ‘critica’ correlata.
    Scrivo ‘critica’ tra virgolette non senza una ragione. Il significato che a questa parola si dà negli Stati Uniti (da cui, piaccia o meno, proviene anche la nostra impostazione di pensiero sui videogiochi in toto) e in Giappone è considerevolmente difforme. Laddove in occidente vediamo al medium e alle sue opere come a oggetti da passare al microscopio nei dettagli, per scovare ogni minima imperfezione e discuterne scontrando i propri punti di vista fino a venire alle mani (figurativamente, ma non troppo), in Giappone il concetto di ‘divergenza d’opinioni’ è pochissimo popolare e soprattutto considerato sconveniente in molti casi, e si tende a considerare il prodotto nel suo complesso, parlando delle sue caratteristiche e riportandone i difetti nel modo più garbato e leggero possibile. Forse anche per opporsi all’idea generalizzata e negativa che dei videogiochi si ha negli USA e da noi, è fiorita una cultura del videogioco che ama analizzarne gli aspetti meno ovvi a mo’ di critica cinematografica o letteraria oppure si arrocca su infinite disquisizioni di carattere tecnico. In Giappone, il videogioco già fa parte della cultura popolare da decenni e non ha faticato a entrarvi, probabilmente per ragioni di carattere sociologico e religioso (o a-religioso, nel caso della popolazione nipponica). Sussiste una bassa considerazione di chi prende troppo ‘sul serio’ i videogiochi, ma questo proprio perché i prodotti videoludici sono considerati un bene fruibile da chiunque come un semplice passatempo e che quindi è sconveniente prendersi più a cuore della media.
    Si aggiunga a tutto questo la mentalità tipica giapponese, che prevede che il pensiero individuale (honne) sia ‘soffocato’ in favore dell’opinione di facciata (tatemae) che si conforma a quella collettiva del gruppo di appartenenza per consolidare i propri legami sociali e affettivi. Sarebbe sbagliato affibbiare tale modo di pensare a tutti i giapponesi, così com’è sbagliata qualunque generalizzazione, ma ciò non toglie che dai testi scarni e sempre molto essenziali di una Famitsu o di una Denki traspaia una certa volontà di non sbilanciarsi se non per esprimere giudizi e aspettative assolutamente positivi.
    Come può dunque svilupparsi una critica ‘alla occidentale’ in un Paese dove l’opinione individuale solitamente non viene espressa nei termini da noi ritenuti accettabili? Non si sviluppa. I voti di Famitsu sono probabilmente una mediazione tra quello che i singoli redattori pensano, e che cercano di tener nascosto il più possibile per non ‘infastidire’ lettori e altri addetti ai lavori, le aspettative del pubblico e i desideri dei publisher. D’altronde, non è nelle recensioni propriamente dette che si esplicita la vera attrattiva di Famitsu per il pubblico autoctono: la rivista è arcinota anche da noi per i suoi clamorosi scoop sui giochi in uscita e per la pubblicazione di materiale visivo in esclusiva, ottenuto grazie ai forti legami, anche d’amicizia, e ai sodalizi con le più importanti realtà dello sviluppo giapponese. Queste pagine o speciali informativi sono accompagnati da testi assolutamente acritici ed essenziali, con strilli visivamente appariscenti per catturare l’attenzione come farebbe una qualsiasi pubblicità, e talvolta da interviste con gli sviluppatori, più un piccolo box in cui una delle mascotte della rivista ci comunica il motivo della sua esaltazione per il titolo in questione. Oltre ai toni positivi e pacati, un’altra cosa colpisce di Famitsu e delle altre riviste specializzate giapponesi: lo squilibrio tra testo e immagini a favore di queste ultime.

Sembrerà un luogo comune, ma quella giapponese è una cultura estremamente visiva: tutto deve essere presentato in modo impeccabile, per appagare l’occhio prima di qualunque altro organo sensoriale. La composizione dei cibi sui piatti e l’accostamento dei loro colori gioca un ruolo fondamentale nella gastronomia, tanto che le pietanze servite nei ristoranti hanno sempre un aspetto ‘costruito’ per essere piacevole. La cura nel character design e nella composizione grafica è un altro fattore importante, e se si considera che la lingua scritta si serve di caratteri derivati dalla semplificazione di raffigurazioni dei relativi oggetti il cerchio sarà completo: persino la scrittura è ‘un disegno’, in Cina e Giappone. L’incanto (non necessariamente, anzi, quasi mai di carattere intellettuale, ma puramente sensoriale) scaturito dalla contemplazione di una singola immagine o scena considerata ‘suggestiva’ o più di recente ‘cool’ ha, di conseguenza, un ruolo decisamente preponderante sulla coerenza narrativa per quanto riguarda letteratura, cinema, fumetti e quindi anche videogiochi. Quando si resta delusi per le incongruenze o per i finali ‘incompleti’ o lasciati all’interpretazione non si sta considerando che, per un giocatore giapponese, si tratta di cose del tutto naturali che non inficiano, nemmeno in parte, la bellezza dell’insieme.
    La chiusura della produzione giapponese nei confronti del ‘fuori’ è un altro luogo comune che trova fondamento nella realtà. Se solo recentemente alcuni sviluppatori più globalizzati stanno indirizzando ai loro colleghi un invito ad aprirsi al concetto occidentale di videogioco (con risultati purtroppo discutibili in molti casi) è proprio perché il settore giapponese ha sempre teso a costruire su se stesso anche le proprie bizzarrie. I giapponesi non si sforzano solitamente di ‘farsi capire’ dagli stranieri, preferendo esser presi per ciò che sono: un atteggiamento che personalmente condivido, ma che li porta anche a restare esitanti sull’atteggiamento da tenere quando a fare delle domande, spesso non codificate dall’etichetta aziendale nipponica né filtrate dalla sensibilità di un giornalista indigeno, è un redattore di una rivista americana o europea, spesso ‘non previsto’ nella ripartizione delle informazioni a beneficio dell’opinione pubblica interna. Può quindi capitare di scoprire che, mentre uno sviluppatore si lascia strappare risposte telegrafiche in un’intervista per IGN (solo per fare un nome), altri rilasciano lunghi dietro le quinte per pubblicazioni esclusive rigorosamente giapponesi. Questione di schedule, di pianificazione del materiale divulgativo da diffondere, non necessariamente di antipatia: per questo è meglio non prendersela troppo per la disparità di trattamento e cercare invece di accettare delle differenze di pensiero che contribuiscono a rendere il mondo un posto più vario e interessante.

Tutto questo non significa che talvolta la proverbiale riservatezza giapponese possa venir meno, specie nel caso degli sviluppatori: spesso ciò accade, comunque, soprattutto per quelli che per lavoro o inclinazioni personali finiscono col trovarsi a stretto contatto col mondo occidentale dello sviluppo. Il caso di Tomonobu Itagaki e delle sue pittoresche esternazioni sarebbe fin troppo ovvio, ma di recente altri si sono distinti per affermazioni d’inusitata pesantezza in un ambiente in cui si cerca altrimenti di veicolare il proprio dissenso più attraverso l’allusione e il non detto (o il detto con estrema cortesia), e non è forse un caso che si tratti di componenti o ex componenti di studi Capcom, una delle case di sviluppo più internazionali e allo stesso tempo più orgogliosamente nipponiche del panorama passato e attuale e forse non a caso locata a Osaka, nel Kansai, dei cui abitanti si dice siano decisamente più estroversi del giapponese medio. Shinji Mikami, ad esempio, ha di recente espresso pubblicamente la propria intenzione di non giocare Resident Evil 5 perché ‘non si tratterà sicuramente del gioco che lui avrebbe progettato’. Keiji Inafune, dal canto suo, ha dimostrato un forte astio (personale?) nei confronti dei giochi Clover, i cui ex membri hanno formato PlatinumGames, escludendo a priori la possibilità che dai loro giochi del periodo Capcom possano essere tratti dei seguiti. Ecco le sue testuali parole da un’intervista sul sito 1UP: “Attualmente non abbiamo in progetto seguiti per nessuno di quei franchise. Non posso dirlo per certo, ma non è molto probabile né attraente. Se non avessimo altre proprietà di cui realizzare dei seguiti potremmo appellarci a quelle per disperazione, ma non è questo il caso. Abbiamo moltissimi titoli da creare e altri sequel in attesa: non è quindi nostro interesse al momento”. È difficile relazionare simili parole all’ottica in cui siamo abituati a considerare i produttori giapponesi e forse sarebbe addirittura impossibile secondo l’idea che un non giapponese non potrà mai capire del tutto il modo di pensare indigeno, ma forse potrei azzardare un’ipotesi nata dalla mia maliziosa mente di gaijin [straniero]: che Inafune sia rimasto molto più bruciato dall’abbandono dei membri di Clover di quanto non voglia dare a vedere?

[da Game Pro 020]

P.S. L’osservazione sui seguiti di giochi Clover partorita da Inafune è stata prontamente smentita nei mesi scorsi, come inevitabilmente accade specie nel caso di Capcom, dall’annuncio di Okamiden su DS.


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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