Anyone notice a pattern here?

Cover di “Resident Evil. Sopravvivere all’orrore”, di Francesco Alinovi (Unicopli), usata unicamente per alludere al concetto di autorialità

Shinji Mikami su Resident Evil 5, novembre 2008:

Non mi piacerà, perché non sarà il gioco che avrei fatto io. Se ci giocassi, mi causerebbe solo dello stress. Penso possa essere divertente per i giocatori, ma non per qualcuno che ha sviluppato la serie di Resident Evil. Se vedrò qualcosa di non ben realizzato in Resident Evil 5, mi arrabbierò!”

Hideki Kamiya su Okami e altri brand Clover, dicembre 2009:

“Non detengo i diritti di nessun IP che ho creato. Appartengono alle compagnie che li pubblicano, che sono delle aziende e che quindi hanno il diritto di sfruttare quegli IP come vogliono… tuttavia, a essere completamente sincero, mi piacerebbe occuparmene di persona. Fino a molto recentemente sentivo che un giorno avrei voluto realizzare un seguito di Okami e anche altri lo volevano. Ma qualche giorno fa ho saputo che qualcun altro avrebbe realizzato un seguito e ora non m’interessa più. Quando qualcun altro tocca un mondo che hai creato, smette di essere tuo. Non ha senso realizzare un seguito quando quel mondo non ti appartiene“.

Capcom, io ammiro chi ti ha reso quel che sei, non te. Just so you know.

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14 Responses to “Anyone notice a pattern here?”


  1. 1 EviloCianuro 10 dicembre 2009 alle 21:22

    Come non quotarti?
    Resident Evil 5 l’ho giocato, completato e mi è anche piaciuto, ma per descriverlo userei parole simili a quelle di Mikami: "divertente da giocare ma non centra nulla con Resident Evil, il survival horror è morto"

    Okami invece ce l’ho, nella mia infinita "lista dei giochi da giocare".

  2. 2 utente anonimo 14 dicembre 2009 alle 01:25

     Queste parole credo vadano anche soppesate tenendo in considerazione la ruggine tra Platinum Games (ex Clover, e quindi, ex Capcom) e la grande C.

    La frase che trovo più fastiosa è l’incipit di Shinji: "Non mi piacerà, perchè non sarà il gioco che avrei fatto io".
    Che assomiglia molto al ragionamento dei bambini quando dicono che una cosa gli farà schifo, senza averla mai assaggiata. Tenero, ma infantile.

    Che poi magari ha pure ragione, RE 5 non è questo capolavoro….ma questo centra poco con il ragionamento.

    Biz

  3. 3 ShariRVek 14 dicembre 2009 alle 16:46

    Tutto vero, finché non si considera però che Shinji Mikami ricoprirebbe anche l’insignificante titolo di creatore del franchise di Resident Evil e che quindi ha tutto il diritto di essere contrariato, direi… è una questione psicologica: evita di giocarci perché sa già che troverà delle cose che non avrebbe fatto allo stesso modo, perché sa che gli darebbe fastidio. Senza contare che Resident Evil 5 esiste nella forma in cui esiste grazie al suo Resident Evil 4. Mi sembra del tutto normale che un autore che nutre attaccamento per un’opera che ha creato con impegno e sincerità si rattristi nel vederla non più nelle proprie mani, mossa come una marionetta da quelle di altri. Non lo chiamerei infantile, come atteggiamento, ma semmai sincero: invece di buttare lì una frasetta di augurio per gli ex colleghi, ha detto chiaramente cosa pensava, il che è merce rara tra gli sviluppatori giapponesi.
    Il discorso che fai  vale solo per noi giocatori "comuni", mentre il mio verte sull’autorialità e la centralità delle *persone*, invece che del brand, nella creazione di un’opera riuscita.

    Senza contare che, se c’è ruggine tra Platinum e Capcom, un motivo ci sarà pure… e per qualche ragione non credo la colpa sia degli ex Clover.

  4. 4 utente anonimo 15 dicembre 2009 alle 03:20

    Non intendo certo disconoscere la paternità della serie a cui Mikami ha dato così tanto nel corso della sua evoluzione.

    Però neanche si può arrivare all’estremo che un franchise (del calibro di Resident Evil) sia vincolato solo ed esclusivamente al suo inventore. In questo modo salterebbe tutto il concetto di industria videoludica: nessun publisher potrebbe mai accettare una condizione del genere per uno dei suoi brand, ossia di vederlo legato per sempre ad una certa persona o team di sviluppo.

    Ecco, a proposito della "centralità" a cui ti riferivi: credo che Mikami, una volta deciso di abbandonare Capcom e di voler creare qualcosa di "suo", avrebbe dovuto mettere in conto che il brand sarebbe sopravvissuto (nel bene o male, interessa poco ai fini di questo nostro scambio d’opinioni) anche senza di lui.
    Per una volta, se il nostro avesse vestito l’abito classico del "perbenismo" giapponese, credo avrebbe fatto un’uscita di maggior classe.

    Anche perchè altrimenti si correrebbe davvero il rischio di congelare miriadi di produzioni: Ninja Gaiden sta andando, e continuerà ad andare, avanti con il Team Ninja, anche senza quella simpatica canaglia di Itagaki; PGR probabilmente andrà avanti anche senza Bizarre Creations, e così via…

    La butto lì: magari tra Clover e Capcom non c’è stata nessuna ruggine o screzio; magari si è scelto solamente di interrompere una storia e di iniziarne un’altra. 

  5. 5 Wanicola 15 dicembre 2009 alle 17:25

    Non è neanche tanto sbagliato il discorso di Anonimo.
    Mi ricorda quando Nintendo e Rare han "divorziato" ç_ç

  6. 6 ShariRVek 15 dicembre 2009 alle 18:46

    Ma sicuramente l’avrebbe messo in conto, mi sembra però più che legittima e certo non criticabile la sua posizione. Ha ovviamente accettato che Resident Evil restasse a Capcom, altrimenti avrebbe fatto decisamente più baccano, ma questo non significa che se vuole evitare di dispiacersi vedendo come la sua creatura è diventata gli si debba dare dell’infantile. Anzi.

    Il problema è proprio quello: che l’industria viene prima del valore intrinseco e contenutistico, e che per questo un’opera che è nata grazie a qualcuno gli viene strappata senza remore. Può darsi che il risultato quando gli autori originari non sono più nel team sia comunque buono, magari anche ottimo o eccellente, ma di certo è diverso e spesso l’assenza si sente. Questo perché gli individui sono sostituibili, ma non certo replicabili: ciascuno ha un suo stile e delle inclinazioni che gli vengono dalla cultura personale. Un seguito di ICO non fatto da Ueda non sarebbe come ICO, e sarebbe anche difficile che ne abbia la stessa atmosfera. Gli Zelda con Miyamoto come "mente" principale sono diversi da quelli con Aonuma come designer/director/producer e la differenza è universalmente riconosciuta fra gli esperti, tranne ovviamente che nelle discussioni da forum generico di videogiochi in cui Zelda sarebbe tutto indistintamente Miyamoto. E queste differenze sussistono anche in un’azienda il cui sentire è straordinariamente omogeneo e in cui il manuale di stile viene strettamente osservato più o meno da tutti i membri interni.

    E a proposito di Rare: sarà un caso che man mano che ha cominciato a perdere i suoi membri storici, dopo essersi separat da Nintendo, non è più riuscita a creare un gioco davvero bello?
    E Ninja Gaiden… beh, a parte il fatto che non mi pare che Itagaki ne sia contento (ma lui è un personaggio XD ), bisognerà vedere se il Team Ninja riuscirà a mantenere il suo tocco anche senza il proprio fondatore.

  7. 7 utente anonimo 15 dicembre 2009 alle 20:23

     Il mio appunto su Mikami era riferito principalmente al fatto che il suo ragionamento era frutto di un "pre-giudizio", nel senso letterale del termine. Non trovo infantile Shinji come persona, ma la sua dichiarazione a mezzo stampa, quella sì.

    Che poi non sarebbe stato il "suo" Resident Evil 5 mi sembra fin troppo evidente, visto che era stato affidato a qualcun altro (e non certo per ripicca, ma perchè lui stesso aveva deciso di abbandonare il publisher). Come dici giustamente tu, ognuno ha il suo stile e il suo tocco: e tutto questo determina risultati e sensazioni differenti, cosa che di per sè non è neanche così malvagia.

    Se Mikami avesse detto, dopo averlo provato: "RE 5 è brutto", non avrei avuto nulla da ridire. Anzi sarei stato anche d’accordo con il suo pensiero.

    Che poi, se proprio devo dirla tutta, il più grosso problema di Resident Evil 5 è stato proprio quello di non andare "oltre" , da un punto di vista concettuale, rispetto a quanto aveva proposto l’innovativo (e meraviglioso) capitolo precedente. 

    Il tuo discorso finale su Rare non fa una piega: è sotto gli occhi di tutti che abbiano perso in qualità nel corso degli ultimi anni. Però non riesco a capire il nesso che c’è tra Rare e le dichiarazioni di Mikami contenute nell’articolo principale.

    Biz

  8. 8 utente anonimo 16 dicembre 2009 alle 15:04

     Facendo un parallelo con il cinema, che a questo punto secondo me ci sta tutto, direi che non è possibile generalizzare e se l’IP originale cade nelle mani di qualcun altro può anche succedere che ne giovi in freschezza e originalità, o che sia all’altezza degli "originali". 
    Anche se effettivamente succede di frequente che il team che subentra sbatta subito il muso in dettagli tecnici che tolgono scioltezza al game design, e magari non abbia un leader carismatico in grado di imporre una sua visione "originale". 
    L’acredine dei padri è comprensibilissima e direi quasi doverosa, perchè rappresenta una testimonianza di affetto per la loro opera.
    Un grazie al mito di Clover ma anche a Capcom che ci ha creduto finchè ha potuto.

  9. 9 ShariRVek 17 dicembre 2009 alle 19:45

    <i>Però non riesco a capire il nesso che c’è tra Rare e le dichiarazioni di Mikami contenute nell’articolo principale.</i>

    Il nesso è uno: l’importanza delle persone, e non del brand, nella creazione di un’opera tanto videoludica quanto cinematografica o letteraria o fumettistica o qualsivoglia. Separatasi da Nintendo (e quindi tra parentesi perso anche il patrocinio di una squadra di persone che bada alla qualità in modo maniacale), Rare ha perso gli sviluppatori e le figure chiave che la contraddistinguevano uno a uno, come un colabrodo. Può continuare ad avere i franchise da sviluppare, ma se la gente che c’è dentro non è più quella che li ha creati (si veda ad esempio il rapporto tra Perfect Dark e Perfect Dark Zero) allora non ha molto senso nemmeno pensare che sarà tutto come prima. In realtà ho colto la palla al balzo della menzione di Rare tra i commenti per riprendere un mio editoriale in cui discutevo proprio della questione dell’autorialità.

    Comunque, credo che non stiamo capendoci riguardo al "pregiudizio" di Mikami. Masayume ha risposto a perfezione per me in tal senso.

    A quest’ultimo dico che sinceramente non ricordo casi (o ne conosco pochissimi) in cui il cambio di guardia abbia "rinfrescato" un’opera rendendola migliore di quanto fosse. Al massimo l’ha resa diversa, ma solo l’autore originale può sapere cos’avesse in mente nel crearla.

    Tanto per chiudere con un esempio pratico: tanta gente si strappa le vesti e implora con occhioni luccicanti un seguito di Chrono Trigger/Cross made in Square Enix. Ma cosa ne uscirebbe, contando le atmosfere particolarissime di quei giochi e aggiungendo che nessuno di coloro che sono stati cruciali nel trasmettercele lavorerebbe a detto seguito? La risposta è nei contenuti extra di Chrono Trigger DS, credo.

  10. 10 utente anonimo 17 dicembre 2009 alle 21:56

     Ma che conti maggiormente il team di sviluppo rispetto al semplice nome, questo è assolutamente condivisibile. L’ho anche voluto ribadire chiaramente in merito all’affaire Rare.

    Quello che non mi convince è un discorso che ha una prospettiva completamente diversa, e che si richiama direttamente alle dichiarazioni di Mikami e Kamiya.

    "E’ giusto che una persona (per quanto importante sia) si lagni pubblicamente del fatto che un brand a cui aveva dato i natali è in sviluppo presso altre persone, bollandolo come porcata prima di averlo visto o giocato?"

    "E’ giusto che una persona che ha deciso, in maniera giusta o sbagliata, di abbandonare un’etichetta per crearne una tutta sua, di lamentarsi poi del fatto che altre persone continuino i brand a cui avevano lavorato in precedenza"?

    "E’ giusto (e/o lontanamente immaginabile) che un brand continui solamente nel caso in cui i sequel vengano sviluppati dagli stessi ideatori? "
    Ti ho posto queste domande anche perchè spesso e volentieri, trovo una certa spocchia nelle dichiarazioni di alcuni interpreti dell’industria: mi vengono in mente proprio delle parole di Kamiya-san (che è probabilmente il più yankee degli sviluppatori giapponesi, anche oltre Kojima), che bollavano in maniera irreversibile tutti i Devil May Cry non realizzati da lui (onestamente ho trovato brutto solo il secondo capitolo), salvo poi sbandierare Bayonetta come la vera evoluzione del genere action.
    Con buona pace sua e di Famitsu…. 

    Biz

  11. 11 ShariRVek 19 dicembre 2009 alle 21:51

    Guarda, io in linea di principio sono proprio contraria a che gli autori originari di un’opera vengano estromessi o si estromettano dalla creazione dei relativi seguiti. Non condanno i risultati del passaggio di mano a priori perché io personalmente non ne ho il titolo (al massimo ne sono meno o per nulla interessata), ma per quanto mi riguarda se chi ha dato i natali a un marchio viene messo o si mette in condizioni di non potersene più occupare sarebbe opportuno che la sua creatura resti immortalata nelle condizioni in cui è stata lasciata, senza venir ripresa da qualcuno d’esterno completamente.

    Discorso estremista, utopistico e praticamente (me ne rendo conto) inapplicabile in base alle odierne leggi di mercato, lo so. Così come non entro nel merito dei toni e dell’arroganza eventualmente sfoggiata in certe dichiarazioni. Su Bayonetta, tuttavia, ho dovuto ricredermi dall’opinione negativa, di trash nauseante e privo di scopo, che me ne ero fatta in base a video e trailer. Il sistema di combattimento pare avere davvero la raffinatezza e la piacevolezza che lasciano trasparire la mano di Kamiya, o dell’autore del DMC originale che dir si voglia.

  12. 12 utente anonimo 20 dicembre 2009 alle 01:18

     Con la tua visione, che rispetto ma non condivido, ci sarebbero sicuramente più IP originali, ma probabilmente il mondo dei videogiochi sarebbe più triste (la notizia di un abbandono di uno sviluppatore equivarrebbe al de profundis di chissà quante serie di successo).

    Su Bayonetta onestamente non mi è parso, pad alla mano, questo gran capolavoro (sia a livello tecnico che di gameplay puro): il gioco completo deve essere estremamente diverso dalla build che ho provato io, oppure io e Famitsu abbiamo proprio uno spirito critico diverso.

    Biz

  13. 13 ShariRVek 22 dicembre 2009 alle 14:04

    Non so, onestamente io trovo più triste che si acclami il seguito di un gioco che amo senza che a lavorarci sia la persona/una delle persone che me l’ha/hanno fatto amare. Ma sono sicuramente solo io (e uno sparuto gruppo di amici) a pensarla così.

  14. 14 utente anonimo 22 dicembre 2009 alle 17:39

    Credo che un esempio lampante della discussione possa essere rappresentato da Bioshock 2.

    Levine non ci sta lavorando (le motivazioni di questa scelta mi sono oscure), mentre lo sviluppo è stato affidato da 2K Marin (almeno per il single player).

    Ora, con tutto il rispetto che ho (e credimi, è davvero tanto) per Levine, io sono felice che Bioshock riceva un sequel a prescindere da chi lo sta dirigendo.
    Se poi si rivelerà inferiore rispetto al primo episodio (evento futuro e incerto) sarà criticato sicuramente, come è giusto che sia. Ma questo è un rischio che si corre comunque quando si dà vita ad un sequel, a prescindere dalle persone che ci lavorano.

    Biz


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