22 marzo 2009: Harajuku

Visto che ormai l’avevo scritto, lo pubblico… 
Sono stata crudelmente ingannata dal bel tempo (e dal caldo) del giorno addietro, a Shibuya, che hanno condotto a una domenica grigia e imbronciata non proprio ideale per escursioni in luoghi d’interesse storico-culturale, come d’altronde avevo già avuto modo di constatare ad Asakusa. Proprio qui passa il primo pit-stop della giornata, per fare colazione al Kohikan, una caffetteria notata scorrazzando per Kaminarimon-dori e a cui avevo giurato di fare una visita per gustare l’invitantissimo Ichigo Hotcake Set (set con pancake alla fragola). Non ho mai mangiato finora una frittella all’americana e, se mi ci mettono le fragole sopra, vuol dire che non posso proprio più rimandare il grande evento. Esco dalla stazione e m’incammino senza poter fare a meno di notare grandi allestimenti e poliziotti che si preparano a transennare gli attraversamenti pedonali così da garantire l’incolumità dei cittadini durante l’attraversamento dei partecipanti alla Tokyo Marathon.All’ingresso nel locale, curato ma non esclusivo, una gentile signorina che dev’essere la caposala ovviamente mi accoglie sorridendo e profferendo in omaggio alla mia evidente gaijinitudine un enigmatico e anche un po’ inquietante “smoking or no smoking?”. Prego ripetere, non computa. Alla terza (o forse era la quarta) volta finalmente capisco che sta chiedendomi se gradisco sedermi in area fumatori o non fumatori: ah, distinzioni d’altri tempi. Non c’è poi molta differenza, comunque, tra due zone della stessa stanza separate soltanto da un cordone senza traccia di vetrate o paravento, ma basta il pensiero. La caposala/cameriera mi porge il menu in inglese, scorro con rapida occhiata e noto l’illustre assenza dell’offerta sul cartonato che mi aveva spinto a entrare. Ma io ho l’asso nella manica e non riusciranno tanto facilmente a nascondermi i loro segreti da rito misterico d’iniziazione: afferro il cartoncino promozionale poggiato sul tavolo e in giapponese molto basic do prova di saper leggere quel che c’è scritto sopra. Ottengo una manciata di punti karma positivo non appena la cameriera s’illumina d’immenso rendendosi conto che non dovrà necessariamente spiccicare le quattro o cinque parole d’inglese che ha imparato a scuola [a raccontarlo adesso ho avuto come un flash dell’aula di inglese inutilizzata alla Yasogami High School…].
 
Insomma, com’era il pancake? Lo vedete nella foto qui sopra, affiancato sulla destra da un bel beverone di caffè freddo on the rocks che faceva parte del set e sovrastato da fragole a fette, marmellata di fragole e una pallina di gelato alla vaniglia con una fogliolina di prezzemolo (?). Per articolare: ogni pezzo di soffice pancake si poteva accompagnare a gusto con il sapore fresco e acidulo delle fragole, con la cremosità della marmellata o con una cucchiaiata di dolce gelato alla vaniglia. Cattivo non poteva matematicamente essere, pena l’implosione dell’intero pianeta Terra.
 
È magnifico, comunque, stare sulla metro senza pensare a niente se non alla stazione dove scendere, completamente affidati alla precisione impeccabile del servizio, a guardarsi intorno e non vedere altro che vagoni immacolati e tappezzati di pubblicità demenziali, piene di testi caotici e completamente random, o gente seduta sulle poltrone foderate che ciondola per il sonno, o i gruppuscoli di scolari vestiti tutti uguali manco fossero boy scout. Allo scambio prendo la Marunouchi Line, le cui banchine sono buffamente chiuse da una barricata che diventa scorrevole nei punti di apertura delle portiere del treno, per raggiungere Shinjuku-sanchome. Qui dovrebbe trovarsi l’Hanazono Jinja che, a detta di una delle mie guide, la domenica dovrebbe ospitare un mercatino delle pulci. È anche l’occasione per dare un’occhiata a Shinjuku di giorno, in un angolo decisamente più abbordabile della media del quartiere. E questo a pochi passi, m’è stato detto, dall’arcata di Kabuki-cho (tutte le strade importanti sono sovrastate da un’arcata che ne riporta il nome, realizzata con lo stile che caratterizza la zona).
 
Non ho però considerato un fatto: che il centro di Tokyo a partire da Asakusa è attraversato dalla Tokyo Marathon, di cui avevo visto poc’anzi i preparativi. Questo vuol dire che verso le 10 del mattino un’onda umana di maratoneti si riversa sulla strada e non c’è modo di attraversare: la gente è raccolta sui due marciapiedi opposti, più numerosa in prossimità dei passaggi pedonali perché come me in attesa di poter passare dall’altra parte… dove si trova, manco a farlo apposta, l’ingresso dell’Hanazono Jinja. Non c’è nulla da fare se non attendere pazientemente che tutta la fiumana passi oltre e divertirsi, nel mentre, a osservare gli stessi corridori che vengono incitati dal pubblico, con infiniti ‘ganbatteeee!’ urlati qui e lì. Questa gente corre così da Asakusa e forse anche da prima, un quartiere che ho impiegato più di mezz’ora a lasciarmi dietro con la metropolitana. Alla fine, come il rinoceronte rimbecillito di Jumanji, passa l’ultimissimo partecipante con enorme stacco rispetto a tutti gli altri e viene salutato da un altro, solitario ‘ganbatte’ prima che i poliziotti tolgano finalmente le transenne e riattivino il cappio di semaforo. Posso così passare sotto il torii per notare quasi subito che il cortile del santuario, già da lontano, è un po’ troppo tranquillo per ospitare un mercatino delle pulci. Non c’è una sola bancarella in vista, né gente che vada con me in quella direzione. E infatti, tutto tace nel deserto e nella desolazione, senza l’ombra di mercatini piccoli o grandi. L’unico rumore persistente è il gracchiare dei corvi che si danno congresso da queste parti, decisi a non tradire anni di stereotipi.
 
Tutto sommato si tratta di un bel posto, di un angolo tranquillo di Tokyo. Su un lato del cortile di ghiaia scura, che si ritrova in tutti i santuari shinto, c’è l’altare vero e proprio in cima a un’alta scalinata, con l’enorme ricettacolo delle offerte in primo piano. Chi viene qui per richiedere servigi ai kami vi getta delle monete, suona la campana e batte due volte le mani prima di congiungerle in preghiera, inchinandosi. Sulla destra si trovano gli uffici dove gli addetti vendono amuleti, omikuji ed ema votivi, appesi a delle apposite rastrelliere così come le file di oracoli di cattiva sorte annodati allo stesso modo che nei templi buddisti, che come sappiamo non fanno poi eccessiva differenza per un giapponese che vuol richiedere fortuna e salute per sé e parenti/amici. C’è un torii anche direttamente di fronte all’altare, ovviamente, e da quei pressi si trovano due vecchi guardiani e un angolo di giardino con una statua e un alberello di ciliegio in fiore. Quindi sì, alcune specie di ciliegi son già fiorite.Accantono la vista panoramica di Tokyo dal Metropolitan Government Building per scarsa voglia di cambiare da Tokyo Metro a Toei (che mi costringerebbe a pagare un altro biglietto senza poter usare la Pasmo) e mi reco spedita da qui direttamente a Meiji-jingumae, nel cuore di Harajuku, per immergermi nella folla di Takeshita-dori e nella quiete del Meiji Jingu e dello Yoyogi-koen. La linea prescelta per il trasbordo, incrociandosi comodamente con la Marunouchi, è la Fukutoshin, talmente nuova da non figurare nelle guide che ho acquistato né in nessuna mappa delle linee metropolitane da me scovata online. Solo dopo essere scesa con mio grande sconcerto a Shibuya, fermata successiva alla mia nonché capolinea in quella direzione, mi rendo conto osservando le timetable dei treni che uno ogni due è un espresso e salta le fermate. Detta stazione di Shibuya, immensa e credo lontanissima dalla porzione deputata alla linea Asakusa, profuma ancora di nuovo; gli impianti, le scale mobili, tutto è lindo e privo di qualsivoglia segno dell’usura del tempo, comunque già difficile da trovare in giro per le metropolitane di Tokyo ma qui completamente assente.
 
Ovviamente non mi muovo dalla banchina, consulto la tabella degli orari e do un’occhiata al display, che mostra sempre i prossimi due treni in arrivo specificando anche la loro natura di espressi o di corse complete, cosa che non avevo notato pensando si trattasse di una normale linea metropolitana. All’uscita dalla stazione di Meiji-jingumae mi perdo. Non nel senso che non riesco più a ritrovare il filo del percorso fatto, ma per un’interpretazione sbagliata della mappa e della zona d’uscita della metro, riferita a una linea che non era quella da me appena presa. Per questo motivo scendo giù per Omotesando, in direzione Shibuya, pensando che ben presto mi sarei ritrovata alla mia destra l’inizio di Takeshita-dori, e ripercorro lo stesso pezzo per altre due volte in preda allo sconcerto e a capogiri sempre più forti; nel processo passo anche oltre un palazzo di vetro con pareti dalle strane inclinazioni, probabilmente prodotto della stravagante pratica architettonica locale (o di qualche stravagante artista occidentale che ha scelto Tokyo come luogo d’elezione per le sue assurdità, come per la Cacca d’Oro di Asakusa). L’onnipresenza dei conbini si rivela provvidenziale per curare il mio improvviso calo di pressione. A pochissimi passi dalla stazione c’è un SunKus, la catena dell’inspiegabile K che cammina. Sorvolo con molto sforzo sulle confezioni di caffè freddo e frappuccino Starbucks e mi oriento su un succo d’arancia 100% (che non è arancia al cento per cento nemmeno a pagarlo un sacco di galeoni), uno yogurt probiotico simile a quelli che si trovano anche da noi e poi il mito di anni e anni passati a leggere e rileggere fumetti e libri dedicati alla vita quotidiana giapponese: una confezione di Men’s Pocky, i mistici Pocky ricoperti di cioccolata amara considerati perfetti per gli uomini sopra i trent’anni, che a detta di tutti non amano i sapori eccessivamente dolci. Ma quant’è bello che ogni singola fascia di potenziale utenza, di qualunque età, sesso e preferenza, abbia il suo prodotto dedicato? È bello anche perché le aziende giapponesi proprio non si lasciano scappare nemmeno un’occasione per attirare nuovi clienti, ma proprio quest’attenzione all’aspetto commerciale coltivata attraverso l’ascolto delle esigenze altrui permette la capillarità dell’offerta che tanti ammirano, anche in campo di fumetti e videogiochi.
 
Dopo essermi concessa una pausa riflessione, donc, tutto si schiarisce. Stavo camminando in direzione opposta rispetto all’incrocio con Meiji-dori, che va attraversato costeggiando la stazione JR di Harajuku (che per qualche motivo è stata realizzata in stile primi del novecento). Le ampie strade, evidentemente nate per ospitare il tipo d’ambiente più rigoroso e formale che ci si aspetterebbe nelle vicinanze del maestoso complesso del Meiji-jingu, sono fiancheggiate da colorati chioschetti di crêpe, negozi d’abbigliamento per ragazzi e ragazze punk-dark-rock (e pure un po’ emo) e family restaurant che si alternano a chiassose trattorie e fast food. Dalla via della stazione di Harajuku si diparte Takeshita-dori, una discesa strettissima ingombrata di persone e di ombrelli su cui si affacciano, anche accalcandosi gli uni sugli altri, innumerevoli negozi e ristoranti. Un vero delirio, una specie di fiera permanente (quest’impressione mi si è ripresentata più volte nel corso del viaggio, per più zone di Tokyo) di mise carnevalesche. Tutti gli abiti in vendita hanno il sapore alla buona della sartoria arrangiata e fai da te, un effetto che probabilmente è intenzionale e ricercato e in linea con i prezzi esorbitanti, da pezzo unico. Ci sono bustini e maglie a righe orizzontali viola e nere, zeppe spaventose, collari e polsini borchiati e spuntonati, completi stramicioni per ragazzi con cravatte a nastro tipo Le Iene e camicie di fuori. Ma anche pizzi e lazzi da gothic lolita e vestiti da majokko in piena regola esposti vicino a moda da drag queen. E tutta questa punkitudine e darkettosità (solo di facciata, chiaro) è inframmezzata dalle vaporose tinte rosa pastello dei negozietti di crêpe che espongono le loro diaboliche vetrine di riproduzioni davanti a cui tutti, volenti o nolenti, si fermano. E proprio passando per un vicoletto su cui danno ben due crêperie sistemate una davanti all’altra si arriva al Togo Jinja, secondo santuario shinto della giornata. Questo ha un’aria decisamente più elegante e sostenuta dell’Hanazono, tutto sui toni del rosso e del bianco: qui dominano il verde scuro e i colori naturali del legno, ogni tanto ravvivati da un tocco d’oro. Ma ovunque c’è l’onnipresente ghiaia scura per terra.
 
Per farsi strada tra la folla di Takeshita-dori si è fatta più o meno ora di pranzo, che avevo già deciso dove passare prima ancora di partire: in un ramen shop chiamato Kyushu Jangara, un locale piuttosto piccolo e affollatissimo sulla traversa della via della stazione. È difficile mancarlo, anche se si trova al secondo piano dell’edificio, perché il noren giallo all’entrata attira l’occhio esplodendo alla vista come un disco solare. Si può salire sia dalle scalette sul davanti che introducendosi nella scalinata interna alla sinistra del locale. Qui si è già formata una discreta fila, gestita ovviamente in modo impeccabile dal personale: a chi mano a mano si avvicina all’ingresso viene prima domandato il numero di posti a sedere, poi porto il menu, presa l’ordinazione e infine chiesto di attendere seduti in una saletta d’attesa. I camerieri urlano gli ordini degli avventori e in tutta la saletta regna un chiasso impossibile ma molto divertente: come in tutti i ristoranti simili si può mangiare al banco, dove quasi tutti sono sistemati, guardando direttamente i cuochi che si affaccendano e porgono ciotoloni di ramen che vengono poi divorati tra infernali risucchi, imitati con gran gusto e abilità dai turisti ammeregani ma che io non ho ancora imparato a replicare per bene. Prendo il piatto di stagione, disponibile fino a esaurimento scorte: Spring Jangara Ramen, noodle con verdure assortite affogati in un brodo bianco, denso da non far vedere il fondo della ciotola e pieno di ciccioli, cioè di qualcosa che somiglia molto a una loro versione giapponese. Una piccola (piccola?) trasgressione non è poi la fine del mondo, specie se stai girando anche per provare sapori che hai sempre solo sognato.
 
Il tempo, pur non peggiorando troppo, continua uggioso a rovinare la bellezza del panorama, cosa che diventa particolarmente grave quando decido di varcare il meraviglioso torii ligneo del Meiji-jingu insieme a decine e decine di altri visitatori, molti dei quali occidentali: si tratta di una delle zone a più alta concentrazione di turisti non autoctoni da me viste durante l’intero viaggio. Non ci vuole un genio per capire perché: la zona, tanto per auto-etichettarmi a vita come turista-pecora inseguente il gregge, è segnalata ovunque come meta turistica irrinunciabile e, non appena entrati nel fitto del parco, appare chiaramente come una versione orientale delle nostrane riserve boschive, di quelle ovviamente complete di siti d’interesse storico-culturale al loro interno. Non mi dilungherò nella stesura di un background ad uso e consumo dei gentili lettori perché siamo già a quattordicimila battute e perché spiegazioni decisamente più autorevoli ed esaurienti si possono trovare veramente ovunque. Dirò solo che sono rimasta profondamente impressionata dal luogo nonostante l’esagerata compostezza da cartolina, che la passeggiata per le viuzze del parco è stata molto rilassante, che dei visitatori statunitensi hanno ben pensato di giocherellare col mestolo per l’acqua della purificazione sì da scattarsi divertentissime foto assai poco rispettose del luogo e delle relative usanze e che all’interno del santuario Meiji vero e proprio stava svolgendosi un matrimonio shinto in piena regola, con la sensale che accompagnava una sposa abbigliata con il classico kimono bianco con copricapo e il kannushi in testa alla processione. Foto sono state scattate dagli astanti, ma nessuna ovviamente poteva eguagliare lo scatto di gruppo conclusivo con tutti gli invitati alla cerimonia, che sono saliti su un palchetto formando una struttura perfettamente stratificata mentre un’addetta sistemava le pieghe del kimono della sposa con snervante precisione. Sul serio: sarà stata almeno dieci minuti buoni a spostare la stoffa, tanto che non ho capito come facessero tutti gli altri soggetti della foto a restarsene immobili (spezzando la composizione al massimo per pettegolare col vicino di posto) nel frattempo.
 
Ora, per creare il contrasto ideale, la cosa migliore era ovviamente passare dall’altro lato del ponte di Harajuku e fermarsi davanti alla creatività scatenata della fauna di Yoyogi-koen. È esattamente quello che decido di fare percorrendo a ritroso il sentiero del Meiji-jingu: davanti all’ingresso del parco, oltre alle bancarelle di takoyaki e yakisoba (e kasutera, il pan di spagna giapponese di cui ho avuto modo di assaggiare un pezzetto in offerta gratuita), si scatenano per l’appunto svariati gruppi di rockabilly, decisamente più espansivi del giapponese medio così come i rock ‘n’ roller, questi sia ragazzi che ragazze, che imitano i musical anni ’50 (sebbene i loro vestiti a fiori siano coperti da pesanti giubbotti per tener fuori il freddo).
    Ma è all’interno del parco che si consuma il vero mistero: oltre i tavoli da picnic, in mezzo agli alberi, ordinate formazioni di cosplayer stanno provando dei balletti scanditi da un’imperscrutabile scaletta, al ritmo di musica di natura assortita. Scatto qualche foto da lontano e noto fra i costumi, a parte gli onnipresenti personaggi narutiani, Luke di Tales of the Abyss (decisamente un’opera popolare nei dintorni, come si può anche vedere dai poster che ne pubblicizzano l’anime ad Akihabara). Quando provo ad avvicinarmi con inavvertitamente ancora la macchina fotografica tra le mani, però, una ragazzina pronta per saltare nel Paese delle Meraviglie mi viene incontro facendo il segno del dame (le braccia a formare una X sul petto) per indicare che non gradiscono lo scatto di fotografie non autorizzate. Ma ci mancherebbe, si figuri: il mio trofeo l’ho già con me.
 

Non si vedono molto bene in questa foto, ma dal vivo i punti di domanda si materializzavano sulla testa in modo spontaneo.
Mi rendo conto, comunque, che buona parte del mio reportage è costituita da foto di vetrine colme di riproduzioni in plastica dei cibi: sono d’altronde un oggetto così sfrontatamente giapponese che non è possibile non riempirsene gli occhi camminando per le strade, dove sono in ogni angolo. Tutto questo camminare su e giù mi ha messo di nuovo fame (sì, dopo una tazzona di ramen fumante e grassissimo e_e) e, visto che ad Harajuku pare quasi impossibile trovare una promenade priva di chioschi di crêpe e che dovrebbero essere fra le migliori di Tokyo vista la loro enorme popolarità fra le giovani frequentatrici del luogo, la placo per l’appunto con uno dei celestiali alimenti. Per fingermi più virtuosa di quanto non sia ne scelgo una con frozen yogurt e salsa di mirtilli. È buonissima, tanto per cambiare, e la sfoglia decisamente più croccante di quella presa a Shibuya. Esigo che le crêpe alla giapponese vengano importate qui immantinente.
 
Per il momento credo d’aver visto tutto quel che mi interessava vedere da queste parti (anche se sicuramente non è così, ma dovrò attendere il prossimo viaggio per scoprirlo), quindi passo alla meta successiva della giornata: il giardino orientale del palazzo imperiale a Hibiya. Devo però deludere chi sperava in chissà cosa, perché il luogo non mi ha colpito particolarmente: strade immense, distese altrettanto immense di prati giallastri con righe di pini del Giappone e cinesi in completo elegante che si divertono a spacciarsi per nativi del luogo. Tutto deserto e immerso nel silenzio, rotto unicamente dal rombo delle macchine che sfrecciano per le enormi arterie, e salvo per la chilometrica fila all’esterno del teatro Takarazuka. Ha ricominciato a piovere, per di più, su asfalto lucido ed erba grondante che segnalano il perdurare del cattivo tempo. Decido di non rimanere un secondo di più in questo quartiere così leccato e perfettino, lontano dall’autenticità chiassosa delle ramenya e dall’atteggiamento affettatamente kawaii delle gothic lolita, e riprendo la metro Hibiya in direzione di Minami-Senju.
 
Il posto mi ha messo tanta tristezza ed era così privo di ristoranti, contrariamente al resto di Tokyo, che decido che questa è la volta buona per provare infine a trovare il kaitensushi Kura, che dovrebbe avere una filiale nella zona nord di Minami-Senju. Si tratta di una catena di ristoranti kaitensushi molto in stile fast food e decisamente a buon mercato (tutti i piattini costano indifferentemente 105 yen, meno di 1 euro) in cui tutto, anche le richieste ai sushiman, è automatizzato: se non si vuol attendere che spunti il sushi di propria congenialità si ordina toccando uno schermetto posizionato sopra ogni postazione e il piattino arriva posto su una base rossa che ne indica la prenotazione, mentre l’altoparlante sulla postazione manda un segnale acustico al suo passaggio.
    Orbene, la descrizione del posto mi ispirava curiosità e quindi sfido la pioggia scrosciante che nel frattempo viene giù a catinelle per uscire dalla parte nord della stazione, che dà su un’area decisamente più ridente di quella dov’è situato l’ostello: nel mezzo dell’acqua sto quasi per perdere le speranze, soprattutto quando una signora mi ferma per chiedere da che parte stia la stazione (una giapponese che chiede direzioni a una gaijin? Questa è follia, questa è Tokyooooo!), finché non decido di rifugiarmi per il sì e per il no nel centro commerciale La La Terrace dopo aver seguito con scarsi risultati la mappa che mi ero stampata per raggiungere il ristorante. Trovandomi lì, esploro il secondo piano dove in posizione defilatissima, senza altri locali nei dintorni, c’è per l’appunto il Kura Sushi che stavo cercando e che evidentemente ha avuto pietà delle mie condizioni. All’entrata, una fila di avventori attende di essere sistemata ai propri posti, su tavoli che fiancheggiano ai due lati la lunghissima serpentina del kaiten. Per poter essere presi in considerazione dalle cassiere occorre prenotarsi segnalando la propria preferenza per i posti: io sono da sola e non ho preferenze, cosa che mi permette di ottenere il primo numero utile chiamato di lì a brevissimo e che mi frutta una sistemazione proprio lì accanto. Posso quindi cominciare senz’altri preamboli a darmi alla pazza gioia con i piattini (che una volta svuotati vanno inseriti dentro una fessura sul tavolo che tiene conto del numero di consumazioni). Inizio subito con il dolce senz’esserne consapevole: naruto kintoki, ovvero patate dolci caramellate, decisamente un po’ troppo fredde per esser preparate espresse. Seguono vari altri pezzi di sushi, tutti abbastanza mediocri perché preparati in pratica a catena di montaggio: salmone, pollo teriyaki, tamagoyaki (senza striscia di nori a fissare), gunkan d’insalata di tonno, salmone e cipolle con un quintale di maionese a condire, maki di cetriolo preparati su richiesta per testare il sistema delle prenotazioni. Come detto, non il massimo della qualità, ma se non altro un’esperienza interessante e anche diversa dal solito kaitensushi. Me ne torno, non senza aver chiamato la cameriera per il conto in modo non ortodosso, soddisfatta di quest’ennesimo arricchimento interiore. Letteralmente.Altre foto sono reperibili qui: http://s110.photobucket.com/albums/n112/Shari_RVek/Giappone%20marzo%202009/22%20marzo%20Harajuku/
 
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3 Responses to “22 marzo 2009: Harajuku”


  1. 1 Misurino 18 ottobre 2009 alle 14:02

    Ah Shari non ti preoccupare,anche le mie foto rappresentano perloppiù cibi, alimenti, snack dei conbini… quindi non sei l’ unica a fotografare certe cose! Comunque i tuoi resoconti sono davvero MOLTO interessanti ed introspettivi sotto ogni punto di vista, anche sulle più piccole cose!
    Harajuku è sicuramente uno dei posti migliori per i giovani, pieno di negozi e cose interessanti 😀
    Ho avuto la brillante idea di andarci la domenica pomeriggio a luglio… quindi puoi immaginare che cosa non era la via principale…..!

  2. 2 ShariRVek 18 ottobre 2009 alle 18:18

    Io ho il feticismo delle foto dei cibi e degli scaffali dei negozi… a volte le ho scattate anche dove non si poteva, senza i flash e quando non passava nessuno, perché volevo portare sempre con me il ricordo di quel ben di Dio che non avrei certo potuto mettere tutto in valigia X°°°D
    Comunque, anch’io ho avuto il piacere di inoltrarmi dentro Takeshita-dori di domenica, anche se pioveva quindi forse la folla era un po’ limitata a confronto di quella che ti sei beccata tu 😄

    Mi sa che la prossima volta che passerò ad Harajuku (spero di trovare il tempo, visto che farò di tutto per tornarci e vorrei vedere anche altri posti nonostante l’affetto che mi lega ai quartieri che ho visitato la prima volta) mi sa che potrei trovare qualcos’altro di interessante visto che nel frattempo sto sviluppando un maggiore interesse per i capi d’abbigliamento… ma soprattutto per i bento box *_*

  3. 3 utente anonimo 21 ottobre 2009 alle 19:39

     Si dice che sul web occorre essere brevi, ma non sempre è così.
    Quando si sa scrivere bene come te e si hanno cose interessanti da raccontare la regola non vale.
    Leggerti è un vero un piacere.  J
    Ksw


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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