Archivio per settembre 2010

Quale Tokyo preferisco

Voi direte: una maniaca di videogiochi non può non restare folgorata dalla vista dei chilometrici grattacieli di Shinjuku e Roppongi, che ospitano gli uffici delle megacorporazioni videoludiche più potenti del momento o che compaiono in un certo manga apocalittico di CLAMP. Da brava antisociale non può non rimanere ammirata dalla loro immacolata pulizia e dall’assenza di esseri umani così come di qualsivoglia distributore di bibite o conbini per le strade di Ginza.
E invece no. Odio tutto questo, ma chi ha letto con attenzione i miei diari del 2009 forse già lo sapeva.


Seriamente, io in quest’immagine scattata nella parte ovest di Shinjuku, diretta verso il Tokyo Metropolitan Government Building, non vedo granché di bello. È come se ogni caratteristica peculiare del Paese in cui ci si trova fosse stata spazzata via, pressata sotto il rullo di una schiacciasassi che all’altro capo restituisce un diorama perfettamente uguale per ogni città del mondo dove esistano quartieri come questo. Ogni volta che sono finita in posti così, ho finito col provare una grande tristezza accentuata, anziché diminuita, dai centri commerciali ultra-glamour e ultra-occidentali che circondano la stazione. Nonché dall’assenza di una qualunque cordialità e di un qualunque rapporto umano.

Giusto per tentare di far comprendere quanto possa cambiare l’atmosfera all’altro lato della città, dalla mattina al pomeriggio, e di cosa invece mi piaccia davvero quando giro per le strade di Tokyo (come di Kyoto, Kamakura, quelchepareavoi e non solo in Giappone, ma ovunque):


Ritrovarmi in una scena presa di peso da un manga, ma non solo: trovare gente che per poco non ti insegue per farti assaggiare una delle sue fenomenali fragole, che ti chiede se conosci l’anmitsu e s’illumina se le rispondi di sì, vedere i cavi che s’intrecciano sopra la testa e viuzze strette con caffetterie e negozi di bento e chincaglierie. Sentire canzoni melodiche anni ’40 provenire dalla facciata di un negozio. Ma anche immergersi nel caos alla buona di Akihabara (se non fosse per i turisti… no wait, lo sono anch’io), entrare in un ristorantino di soba o in un kaitensushi, vedere che attorno a te si svolgono scene di vita e godersi i colori, fermarsi davanti a un tempio shinto, restare basiti davanti al prezzo della frutta. E vedere qualcosa di lindo e perfetto sì, ma non completamente privo di vita. Preferisco esplodere per la sovrabbondanza di input sensoriali piuttosto che avere la desolazione attorno a me. A dir la verità l’ho sempre preferito, e proprio per questo non riesco a capire il senso del centro di Tokyo.

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[La madeleine] Gargoyle’s Quest

Per un puro caso, o forse no, sono capitata sulla pagina di Wikipedia inglese di cotal pilastro della mia infanzia, che avevo già menzionato in precedenza per parlare del suo (fra l’altro superiore) seguito su SNES. L’ordine degli eventi è più o meno questo: nell’estate 1993 resto intimidita dal coin’op del primo Ghosts ‘n’ Goblins. Poco tempo dopo gli amichetti della porta accanto vengono visti giocare su Game Boy e offrono partite dimostrative al sopraindicato videogioco con gargoyle. Attirata dalla scritta “Ghosts ‘n’ Goblins” in calce al nome effettivo e ufficiale, decido che deve far parte della mia collezione; tutto il resto è storia.

Ricordo ancora il senso di potenza che i nuovi poteri trovati per puro caso sulla mappa od ottenuti al costo di litri e litri di sangue buttato su ogni singolo centimetro di ogni singolo stage conferivano; l’emozione di poter volare qualche centimetro un po’ più in là e di afferrarsi a una sporgenza in un livello prima irrisolvibile, di distruggere un blocco o di ritrovare appeso a un albero perfettamente qualunque della mappa un paio d’ali più potenti utilizzando il rigido e scomodo menu delle interazioni. L’emozione di apprendere il primo “incantesimo della resurrezione”, leggi password, e di poter quindi iniziare dalla prima area anziché ripetutamente dall’inizio. Il senso di drammaticità (a pacchi, proprio) nel momento in cui il Re Darkoan, imprigionato dall’armata dei Distruttori, riusciva a spostarsi dal suo trono grazie all’intervento di Firebrand e in quel momento lo investiva dei suoi illimitati poteri: avevo dovuto passar mesi solo per superare stage e relativo boss, un’impresa che probabilmente aveva influito sulla soddisfazione risultante. E ancora il combattimento finale, dopo aver risvegliato tutte le ultime abilità della Red Blaze ed esser diventati (a confronto dell’inerme moscerino del principio) una perfetta macchina di morte. Fa una strana impressione rileggere adesso quella trama semplicissima, raccontata per mezzo di due finestre di testo mal tradotto, a disposizione di tutti i curiosi sui siti di retrospettive videoludiche quando allora mi era costato fatica anche solo capirla. E le musiche, così epiche per i chip sonori primordiali che le riproducevano.
Gargoyle’s Quest rivelava in realtà l’ispirazione dalla serie principe e il coinvolgimento del medesimo staff nella rigidità dei movimenti dell’avatar, che ancora una volta non poteva modificare la direzione del salto appena spiccato. Gli elementi di crescita del personaggio, ancorché piuttosto lineari, sono stati ripresi come caratteristica determinante dei due episodi successivi, mentre la suddivisione tra fasi a volo d’uccello e livelli a scorrimento orizzontale, vezzo stilistico dell’epoca, ricade probabilmente sotto l’influenza del pur criticato The Adventure of Link.

P.S.:
La cover riesce finanche a sbagliare il colore di Firebrand, sempre che non si tratti di un altro gargoyle suo collega, e a conferire col suo tratto dilettantesco un’aura semiseria a un gioco che, già allora, decideva di puntare su atmosfere ben più drammatiche del capostipite che lo ha generato da una sua costola.

Concludiamo così, con due screenshot per i posteri.

Da zero…

… a mito (featuring: uno dei nemici più odiosi del gioco, fautore di battaglie random esasperantemente lunghe).


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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