Archivio per aprile 2011

Io li ho letti, leggili anche tu

Bakuman

Era già assodato che questo fosse il duo magico del manga moderno: Tsugumi Ohba, con la sua maestria nell’intessere trame e nello sciorinare cervellotici discorsi e Takeshi Obata, con la sua bravura estrema alla matita e alla china. Già il radicale cambio di direzione dopo le scene di tensione e i piani machiavellici di Death Note, senza tuttavia tradire gli elementi che avevano reso grande quell’opera, lascia intuire la presenza di un fermento d’idee tutte valide e della capacità di metterle su carta nel migliore dei modi. Bakuman fonde in sé una quantità quasi preoccupante di generi, anime e atmosfere: quella didattica del “manga sui manga” per giovani aspiranti fumettisti, reso più accattivante dallo stile dinamico shonen di Obata e dalla continua citazione di marchi e opere reali di casa Shueisha, quella realistico-documentaristica per cui della stessa fauna sono mostrate acriticamente le parti più affascinanti quanto le più inquietanti, quella shonen delle grandi imprese e delle iperboli, superbamente illustrate ancora una volta dalle espressioni facciali sopra le righe dei protagonisti, e infine persino quella della commedia romantica di cui comunque i ragazzuoli acquirenti di Jump vanno pur a piccole dosi ghiotti. Ohba, si era già visto, nella sua genialità non si fa mai sostenitrice di una cristallina classificazione di stampo morale e così si diverte a lasciare che dai fatti i lettori si formino un’idea di quale sia l’approccio alla vita a loro più congeniale; come dire che quello è il mondo, e che ciascuno lo affronta a modo suo. E così il mondo dell’editoria fumettistica giapponese si regge tanto sui sondaggi d’opinione e sul bieco culto del singolo yen in più quanto sulla strenua determinazione in petto a qualsiasi rischio d’individui che non saprebbero vivere altrimenti che disegnando. E questa stessa passione viene dunque spietatamente sfruttata dai meccanismi dell’industria, che si dibattono in equilibri impossibili tra la necessità di mettere a parte gli autori dei risultati di pubblico delle loro opere e quella altrettanto importante di non portarli a lasciarsi eccessivamente influenzare dal freddo numero.
Bakuman è anche un po’ (un po’ tanto) slice of life, ma di una quotidianità costantemente scossa da avvenimenti straordinari, da conflitti degni del più assurdo degli shonen manga; a differenza di un suo fratello di genere quale Manga Bomber, tuttavia, preferisce imboccare il sentiero del rigoroso realismo (?) in modo da rendere credibili persino le storie che apparirebbero fuori dal mondo (così come al contrario lo stile iperbolico di Shimamoto rende incredibili persino gli avvenimenti più mondani). È un commentario del mercato fatto da chi vive al suo interno e ne sfrutta a sua volta le logiche spesso perverse, e allo stesso tempo un manga perfettamente inquadrato nelle necessità di una casa editrice che ogni anno ha bisogno di nuove leve da arruolare. Non tutte le reclute sopravvivranno all’impietosa prima battaglia della serializzazione, ma anche questo fa parte del grande gioco d’azzardo che è il disegno dei manga come la vita intera.

The Five Star Stories

Eccolo, uno dei manga che maggiormente hanno influenzato, sia a mia insaputa che non, il mondo immaginario della mia adolescenza. Con la sua iconografia fantastica mi sono sempre ritrovata in quasi perfetta sintonia, nonostante il mio scarso interesse per i robottoni; forse per via del fatto che proprio quella sua iconografia è talmente vasta e onnicomprensiva dei più grandi topoi tanto del fantasy quanto della sci-fi da accontentare ciascun lettore qua con un dettaglio, là con un altro. La narrazione è schematica e quasi distante, come si confà al racconto di un bardo interstellare che travalica il tempo e rende le umane vite allo stesso tempo preziose e insignificanti nell’immensità del cosmo, eppure da ogni vignetta traspare lo smisurato sfizio dell’autore nel far capitare e nel raccontare praticamente tutto ciò che desidera. Facezie si alternano a solennità, e sebbene talvolta si stenti a “sentire” (ma è comprensibile, vista la portata dell’opera) un coinvolgimento emotivo con le vicende narrate si lasciano sempre i volumi con un senso di affascinata malìa, ripensando all’immenso repertorio di trovate grafiche messe in campo ovunque. Si può probabilmente concludere che lo scopo fosse per l’appunto diverso dal coinvolgimento narrativo e più vicino a un continuo appagamento visivo, a un annichilimento di fronte a cotanta magnificenza. Nagano preferisce non chiamarla fantascienza, eppure in molti angoli del suo universo si respira l’aria della Fondazione di Asimov o, se vogliamo cercar qualcosa di meno esteticamente e scientificamente quadrato, di un Simmons col suo Hyperion. Potremmo dire che negli episodi spiccioli e nella vastità della Storia richiami decisamente il primo, mentre nel contenuto più strettamente detto si riallacci idealmente alle vicende al di là del tempo, allo scorrere tumultuoso e irregolare di quest’ultimo, che fanno da cardine alla seconda saga citata. Il tutto, ovviamente, condito da più di una spruzzata di otakuismi assortiti per non tradire l’identità dell’uomo (e sto parlando proprio di Mamoru Nagano) che generò il fenomeno del cosplay annunciando nelle vesti di Char Aznable l’inizio di una nuova era per l’animazione.


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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