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[Realtà 2 fantasia 0] Consigli per la lettura: Tornatràs

Un gioiellino di Bianca Pitzorno, fra le più famose e abili autrici italiane di letteratura per ragazzi di tutte le età (nonché indubbiamente mio mito d’infanzia e non solo), che resta una delle sue opere meno conosciute e reperibili per motivi che non tarderanno a diventare chiari. Perfettamente in linea col resto della sua produzione per il forte messaggio sociale che lancia, il costante impegno a contrastare il piattume culturale e intellettuale cui il suo giovane pubblico viene da più parti esposto, la cura posta nell’intreccio e la profondità della caratterizzazione dei personaggi, eppure allo stesso tempo atipico per il forte ed evidente riferimento alla realtà nostrana (pur se pesantemente romanzata) e a certi personaggi che ne caratterizzano in modo nefasto l’attualità.

Colomba, undici anni compiuti all’inizio della storia, vive a Genova col fratello minore e una madre mai ripresasi dalla morte del marito, che trascorre le giornate vegetando di fronte allo schermo televisivo e si lascia assorbire dalle vite fasulle e dai sentimenti preconfezionati che servono a plasmare e ricondurre gli individui ad aspettative e bisogni omologati. Mai avrebbe pensato la protagonista, in quelle prime pagine, che un’improbabile eredità fosse sul punto di trascinare quel che resta della sua famiglia a Milano, in una palazzina abitata da un eterogeneo e multietnico coacervo di personaggi in perenne lotta proprio con chi tenta d’instillare nella popolazione l’intolleranza e il razzismo per i propri biechi fini. Pagina dopo pagina si viene trascinati in un vortice inarrestabile di avvenimenti, di scene di vita quotidiana e di caratterizzazioni adorabili, come se si entrasse noi stessi in quella famiglia allargata che abita l’Ostinata Dimora. Colomba, la madre e il fratello rischieranno di diventare strumenti di propaganda elettorale nelle mani di loschi e untuosi figuri che è fin troppo facile ricollegare a volti noti, dotati di eloquenza televisiva e di una grande capacità di arringare le masse manovrandole dopo averne imbastito a puntino i gusti e le priorità. Alla fine l’incantesimo sarà rotto e i nostri eroi risveglieranno tutti dal sonno della ragione grazie a uno scandalo non pianificato ad arte, ma chiamato su di sé da quegli stessi che cercavano di nasconderlo con ogni mezzo messo a disposizione del loro immeritato potere.

Tornatràs mi è tornato alla mente proprio ieri, leggendo delle ultime prodezze in atto (sarà un caso?) a Milano. Le strategie messe in campo oggi, nel nostro quotidiano, ricordano in modo inquietante quelle che fino a ieri potevo con tutta tranquillità considerare invenzioni ed esagerazioni nate dalla penna di una scrittrice brillante che caricaturizzava la realtà per metterne a nudo il ridicolo; possiamo invece considerarla non solo profetica, ma anche abilissima proprio nell’elaborare persino i personaggi ispirati a figure esistenti, anticipandone le mosse finanche più assurde. La realtà sta davvero superando la fantasia, e spero lo farà fino in fondo.

Da trovare, acquistare e leggere tutto d’un fiato, non solo per il piacere immenso di farlo, ma anche per rendersi conto che qualcuno aveva già capito tutto non pochi anni fa e stava tentando di metterci in guardia.

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Cool Guys: Cabanela

Da: Ghost Trick: Phantom Detective
Cool Quote: “Ah, the teeension of a crime scene!”
Vero Nome: Uhm… Cabanela?
Pro: Non è tutto chiacchiere e distintivo, le moveeenze, baby
Contro: Rapporto sprite-portrait poco soddisfacente a sfavore del secondo

Danza attraverso la vita e lo schermo del DS che è un piacere, riuscendo ad apparire completamente scoppiato e discretamente inutile di primo acchito (e pure di secondo, a ben vedere) nonostante lo stile indubbio nello scendere le scale e il volteggiare fluido che colpisce diritto al cuore la sottoscritta (la quale confessa qui e ora, una volta per tutte, di amare gli uomini danzanti). Come in molti altri casi durante la spericolata corsa in ottovolante che è la trama di Ghost Trick e lo sviluppo dei suoi personaggi, tutto si rivela un abile depistaggio per non render subito chiaro che l’intrinseca figaggine dell’atteggiamento di Cabanela nasconde anche una sostanza di tutto rispetto.

(Sì, è un modo stealth per infilare Ghost Trick sul blog pur non avendo voglia di scrivere un post articolato, ‘k? Grazie a Darmani del forum di TLW.Net per l’idea!)

Cool-O-Meter: 8

Io li ho letti, leggili anche tu

Bakuman

Era già assodato che questo fosse il duo magico del manga moderno: Tsugumi Ohba, con la sua maestria nell’intessere trame e nello sciorinare cervellotici discorsi e Takeshi Obata, con la sua bravura estrema alla matita e alla china. Già il radicale cambio di direzione dopo le scene di tensione e i piani machiavellici di Death Note, senza tuttavia tradire gli elementi che avevano reso grande quell’opera, lascia intuire la presenza di un fermento d’idee tutte valide e della capacità di metterle su carta nel migliore dei modi. Bakuman fonde in sé una quantità quasi preoccupante di generi, anime e atmosfere: quella didattica del “manga sui manga” per giovani aspiranti fumettisti, reso più accattivante dallo stile dinamico shonen di Obata e dalla continua citazione di marchi e opere reali di casa Shueisha, quella realistico-documentaristica per cui della stessa fauna sono mostrate acriticamente le parti più affascinanti quanto le più inquietanti, quella shonen delle grandi imprese e delle iperboli, superbamente illustrate ancora una volta dalle espressioni facciali sopra le righe dei protagonisti, e infine persino quella della commedia romantica di cui comunque i ragazzuoli acquirenti di Jump vanno pur a piccole dosi ghiotti. Ohba, si era già visto, nella sua genialità non si fa mai sostenitrice di una cristallina classificazione di stampo morale e così si diverte a lasciare che dai fatti i lettori si formino un’idea di quale sia l’approccio alla vita a loro più congeniale; come dire che quello è il mondo, e che ciascuno lo affronta a modo suo. E così il mondo dell’editoria fumettistica giapponese si regge tanto sui sondaggi d’opinione e sul bieco culto del singolo yen in più quanto sulla strenua determinazione in petto a qualsiasi rischio d’individui che non saprebbero vivere altrimenti che disegnando. E questa stessa passione viene dunque spietatamente sfruttata dai meccanismi dell’industria, che si dibattono in equilibri impossibili tra la necessità di mettere a parte gli autori dei risultati di pubblico delle loro opere e quella altrettanto importante di non portarli a lasciarsi eccessivamente influenzare dal freddo numero.
Bakuman è anche un po’ (un po’ tanto) slice of life, ma di una quotidianità costantemente scossa da avvenimenti straordinari, da conflitti degni del più assurdo degli shonen manga; a differenza di un suo fratello di genere quale Manga Bomber, tuttavia, preferisce imboccare il sentiero del rigoroso realismo (?) in modo da rendere credibili persino le storie che apparirebbero fuori dal mondo (così come al contrario lo stile iperbolico di Shimamoto rende incredibili persino gli avvenimenti più mondani). È un commentario del mercato fatto da chi vive al suo interno e ne sfrutta a sua volta le logiche spesso perverse, e allo stesso tempo un manga perfettamente inquadrato nelle necessità di una casa editrice che ogni anno ha bisogno di nuove leve da arruolare. Non tutte le reclute sopravvivranno all’impietosa prima battaglia della serializzazione, ma anche questo fa parte del grande gioco d’azzardo che è il disegno dei manga come la vita intera.

The Five Star Stories

Eccolo, uno dei manga che maggiormente hanno influenzato, sia a mia insaputa che non, il mondo immaginario della mia adolescenza. Con la sua iconografia fantastica mi sono sempre ritrovata in quasi perfetta sintonia, nonostante il mio scarso interesse per i robottoni; forse per via del fatto che proprio quella sua iconografia è talmente vasta e onnicomprensiva dei più grandi topoi tanto del fantasy quanto della sci-fi da accontentare ciascun lettore qua con un dettaglio, là con un altro. La narrazione è schematica e quasi distante, come si confà al racconto di un bardo interstellare che travalica il tempo e rende le umane vite allo stesso tempo preziose e insignificanti nell’immensità del cosmo, eppure da ogni vignetta traspare lo smisurato sfizio dell’autore nel far capitare e nel raccontare praticamente tutto ciò che desidera. Facezie si alternano a solennità, e sebbene talvolta si stenti a “sentire” (ma è comprensibile, vista la portata dell’opera) un coinvolgimento emotivo con le vicende narrate si lasciano sempre i volumi con un senso di affascinata malìa, ripensando all’immenso repertorio di trovate grafiche messe in campo ovunque. Si può probabilmente concludere che lo scopo fosse per l’appunto diverso dal coinvolgimento narrativo e più vicino a un continuo appagamento visivo, a un annichilimento di fronte a cotanta magnificenza. Nagano preferisce non chiamarla fantascienza, eppure in molti angoli del suo universo si respira l’aria della Fondazione di Asimov o, se vogliamo cercar qualcosa di meno esteticamente e scientificamente quadrato, di un Simmons col suo Hyperion. Potremmo dire che negli episodi spiccioli e nella vastità della Storia richiami decisamente il primo, mentre nel contenuto più strettamente detto si riallacci idealmente alle vicende al di là del tempo, allo scorrere tumultuoso e irregolare di quest’ultimo, che fanno da cardine alla seconda saga citata. Il tutto, ovviamente, condito da più di una spruzzata di otakuismi assortiti per non tradire l’identità dell’uomo (e sto parlando proprio di Mamoru Nagano) che generò il fenomeno del cosplay annunciando nelle vesti di Char Aznable l’inizio di una nuova era per l’animazione.

押忍!闘え!日本


東北地方太平洋沖地震災害、お見舞い申し上げます。

ににほんふぇいにふぇn 日本の方、全力をあげて頑張ってください。

(Sono vicina al popolo giapponese per il terremoto del Tohoku. Fatevi coraggio con tutte le vostre forze.)

[Incoming mail] Radiant Historia


Domanda, abbastanza retorica ma tant’è: può in un genere in stagnazione come il JRPG avere ancora spazio tra le sue fila per esponenti di scuola rètro? La risposta dovrebbe venire da sé, in particolare dalla sconfinata lineup del DS nonché da alcuni remake per PSP, i quali però sono per l’appunto remake di capolavori (e meno) di un’era che fu. Guardiamo a un titolo originale come Radiant Historia: un amalgama di stile grafico a 16 bit, intrighi politici à la Matsuno-Suikoden, ambientazione ricca e viaggi nel tempo attinti a piene mani da un classico incontrastato di cui taccio il nome già abbondantemente consumato e scomodato.
Il segreto del successo di tali operazioni sta nel porre come fondamenta dell’apparato estetico da nostalgia tutti i passi avanti nel frattempo compiuti dal sistema di gioco, il design delle interfacce e il gameplay tout court. Nell’unire cioè passato, presente e futuro in un tutto unico e fluido. Da questa scuola di pensiero hanno sovente origine i giochi di adesso che maggiormente m’impressionano, e Radiant Historia non è da meno.

Se già avevo salivato di fronte agli artwork deliziosamente anni ’90, agli sprite colorati e alla prospettiva di un viaggio a ritroso nelle ere allo scopo di correggere l’avvenire, decidendo di procurarmi la versione americana alla notizia dell’acclusione di una OST nel pacchetto, è stata una singola immagine a farmi volare su Videogamesplus.ca per piazzare in quattro e quattr’otto il preordine del gioco: la schermata della timeline. Ho un debole per le storie di crononauti da quel dì e non ho dubbi che a molti di coloro che condividono il mio fetish sia bastato vedere i bivi scomporsi e ricomporsi a seconda delle proprie azioni e delle proprie scelte per unirsi all’ipnotizzata processione tipo Hamelin.

L’attesa di averlo tra le mani sarà pesante, benché se ne prospetti una ancor maggiore prima di poter finalmente inserire la cartuccia nella console. Ma per ora mi basta poterlo sapere lì, sulla pila del mio backlog.

Ode to the fourth wall


Esistono storie e intrecci veramente possibili e raccontabili solo in un determinato modo, avvantaggiandosi delle particolarità di quel tale mezzo espressivo. Così come certe ambiguità possono essere ottenibili solo in un libro e talune scene visivamente d’effetto solo in un medium che preveda una parte grafica, le peculiarità della visual novel giapponese sembrano essere pensate apposta per conferire la massima efficacia (e non viceversa, tanto vengono utilizzate con fluidità) a Ever17 e alle sue imprevedibili rivelazioni, che sono perfettamente a metà fra un accorto sfruttamento della parte scritta e il ricorso a immagini piazzate ad arte per stravolgere le convinzioni del lettore/fruitore dileggiando in modo assai arguto e integrando nella storia le idee preconcette formatesi accumulando conoscenze sul mondo raffigurato nell’opera. Ever17 gioca intelligentemente con le convenzioni del genere, come la soggettiva dagli occhi del personaggio-punto di vista (di conseguenza invisibile… a meno di non trovarsi davanti a uno specchio) e la presenza di più tracciati narrativi da scegliere per mezzo dei bivi nei dialoghi, rendendole interne all’intreccio anziché esterne e meramente funzionali, distaccate dal mondo e dai personaggi. Nemmeno una localizzazione pedestre e il ritmo slombato di certe scene, peraltro da ripetere identiche da un minimo di due a un massimo di quattro volte (o anche no, courtesy dello skip dei testi già letti) per poter pervenire al finale definitivo in cui ogni mistero sarà spiegato con dovizia di particolari, bastano a moderare l’effetto inquietante di altre sequenze risolte con maestria esemplare nel dosaggio delle informazioni elargite e nella gestione del suddetto punto di vista. Cosa rara per lavori del genere, quasi ogni punto oscuro piazzato sul tappeto pezzo dopo pezzo nei primi quattro path viene ripreso in mano e rigirato, manipolato ed esaminato fino a combaciare perfettamente con tutti gli altri, fino a formare un mosaico dalle mancanze perlopiù trascurabili che contribuiscono a mantenere il fascino degli eventi più bizzarri senza troppo metterne a nudo i retroscena.

P.S. Avete già letto Ever17, condizione necessaria per comprendere appieno il testo qui sopra e leggerlo con un sorrisetto astuto sulle labbra, e volete la prova che anche un autore di videogiochi e/o visual novel ha il diritto di possedere e sviluppare temi ricorrenti? DS e copia di 999: Nine Hours, Nine Persons, Nine Doors alla mano, cominciate a enumerare i punti di contatto. Gruppo di persone intrappolate in una struttura senza via di uscita? Check. Summenzionata struttura senza via di uscita isolata sopra, sotto o in mezzo al mare? Check. Conto alla rovescia (reale o figurato) verso l’affondamento dell’onnipresente struttura? Ancora check. Gemiti del metallo che cede alla pressione dell’acqua, a ricordare l’incombenza della tragedia? Check. Mindfuck geniale condito da impossibilità di spegnere la console fino a raggiungere il punto risolutivo? Check, check e stracheck.

… Obbligo di rigiocare da capo la novel almeno cinque volte prima di sbloccare il vero finale della vicenda? Check, purtroppo. O per fortuna, a seconda del gradimento.

Quanto sei bella Roma, e mica solo a prima sera

So già quanto mi piacciano le vedute della mia città senza che un videogioco canadese stia lì a ricordarmelo con i suoi tour virtuali, di cui non ho certo bisogno quanto qualcuno che vive a OVER NINE THOUSAAAAND chilometri da qui. Se Assassin’s Creed Brotherhood riesce invece a riportarmele alla mente con efficacia e allo stesso tempo contiene nelle sue pillole di database e nei paesaggi da cartolina un vero e proprio time elevator da salotto e un’esperienza ludicamente e culturalmente golosa, allora mi basta per dire che gli sviluppatori hanno ben svolto il loro lavoro. Considerando qual è sempre stato il focus della saga per me, l’emozione che mi percorre a vedere il Colosseo circondato dalle campagne e la piazza di fronte al Pantheon com’era un tempo o anche solo la mappa acclusa alla guida ufficiale, che mi diverto a confrontare con quella odierna per verificare l’accuratezza della ricostruzione, mi fa pensare di aver forse di fronte una nuova vetta della maturità autoriale del team (peccato solo che Dèsilets…). E chissenefrega delle missioni secondarie altamente randomiche, a quel punto.


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

Last Game Pro issue

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Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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