Archivio per maggio 2010

Mi mancherà sempre un pezzo di me (Japan inside)

Manga-kan, Teramachi, Kyoto (al centro: O RLY?)

La foto sopra è unicamente indicativa di un singolo motivo fra i molti che mi hanno portato a titolare così questo post, nonché sicuramente quella più pertinente al tema portante del blog. In colpevole ritardo, sia sul periodo in cui le foto sono state scattate sia rispetto al giorno in cui ho completato il caricamento sugli album di Photobucket, vi presento la galleria completa delle foto da me scattate in terra nipponica. Spero di aver colto almeno in parte le sensazioni provate di fronte a ogni scena che mi si parava davanti e di averne catturato l’atmosfera particolare, di essere riuscita a comunicare non soltanto la sensazione di sguazzare nell’oro fra gli scaffali infiniti ricolmi di manga e videogiochi e la inesprimibile gioia di mettere le mani proprio sull’articolo tanto bramato sborsando un decimo del prezzo, ma anche quella di pace e contentezza che si prova ad ammirare un santuario fra le pacifiche vie di Kyoto o a passeggiare nei mercati coperti, o ancora ad alloggiare in una stanza tradizionale o a sedersi in una caffetteria per colazione e restarci a poltrire per ore innumeri e a prendere il treno senza affrettarsi, affidandosi completamente alla perfezione del servizio. Poi dici torni in Italia e ti vien voglia di buttarti sui binari invece di salire in carrozza.

Ecco la gallery, tutta da godere: http://s992.photobucket.com/home/Shari_Japan/allalbums

Le foto del 9 aprile sono mancanti causa esplosione SD della mia fotocamera, con immenso mio dolore. Enjoy!

Quantity over quality

Quell’overdose che maschera la mancanza di reale spessore

 

Il sunto dell’espressione ‘tutto fumo e niente arrosto’: Soulcalibur IV arriva a utilizzare animazioni e sfondi del predecessore e si ripresenta unicamente spolverato di sfavillanti lustrini che stancano a breve. Non cambiare non è necessariamente un male, ma far finta che sia il contrario fa rima con disonestà

Da qualche parte, in un recesso non troppo recondito dell’animo del videogiocatore, si annida in agguato la convinzione che quel che ha o mostra di più varrà immancabilmente più di qualcosa che non schiude la propria ricchezza e profondità all’istante. Consci di ciò, gli sviluppatori assillati dalle scadenze ne approfittano per saturare e imbellettare il preesistente, non modificandone l’essenza generale e diluendola in un catino d’acqua dolce. Soulcalibur IV, il titolo che apre lo spazio recensioni di questo mese, è un esempio lampante dell’applicazione di tale procedimento: tanti personaggi ridondanti che non mancano di portar fuori dal solco la serie e abbagliano gli astanti con una fantasmagoria di luci e fuochi d’artificio che, una volta svaniti, rivelano nient’altro che lo stesso, identico sistema di gioco, sotto certi aspetti divenuto meno interessante e più scomodo di quanto non fosse agli esordi e sotto altri ormai incline a mostrare i segni del tempo.
    Non bisogna, ovviamente, cadere nell’eccesso opposto e affermare che tanta carne al fuoco sia sempre indice di qualcosa che non va, perché sarebbe comunque un errore. È quanto la stessa carne sia saporita ciò che realmente dovrebbe contare, non quanta se ne ingerisce per compensare la sua mancanza di gusto. La chiave di volta del problema risiede forse nella smania di voler tutto subito, nell’horror vacui che spinge a chiedere costantemente qualcosa in più, non importa quanto sostanziale all’esperienza in corso o coerente con essa; esigenze, queste, chiamate in causa anche dalla questione della durata dei videogiochi e la conseguente tendenza ad allungare artificialmente il tempo necessario a concludere un playthrough nella speranza di non venir accusati di pigrizia e criticati per la brevità dello stesso. In verità, ogni esperienza dovrebbe possedere una sua durata ideale, e volergliene imporre una maggiore significa il più delle volte appesantirla con un carico superfluo che quasi inevitabilmente palesa la sua natura di aggiunta posticcia.
    Spezzare la catena, in questo caso, dipende solo dall’utente finale, quello che fatica a gettare la zavorra del materiale inutile, al quale vorremmo sottoporre uno spunto di riflessione: è meglio un gioco di venti ore dense di significato e di contenuti da scoprire o uno da sessanta di cui la metà trascorre nella noia di azioni ripetitive e prive di qualsivoglia attrattiva?

[Da Game Pro 015]

[Giusto per non lasciare abbandonato il blog, ecco un editoriale di riflessioni sempre valide che mi risparmia per ora dallo scrivere qualcosa da zero ;P]


In ottemperanza al provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si informano i visitatori che questo sito utilizza i cookie per effettuare statistiche del numero di visite in via del tutto anonima. Proseguendo con navigazione si presta consenso all'utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni si prega di consultare le politiche sulla privacy di Automattic.

Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

Last Game Pro issue

In progress

Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

Now Tweeting

Errore: Twitter non ha risposto. Aspetta qualche minuto e aggiorna la pagina.