Ace Attorney Investigations, o della fanfiction legale

La fanfiction è un racconto (fiction) amatoriale e ufficioso scritto da un appassionato (fan) di una data opera, che riprende personaggi inventati dall’autore e li fa agire in contesti o situazioni che possono essere creati ex novo o ripresi del tutto o in parte dalla storia originale; può capitare che al cast vengano aggiunte delle nuove figure, chiamate original character (OC, “personaggi originali”), che però andranno gestite con cura dallo scrittore della fanfiction per evitare che il plot li abbia come fulcro esclusivo sminuendo gli altri personaggi, o che appaiano troppo sbilanciati per capacità, aspetto o altro in confronto a chi li circonda. Ovviamente, l’eventualità che tali svarioni di caratterizzazione si verifichino esiste anche in un prodotto professionale creato a scopi commerciali, se chi si occupa dello script non sarà abbastanza abile o esperto da evitarli. Un filologo particolarmente pignolo (quale per esempio io) potrebbe arrivare ad affermare che qualunque cosa o quasi non riporti il nome dell’autore originario, commerciale o meno, sia da considerarsi fanfiction e quindi soggetta a gradi variabili di considerazione da parte degli studiosi della continuity e del cosiddetto canone di quella data opera. Qual è il confine tra ufficiale e fanfiction? È possibile usare il secondo termine per indicare un prodotto uscito col visto si stampi di un editore e con tanto di prezzo sulla copertina, ma che semplicemente non è un parto della mente di chi ha concepito per primo l’apparato fittizio?

Seconda parte del discorso: il videogioco non è arte, il videogioco può essere arte. Proprio come un film può essere arte o non esserlo, ma già il fatto che qualcuno lo sia rende il medium globalmente una forma d’arte.
Riconoscere l’arte non è in realtà difficile, almeno a mio avviso: quando la mano che pennella i tratti del videogioco sa dosarne gli elementi costitutivi per ottenere esattamente il risultato che si è prefissa a prescindere dalle piccole e inevitabili imperfezioni, quando l’autore trova il perfetto compromesso fra la comprensibilità del suo messaggio e le aspirazioni e le sensibilità personali, quando un pezzetto dell’anima di lui o di lei o anche dei tanti che hanno contribuito al processo creativo finisce fra le righe e il tutto non può ricondursi alla mera applicazione di una lezioncina imparata a menadito (che non è arte, semmai mestiere), in quel caso siamo di fronte all’arte. I Phoenix Wright di Shu Takumi, e sento già alcuni dissentire, sono opere d’arte anche perché contengono un forte spirito autoriale, elementi distintivi riconducibili allo stile personale di una figura o di un team specifici. Basta fare il raffronto con quel che si sa e si vede di Ghost Trick per poterli accomunare entrambi allo stesso creatore.

Si può dunque parlare di opere realizzate sì per essere leggibili da un pubblico, ma uscite come sono per vocazione e volontà dell’autore, e quindi contenenti intenzionalmente o meno una parte della sua anima, e poi di prodotti che su quella scia vengono pubblicati a seguire l’intuizione d’origine, intenzionati a nient’altro che a intrattenere. Si aggiunga, nel caso di Capcom, la tendenza a capitalizzare immediatamente su un’idea azzeccata sino a prosciugarla nel giro di un lustro scarso e si otterrà Miles Edgeworth: Investigations: una fanfiction che dell’ufficialità ha solo il timbro sull’esterno della scatola e un mero prodotto d’intrattenimento pensato per nient’altro che giocare sulla popolarità estrema di una figura che peraltro nel tempo ha finito con l’essere esasperata in elementi del tutto accessori e superficiali del proprio carattere. Personaggi sviati, usciti del tutto o in parte dal solco percorso durante la serie originale per amor di fanservice, nuove entrate che non beneficiano della ferrea caratterizzazione (nel senso più letterale del termine) che solo chi è dotato del talento per farlo poteva imprimere loro, situazioni e scenari al limite del grottesco senza quel pizzico di credibilità che le avrebbe rese familiari nel loro eccesso. Le nuove spalle di Edgeworth sono piene di risorse improbabili, come Kay, o si comportano in modo incoerente e sono fin troppo facili a capitolare, come Lang: com’è possibile provare soddisfazione nel vedere un assiduo detrattore passare dalla nostra parte quando, ben lungi dal poterlo considerare un osso duro, pur nella sua presunta grande abilità bastano una dissertazione o due nel primo caso in cui lo si incontra per metterlo in difficoltà e fargli assumere le sue uniche due espressioni di smarrimento e sorpresa? E come si può non considerare il quarto caso un grosso falso storico nella vita di Edgeworth, quando proprio a quell’età (e ce lo ha dimostrato Trials and Tribulations) non aveva in mente nient’altro che la vittoria, a costo di nascondere la verità manipolando il significato delle prove in suo possesso? Questa non è la prosecuzione della trilogia, bensì una manipolazione apocrifa, e la cosa è resa ancor più chiara dalla ripresa di personaggi, temi e ambientazioni già introdotti in Rise from the Ashes. Per chi ha la memoria corta, si tratta del quinto caso aggiunto nell’edizione DS di Gyakuten Saiban 1.
Si aggiungano una generale mancanza di ritmo nelle rivelazioni e nel modo di trattarle (la ripetitività delle animazioni di Edgeworth quando s’azzecca una prova da mostrare all’interlocutore fa male al cuore, soprattutto se abbinata alla blanda scelta di parole nelle frasi che a lungo andare logora anche il senso di sorpresa) e la facilità con cui gli avversari e in specie i villain mostrano le loro poco invitanti animazioni di crollo psicologico e, almeno per me, sarà difficile avvertire lo stesso senso di appagamento che in Phoenix Wright veniva dall’aver completamente decostruito il caso per giungere alla verità. E la cosa fa tanto più male considerando quanto il protagonista sia il mio prediletto in assoluto, e quanto in tal veste meritasse a mio parere ben di più del titolo che gli è stato dedicato. O forse, semplicemente, essendo stato pensato come un rivale prima e come un evasivo comprimario poi, non era la migliore delle idee trasformarlo in star di un intero titolo solo perché una parte del quinto caso di Trials and Tribulations si giocava nei suoi panni. Le fasi della deduzione logica, assai succose nella teoria tanto quanto nella pratica perché portano alla possibilità, anzi all’obbligo di ricostruire da sé gran parte dei punti critici della scena del delitto, sono però tarpate dall’aver voluto introdurre a forza certi elementi consolidati dei “controinterrogatori”, qui sotto forma di dispute verbali, come il continuo saltare a conclusioni degli interlocutori che aveva un motivo in tribunale (il precipitoso tentativo di sviare l’attenzione dalle proprie menzogne da parte dei testimoni e dei colpevoli) e che qui appare forzato, presente “perché deve esserci”. Pause, crescendo drammatici e reazioni parossistiche sono piazzati a caso e mal dosati, o al massimo piazzati secondo mestiere e non secondo accorto studio e convinzione.
È proprio quel “presente perché deve esserci” la chiave di volta di quel che sempre più spesso succede nel mondo dei videogiochi: privati degli autori originari, gli studio che ricevono l’incarico di proseguire una serie blasonata si arrabattano senza la scintilla creativa e il coraggio di sperimentare che aveva animato la creazione dell’opera, riproducendo e applicando gli schemi che altri si sono lasciati dietro perché così dettano le leggi di mercato. Sentire il vero spirito che animava quell’opera diventa così difficile, quasi impossibile, obnubilati come si è dal raggiungimento di altri obiettivi. È successo di recente con BioShock 2 (replica pedissequa degli stilemi del primo) o con Resident Evil 5. Nel frattempo il nerd dei romanzi gialli, volato verso altri lidi, non presta più il suo genio all’opera che ha creato e lo spirito di Phoenix Wright è trasmigrato in un altro corpo, secondo una metafora che non potrebbe essere più azzeccata.

Eppure qualcosa di buono l’ha fatto, Investigations: per prima cosa con un quinto caso tutto sommato discretamente godibile (anche se, per l’ennesima volta, troppo trascinato nell’ultima parte al punto di mandare out of character persino un personaggio appena rivelato come il bad guy fine di mondo), poi rinnovando i portrait del mio amato Edgey con artwork tutto sommato all’altezza e infine, per sfortuna del gentile pubblico, riaccendendo la mia voglia non solo di immergermi nuovamente nei tre PW e nel fandom, ma anche di scrivere delle fanfiction con i personaggi che più ho amato nella serie originale. Sperando di ottenere risultati almeno un pizzico migliori di Capcom.

P.S.: Nonostante non ne sia stata proprio contentissima, potrebbero esserci novità sull’argomento a breve. Per ora vi posso dire di restare sintonizzati qui sul blog e su alcuni dei siti che trovate nella colonna dei link in basso a destra…

La cosa sorprendente, e anche vagamente inquietante, del breakdown di testimoni e colpevoli in Phoenix Wright era proprio la loro messa a nudo, l’aver lottato con le unghie e con i denti per esporne le menzogne ed essere ricompensati per questo da un’orribile esplosione di collera, da un volto distorto, da una “doppia faccia” del tutto insospettabile eppure perfettamente incastonata, a ripensarci, nel comportamento di quel personaggio; oppure, in certi casi, da un’espressione di profonda tristezza altrettanto opposta all’usuale atteggiamento. Quanti hanno esultato vedendo Manfred von Karma, che sospettavano essere del tutto invulnerabile a qualsiasi risorsa potessero tirar fuori dal loro cappello a cilindro, sudar freddo per la prima volta solo nel crescendo finale di Turnabout Goodbyes? Quanti sono rimasti scioccati nella loro soddisfazione vedendolo perdere completamente le staffe e cominciare a picchiare il cranio contro la parete come solo un folle da manicomio potrebbe fare? E quanti hanno temuto per l’incolumità di Mia Fey quando, pur avendo sperato con tutto il cuore che Dahlia avesse quel che meritava, hanno visto la sua orrenda metamorfosi sul finire del primo caso di Trials and Tribulations? E questi non sono che degli esempi, che potrei arricchire con quelli di altri personaggi non colpevoli ma comunque estremamente godibili da sbugiardare. In ogni caso, suppongo che la risposta alle domande di cui sopra sia “parecchi”.

Annunci

2 Responses to “Ace Attorney Investigations, o della fanfiction legale”


  1. 1 Synkron 12 giugno 2010 alle 15:19

    Trovo che il mondo videoludico sia caratterizzato da una penuria di autori avvilenti, la terra delle potenzialità inespresse. Ci sono autori meritevoli (tipo lo stesso Takumi, Kojima e Suda), che riescono ad elevarsi sul deserto che li circonda. Il problema, è che si tratta pur sempre di un mercato, con delle leggi, a cui devono sottostare. Per quanto le loro opere possano essere eccelse, toccanti e profonde, rimangono pur sempre un prodotto commerciale, che deve essere venduto. Il riscontro col pubblico non è prevedibile, e come tale, si cerca di andare incontro alle sue esigenze, a ciò che richiede, affinché venda. Ma il pubblico è vasto, e il riscontro con esso sarà sempre variabile, nonostante si tenti di accontentarlo (il che nega il concetto stesso di arte, la quale non è più l'espressione dell'autore, ma mero fanservice).Accade spesso ormai che saghe note, vengano rovinate, specialmente nella loro trama, dovuto a un cambio di director, che ovviamente non potrà seguire/comprendere l'idea originaria dell'autore, ed è questo il caso di re5, come di aai; entrambi vittime di un cambio di regia, che ha snaturato la loro essenza, estendendosi fino al gameplay, nel tentativo di compiacere i fan. Il loro obiettivo però lo hanno raggiunto, nonostante siano miseri in confronto ai capitoli precedenti, e pessimi come giochi in sé, hanno venduto, e continuano a vendere, sfruttando il loro nome, e la massa che continua a comprarli per il nome che portano. Si renderanno sì conto della pessima qualità del titolo, temendo che la cosa possa ripetersi, ma anche in questo caso, vivrà ancora la speranza affinché non accada, e nel frattempo, continueranno a contribuire nelle vendite, realizzando l'obiettivo primo del mercato, al quale non interessa la suddetta qualità, protraendosi in un ciclo continuo.

  2. 2 ShariRVek 12 giugno 2010 alle 16:30

    Ma guarda, l'intento commerciale in sé non va liquidato come il Male a prescindere, perché ha prodotto molte opere non solo meritevoli ma addirittura immortali e nemmeno unicamente nell'ambito dei videogiochi. Tanti dipinti oggi considerati patrimonio dell'umanità sono stati realizzati per scopi tutt'altro che filantropici e sicuramente più riconducibili a mere finalità alimentari ( = per magna') o comunque per desiderio di fama. L'importante, come ho detto, è che proprio questo bisogno di rendersi appetibili al committente/al pubblico che quell'opera fruirà faccia emergere i talenti, la ricchezza interiore e le predilezioni dell'autore, come ho scritto nel post. Il problema è che non tutti sono dotati di un simile talento, ma che questo non ha importanza agli occhi dell'addetto marketing che pensa solo al soldo e che, proprio perché è colui che garantisce la sopravvivenza economica dell'azienda, gode di poteri di fatto superiori a quelli dei creativi; il problema è ciò che la volontà di massimizzare i profitti propria dei grandi publisher porta, ovvero la visione del videogioco come mero prodotto in cui la volontà autoriale ha zero valore. Ed è questo che mette a repentaglio il potenziale del medium più di qualunque cosa, sicuramente più di qualunque strale possa essergli lanciato contro dalla stampa generalista.Il punto è che l'utente medio di questo non si accorge e preferisce sbavare sul logo del "nuovo Resident Evil" o, nel caso della ben più ristretta nicchia di PW/AA, del "nuovo gioco degli avvocati", rendendo più facile il compito di chi pensa solo a spremere il limone finché può, che d'altronde proprio grazie alla superficialità del pubblico generico può portare avanti questa politica a oltranza.


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




In ottemperanza al provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si informano i visitatori che questo sito utilizza i cookie per effettuare statistiche del numero di visite in via del tutto anonima. Proseguendo con navigazione si presta consenso all'utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni si prega di consultare le politiche sulla privacy di Automattic.

Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

Last Game Pro issue

In progress

Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

Now Tweeting


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: