Ode to the fourth wall


Esistono storie e intrecci veramente possibili e raccontabili solo in un determinato modo, avvantaggiandosi delle particolarità di quel tale mezzo espressivo. Così come certe ambiguità possono essere ottenibili solo in un libro e talune scene visivamente d’effetto solo in un medium che preveda una parte grafica, le peculiarità della visual novel giapponese sembrano essere pensate apposta per conferire la massima efficacia (e non viceversa, tanto vengono utilizzate con fluidità) a Ever17 e alle sue imprevedibili rivelazioni, che sono perfettamente a metà fra un accorto sfruttamento della parte scritta e il ricorso a immagini piazzate ad arte per stravolgere le convinzioni del lettore/fruitore dileggiando in modo assai arguto e integrando nella storia le idee preconcette formatesi accumulando conoscenze sul mondo raffigurato nell’opera. Ever17 gioca intelligentemente con le convenzioni del genere, come la soggettiva dagli occhi del personaggio-punto di vista (di conseguenza invisibile… a meno di non trovarsi davanti a uno specchio) e la presenza di più tracciati narrativi da scegliere per mezzo dei bivi nei dialoghi, rendendole interne all’intreccio anziché esterne e meramente funzionali, distaccate dal mondo e dai personaggi. Nemmeno una localizzazione pedestre e il ritmo slombato di certe scene, peraltro da ripetere identiche da un minimo di due a un massimo di quattro volte (o anche no, courtesy dello skip dei testi già letti) per poter pervenire al finale definitivo in cui ogni mistero sarà spiegato con dovizia di particolari, bastano a moderare l’effetto inquietante di altre sequenze risolte con maestria esemplare nel dosaggio delle informazioni elargite e nella gestione del suddetto punto di vista. Cosa rara per lavori del genere, quasi ogni punto oscuro piazzato sul tappeto pezzo dopo pezzo nei primi quattro path viene ripreso in mano e rigirato, manipolato ed esaminato fino a combaciare perfettamente con tutti gli altri, fino a formare un mosaico dalle mancanze perlopiù trascurabili che contribuiscono a mantenere il fascino degli eventi più bizzarri senza troppo metterne a nudo i retroscena.

P.S. Avete già letto Ever17, condizione necessaria per comprendere appieno il testo qui sopra e leggerlo con un sorrisetto astuto sulle labbra, e volete la prova che anche un autore di videogiochi e/o visual novel ha il diritto di possedere e sviluppare temi ricorrenti? DS e copia di 999: Nine Hours, Nine Persons, Nine Doors alla mano, cominciate a enumerare i punti di contatto. Gruppo di persone intrappolate in una struttura senza via di uscita? Check. Summenzionata struttura senza via di uscita isolata sopra, sotto o in mezzo al mare? Check. Conto alla rovescia (reale o figurato) verso l’affondamento dell’onnipresente struttura? Ancora check. Gemiti del metallo che cede alla pressione dell’acqua, a ricordare l’incombenza della tragedia? Check. Mindfuck geniale condito da impossibilità di spegnere la console fino a raggiungere il punto risolutivo? Check, check e stracheck.

… Obbligo di rigiocare da capo la novel almeno cinque volte prima di sbloccare il vero finale della vicenda? Check, purtroppo. O per fortuna, a seconda del gradimento.

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Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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