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Mi mancherà sempre un pezzo di me (Japan inside)

Manga-kan, Teramachi, Kyoto (al centro: O RLY?)

La foto sopra è unicamente indicativa di un singolo motivo fra i molti che mi hanno portato a titolare così questo post, nonché sicuramente quella più pertinente al tema portante del blog. In colpevole ritardo, sia sul periodo in cui le foto sono state scattate sia rispetto al giorno in cui ho completato il caricamento sugli album di Photobucket, vi presento la galleria completa delle foto da me scattate in terra nipponica. Spero di aver colto almeno in parte le sensazioni provate di fronte a ogni scena che mi si parava davanti e di averne catturato l’atmosfera particolare, di essere riuscita a comunicare non soltanto la sensazione di sguazzare nell’oro fra gli scaffali infiniti ricolmi di manga e videogiochi e la inesprimibile gioia di mettere le mani proprio sull’articolo tanto bramato sborsando un decimo del prezzo, ma anche quella di pace e contentezza che si prova ad ammirare un santuario fra le pacifiche vie di Kyoto o a passeggiare nei mercati coperti, o ancora ad alloggiare in una stanza tradizionale o a sedersi in una caffetteria per colazione e restarci a poltrire per ore innumeri e a prendere il treno senza affrettarsi, affidandosi completamente alla perfezione del servizio. Poi dici torni in Italia e ti vien voglia di buttarti sui binari invece di salire in carrozza.

Ecco la gallery, tutta da godere: http://s992.photobucket.com/home/Shari_Japan/allalbums

Le foto del 9 aprile sono mancanti causa esplosione SD della mia fotocamera, con immenso mio dolore. Enjoy!

[Old game mags]PC Game Parade

Letta allora: All’età di 11 anni entrai nel mondo delle riviste videoludiche leggendola da una conoscente che l’aveva comprata e poi acquistandola a mia volta. Numero di ottobre 1993, copertina a sfondo bianco con collage e mostrone in stile Godzilla ad illustrare SimCity 2000, esaminato in 6 pagine di mega anteprima. Rimasi scioccata dall’uso della parola “tette” e dalle battute sulle corna del minotauro a base di infedeltà coniugali assortite in un box dedicato a un ormai dimenticato gioco strategico/gestionale ad ambientazione fantasy, così come dagli articoli infarciti di fatti propri dei redattori e di intraducibile humour britannico. Mi permise di conoscere di seconda mano una marea di giochi che mai ho provato causa PC scarso, formando la mia cultura videoludica ed editoriale. Ricordo d’aver cambiato a mano i voti di alcuni giochi sbianchettandoli o incollandovi sopra pezzi di carta con la cifra che mi sembrava più giusta (senza aver provato i giochi in questione, ma più per rigurgito di fanboysmo nei confronti di Wolfenstein 3-D quando ad esempio Doom prese 96/100): alternativa nonviolenta, in pratica, alle lettere vomitanti odio e fiamme infernali che allora ma anche oggi riempivano e riempiono le rubriche della posta di ogni rivista degna di essere chiamata tale.
Letta oggi: Buona giusto per il valore affettivo ed evocativo delle sue pagine, ma per il resto… boia, che traduzioni demme’. O_o

*inserire risata maniacale qui*

 

Cioè con Colui che creò Indy and the Fate of Atlantis (che NON compare nella mia lista dei giochi preferiti, noooo), ovvero soltanto l’adventure punta e clicca Lucas che più venero in assoluto. No, Phoenix Wright non è un punta e clicca (e non è Lucas, vabbe’). Al mattino mi ha raccontato tutterrimo del gioco, il pomeriggio ha aggiunto altri dettagli in conferenza, soprattutto sulla copertina della scatola e sulle scimmie maledette del soggetto scartato, e la sera in pizzeria abbiamo tutti chiacchierato del più e del meno, di libri, di cultura e cibo giapponese e di strategici a turni da giocare pedalando alla cyclette. Noah Falstein e la moglie Judith sono persone fantastiche e ringraziando AIOMI, Gamecon e ovviamente il santissimo Visnù ho pure avuto la possibilità di sedere loro accanto al tavolo. Ecco. *_*

Adesso mi mancano solo Miyamoto, Shu Takumi e Mitsuda (nel minimo) e poi potrò riposare in pace.

A message for Mr. and Mrs. Falstein, should they ever pass by this blog: thank you from the bottom of my heart, you’re so great!! Fate of Atlantis still is my favourite Lucas adventure, and I’d like you to know that 🙂

21 marzo: Shibuya

Forse per via dell’ora in cui comincio a muovermi dall’albergo/ostello, una volta uscita dal caldo quasi soffocante della camera mi ritrovo sempre a combattere con un freddo che ha quasi del gelido. Parliamo più o meno delle 7 del mattino, un po’ per evitare la calca nella metro e un po’ per la smania di mettermi subito in moto che mi toglie la voglia di dormire troppo a lungo. Per andare a Shibuya a condurre l’atteso pellegrinaggio di TWEWY (e non solo) mi sono proprio buttata giù dal letto, visto che mi aspetta una quarantina di minuti di metropolitana con uno scambio in mezzo e che ieri ho avuto improvvisamente l’idea di fare colazione direttamente al mitico Starbucks Coffee che si affaccia sull’ancora più leggendario Crossing. C’è sempre da precisare infatti che, se i mezzi su rotaie tokyoti sono di un’efficienza imbarazzante, rimane comunque la questione del quanto si deve rimanere su detti mezzi, visto che i tempi per attraversare una città di queste dimensioni sono necessariamente elefantiaci (Shibuya si trova esattamente al capolinea opposto della linea Ginza rispetto ad Asakusa). Una volta misurata la permanenza sulla metro necessaria ad arrivare a destinazione si capisce anche perché così tanti non abbiano problemi ad appisolarsi comodamente su quei soffici sedili…


L’interno della labirintica stazione di Shibuya, l’uscita del capolinea dei bus e la statua Moyai, tale e quale al suo equivalente in-game

Per ingannare l’attesa, visto che la prima parte del viaggio è sulla linea Hibiya che presenta una densità di fermate decisamente più folta della Ginza (che è anche meno frequentata), mi ascolto qualche traccia sull’iPod, lettore chiaramente in possesso di qualunque giapponese ascolti musica in cuffia a scapito di marche e sottomarche assortite che praticamente non esistono. Anche per entrare nel mood scelgo la colonna sonora del succitato RPG Square Enix. All’arrivo, scopro che la stazione di Shibuya è decisamente caotica, anzi sarà credo l’unica in cui faccio fatica più e più volte a trovare la strada da percorrere anche ripassando, in un’occasione, nello stesso punto, come nei migliori labirinti. Faccio il mio primo incontro con una stazione JR e con il suo verde pisello predominante ovunque appena scendo “al livello del suolo” (si chiameranno anche “chikatetsu”, ossia “acciaio sotterraneo”, ma spesso e volentieri le linee metropolitane di Tokyo preferiscono passare sui ponti come del resto anche altrove e qui da noi), poi, dopo aver occhieggiato le macchine distributrici di Suica, le insegne di una “mostra del cibo” e varie altre più o meno divertenti come il negozio di cosmetici FANCL, cerco di uscire dal varco Hachiko. Tutto inutile: alla fine esco sulla stazione dei bus, quella col Moyai che fotografo immediatamente perché è sputato al gioco, ma qui scatta il colpo di scena. In base alla posizione dei succitati bus e del Moyai riesco a capire in un attimo dove devo dirigermi per raggiungere Hachiko e lo Scramble Crossing e ci azzecco appieno grazie al ricordo della mappa di gioco. Aggiungete 5000 punti nerd al mio indicatore, prego.


Hachiko, una panoramica del Crossing e le saracinesche del centro commerciale Tokyu, che affaccia sulla piazza davanti alla stazione (in TWEWY, il nome è stato cambiato in Shibukyu)

Visto dal livello del terreno, e non leggermente dall’alto come nell’inquadratura di TWEWY o nei filmati dal finestrone dello Starbucks, il Crossing non è nulla di impressionante. Lo dico sempre, io, che le aspettative distruggono le esperienze reali. Non per questo comunque si tratta di una vista disprezzabile: la piazza davanti alla stazione si affaccia su un incrocio di sei vie, di cui un paio tanto piccole da non permettere alle macchine di passare (e infatti non c’è nemmeno l’attraversamento pedonale), tutte sovrastate e sminuite dai torreggianti palazzi che le fiancheggiano e relativa selva di insegne colorate. Proprio dirimpetto ad Hachiko, raggiungibile attraversando le strisce diagonali, c’è lo Starbucks, che fa parte di una grossa libreria-caffetteria. Dopo un po’ di fatica per capire come si accedesse, e passata davanti un paio di volte a una guardia che sorvegliava l’entrata della parte libresca del complesso (ancora chiusa), finalmente mi rendo conto di avere l’ingresso dello Starbucks proprio alla mia destra e m’infilo. Altro grande malinteso con la commessa al banco, dove è possibile ordinare unicamente i beveraggi (ma io c’hoffame!), ma con cui alla fine mi districo pigliandomi un Frappuccino “base” che costa l’ira di nostro Signore Gesù. Me lo porto al piano superiore e cerco, non senza difficoltà, di sedermi al banco che dà sulla vetrata senza star troppo addosso agli altri avventori, beccando purtroppo un posto dove la visuale è parzialmente coperta da una grossa tenda che ripara dal sole nascente in effetti parecchio fastidioso. Beh, non c’è che dire: la vista è comunque fantastica e il Frappuccino regge botta rispetto a quanto dettomi da tutti coloro che l’hanno provato. Il Caffè Zero di Algida è solo una pallida imitazione, qui i granelli di ghiaccio e il caffè sono talmente sottili e ben amalgamati da creare qualcosa di molto più somigliante a una crema che a una granita. Se poi sopra ci si spolverizza un po’ di cacao zuccherato, a disposizione di tutti su vari tavolini assieme alla cannella, allo zucchero grezzo e alla granella di nocciole (tutti i bar dovrebbero mettere a libera disposizione le guarnizioni supplementari e l’acqua come si fa a Tokyo. Insomma, sarò libera di godermi il drink che ho acquistato come più mi pare?), avremo la Morte Sua™ dei caffè. Alla mia sinistra mentre mi spazzolo il Frappuccino c’è un ragazzo che, con una telecamera, non fa altro che filmare i continui scatti del semaforo dell’incrocio, che riversano in strada i pedoni a intervalli regolari. A quest’ora sono pochi, ma mi piace molto anche vedere come sia Tokyo di primo mattino.
    Indugiato un po’ e buttato tutto differenziando i vari rifiuti negli appositi cestini, mi dirigo fuori con l’intenzione di uscire quando, vedendo una coppia di americani che salgono con le ambite cibarie, mi si accende una lampadina e capisco che il bancone con brioche e tramezzini prima della cassa era lì per procurarsi self service le pappatorie e pagare tutto assieme. Invece di uscire, osservo quindi il menu a disposizione e, prima di afferrare un semplice croissant, i miei occhi si posano sul famoso cinnamon roll. Come dir di no? In fondo, di Starbucks a Roma non se ne vedono di certo, quindi questa è l’occasione giusta: ne prendo uno, scoprendo che anziché un semplice pasticcino a spirale è una specie di mini torta alta almeno una decina di centimetri, pago e sto per dirigermi fuori quando mi ricordo che non è il caso di mangiare per strada, oltre a essere scomodo. Meglio far la figura dei matti e tornare su difilato per godersi un altro po’ il panorama che consumare il pasto al freddo: risalgo e mi rimetto al posto di prima, osservando peraltro che chi si reca in un bar o in un ristorante tende a farsi i comodi propri e a rimanere seduto per parecchio tempo dopo aver finito di consumare, per truccarsi (le donne, eh), studiare e trafficare con l’equipaggiamento scolastico o leggersi un buon giornale o pure un libro. Ne approfitto per oziare anch’io un po’ e scrivere il diario di viaggio. Il cinnamon roll, dal canto suo, ha un po’ troppo la consistenza di una merendina preconfezionata, ma io non ho mai disdegnato le merendine preconfezionate e comunque il sapore di cannella si sente, mentre la crema di zucchero e burro spalmata sopra è una di quelle cose che bisognerebbe assolutamente evitare quando si è a dieta (e ho detto tutto).

Fun Fact: Le confezioni giapponesi
Prima di prendere la metro, ero passata al 7-Eleven sotto l’albergo per acquistare un pacchetto di gomme da masticare senza zucchero per la pulizia dei denti “fuoriporta”. Aprendole, mi sono resa conto che potevano essere richiuse perfettamente tramite la ziploc sottostante al taglio, e che in più al loro interno contenevano un blocchetto di carta per avvolgerle una volta finite. Le aperture (e richiusure) delle confezioni giapponesi credo non temano rivali: se un prodotto alimentare è fatto per essere consumato a più riprese c’è sempre un modo per richiuderlo e conservarlo senza dover ricorrere ad aggeggi esterni quali mollette e fil di ferro o diaboliche linguette adesive “apri e chiudi”, mentre ad esempio gli onigiri dei conbini sono contenuti in sacchetti di plastica che, se aperti seguendo il giusto ordine, ti fanno ritrovare la polpetta in mano già perfettamente avvolta da una croccante striscia di nori fino a quel momento tenuta ben separata dal resto. Inoltre, le confezioni degli snack presentano delle piegature per prepararle al sacco della spazzatura e le cose delicate come i dolci tradizionali vengono inscatolate e impacchettate in decine e decine di buste di plastica e carta, fino a essere incartate singolarmente in certi casi: un po’ uno spreco, sicuramente, ma qui la raccolta differenziata funziona quindi non mi sento di protestare troppo.

Se siete in grado di alzarvi un po’ presto la mattina ed è la prima volta che visitate una città come Tokyo, il mio consiglio è fare come ho fatto io durante tutta questa vacanza: avrete così l’opportunità di esplorare le strade e di crearvi una “mappa mentale” con tutti i punti che volete visitare più tardi, anche camminando su e giù per le stesse vie più volte. Mentre la gente è ancora impegnata a raggiungere il posto di lavoro è possibile passeggiare senza troppa folla e prendere nota dei negozi, che aprono tutti, tranne i caffè e pochi altri, a mattino inoltrato. È quello che ho fatto io, considerando che le due principali fermate della giornata (Mandarake e Tokyu Hands, situati praticamente uno davanti all’altro) avrebbero cominciato ad accogliere i clienti rispettivamente a mezzogiorno e alle 10. Dopo aver trovato la mia strada grazie alle mappe, attendo davanti al Tokyu Hands facendo finta di essere lì per caso e guardando più volte la pubblicità del nuovo album di Namie Amuro su un megaschermo sopra la sala giochi Adores (Address). All’interno, quando finalmente il posto apre con codazzo di gente già radunatasi lì attorno almeno una mezz’ora prima, è vietato scattare fotografie, quindi bon. Dovrete contentarvi delle mie parole. Tokyu Hands vende praticamente di tutto nei suoi molteplici piani, che si affacciano peraltro su due insiemi di scale diversi: dalle ferramenta agli utensili da cucina, dalla cartoleria agli articoli per matrimoni e al materiale per il fai-da-te, sono dei veri e propri grandi magazzini e, in quanto tali, l’assortimento è sì molto buono, ma certamente non paragonabile ai negozi specializzati per ovvi motivi di spazio. Ai primi piani si trova subito il settore giocattoli e maschere (qui è Carnevale ogni giorno, evidentemente), dove è possibile anche acquistare gadget ufficiali dello Studio Ghibli e lattine di “Potion” con i personaggi di Dissidia: Final Fantasy in due serie, Chaos e Cosmos, che differiscono per lo sfondo nero o bianco. Ne acquisto una della serie Cosmos, col Warrior of Light e sul lato opposto Garland, come interessante souvenir per Fuoco (visto che per me FF è più o meno l’Anticristo), e nel frattempo mi meraviglio alla presenza di costumi più o meno come quelli che in Italia è possibile trovare negli ipermercati e nei negozi di articoli da regalo attorno a Carnevale, ovviamente in varietà molto più ampie ed esotiche come nel caso di un Fantasma dell’Opera e di una maschera di Obama. I giapponesi, per qualche buffo motivo sul quale non sono stata a indagare, sembrano apprezzare particolarmente il nuovo Presidente degli USA tanto da eleggerlo a mascotte di non si sa bene cosa: ho trovato ovunque richiami allo Yes we can, sue effigi caricaturali, libri chiamati “We Love Obama” (scritto come We Love Katamari) e finanche statue a grandezza quasi naturale. Forse si tratta semplicemente di un modo di fare nipponico, quello di rendere ogni nuovo fenomeno una parata di trovate pirotecniche ed eccessive, oppure non ho ben compreso questa simpatia sproporzionata che non mi pare giustificata da nessun fatto in particolare se non da una generale piacevolezza della figura in questione O_O
    Proseguendo, e glissando sulla sigla della Serie Classica di Star Trek riorchestrata in sottofondo, incontro (ovviamente fermandomi solo nei piani che mi interessano) il reparto cucina. Per più della metà occupato dai bento e dai relativi accessori. Un espositore raccoglie da un lato i bento più seri, per uomini, e dall’altro quelli più classici e fantasiosamente decorati, di tutti i colori, le dimensioni e le forme. Ogni pezzo è esemplificato sul davanti da un box che è possibile esaminare ed aprire per verificare che abbia le caratteristiche ricercate. Io, per cominciare, ne volevo uno dalla classica forma allungata, a due livelli e completo di borsa e bacchette. Non devo cercare a lungo: ne prendo uno nero, decorato con fiori in boccio, che risponde a queste caratteristiche e lo infilo nel cestello. Continuando a girovagare per gli scaffali prendo poi una formina per mini onigiri (update post-utilizzo: è insostituibile e troppo sfiziosa per fare onigiri a grandezza bento. Dico davvero) e delle sushi grass, i separatori ritagliati come cespugli di erba che si vedono spesso negli assortimenti di sushi ai ristoranti. Avrei potuto in effetti procurarmi anche qualche formina per le verdure e per le uova sode, ma se c’è un tipo di bento che non mi piace, incredibilmente visto che tutti li adorano, sono i kyaraben con i personaggi modellati dal riso e le uova sode a forma di faccione di Hello Kitty: tutta roba che mi fa passare l’appetito anziché procurarmelo. Al contrario gradisco le verdure o i kamaboko ben tagliati o sagomati a forma di fiore, decorazioni semplici che danno un’idea di cura e di freschezza. Ma qui è bello anche solo guardare, perché comunque i prezzi del Tokyu Hands sono parecchio più alti della media e ciò nonostante ho fatto una spesa che definirei completa: in uno degli ultimi piani si trova il settore creatività, dedicato a tutte le ragazze che come Shiki di TWEWY amano elaborare abiti personalizzati e decorarli con tante piccole cianfrusaglie. Qui c’è davvero di tutto: dalla pelletteria (con ecopelle colorata in decine di tinte) alle vernici per ogni superficie, dai fili alle piume, dalle spillette alle borchie. È il momento di far la spesa per il cosplay di Lucca, acquisti non preventivati qui ma che avrei comunque dovuto fare a casa. E avrei potuto prendere anche di più se la paura di restare senza soldi e senza spazio in valigia non mi avesse frenato, quindi alla fine mi presento alla cassa con qualche vernice a rilievo per stoffa, una tintura e una catenella. Qui un gentile cassiere mi chiede in giapponese se voglio una busta più grande per contenere tutte le altre che nel frattempo ho accumulato alle casse degli altri piani (a ogni settore bisogna saldare i propri conti, non è possibile pagare gli articoli di un piano in un altro). Come una vera fessa rispondo “non c’è problema” anziché “sì, per favore”, e così una commessa anglofona, pensando non avessi capito, deve ripetermi la questione in inglese perché finalmente io risponda giusto, ovvero che sì, porca paletta, vorrei la busta più grande altrimenti impazzisco. Odio apparire (ed essere) così stordita. -.-

A scansionare il Tokyu Hands è arrivata ora di pranzo e un certo languorino inizia a farsi sentire, visto anche quanto siano perfidi i ristoranti di queste parti che ti diffondono profumi ovunque. La mia fermata per oggi è al curry shop Little Spoon consigliato dal blog Shibuya Crossing, che si trova su Dogenzaka (altra via da visitare per il suddetto pellegrinaggio). È una strada piuttosto larga, in salita, piena di locali chiusi da saracinesche che sono decisamente diverse dalle nostre e danno al tutto un aspetto caratteristico. Localizzare il ristorante non è difficile, basta risalire dalla stazione. L’insegna comunica un bel “Open 24 hours” immediatamente contraddetto da un cartellino “Close” (la D è stata ingurgitata dal Raptor Jesus) sulla porta; il problema è che la fame diventa sempre più insistente. Fortuna che dopo qualche passeggiatina in cerca di un curry shop di ripiego il Little Spoon apre e posso finalmente sperare di assaggiare un autentico curry rice.
    Debbo dire che il posto non è per nulla come me lo aspettavo: dal sito web credevo mi sarei trovata davanti a una efficientissima catena con menu chilometrico e banconi pieni di camerieri e di clienti. Invece si trattava di una stanzina molto piccola con cucina a vista, menu di sole tre varietà scritto su una lavagna e un solo bancone lungo contro il muro, sistemazione tipo di molti locali della città. Anche qui bevande libere e possibilità di rafforzare il gusto del curry con fettine di peperoncino. La mia scelta è ricaduta su pollo e verdure e posso dire ormai senza ombra di dubbio che si tratta di una delle mie pietanze preferite non solo nella cucina giapponese ma proprio in generale. Una volta abituati al piccante è proprio dura resistergli… [Nota: ho scoperto con una più attenta ricerca su Google che il posto ha traslocato e ha cambiato gestione nell’ultimo anno, trasformandosi nell’ombra di se stesso. La solita sfiga -.-]


Il curry viene servito in scodelle ellittiche piuttosto capienti, perfettamente ripartite a metà tra brodo e riso

Dopo pranzo e prima di avventurarmi nel Mandarake entro nella prima sala giochi giapponese del viaggio. È targata Sega, ma non si chiama Club Sega né ha il classico colore rosso di questi ultimi. Esistono tantissime varietà di sale giochi, nel senso che a parte i Taito Arcade e i Club Sega, che sono catene, si trovano insegne coi nomi più strani pur se sempre sponsorizzate da queste due onnipresenti aziende. Personalmente non nutro grande interesse per questi luoghi, soprattutto perché spesso due piani su cinque sono occupati da slot machine e altri “medal game” (come vengono chiamati qui i giochi “d’azzardo”, il cui utilizzo è precluso ai minori di 16 o 18 anni previa esposizione di un bellissimo segnale di divieto su un’uniforme scolastica maschile) e perché comunque salvo eccezioni si tratta più che altro di multiformi centri d’intrattenimento non necessariamente dedicati ai videogiocatori incalliti come invece ce li figuriamo: questo in particolare, situato più o meno davanti allo Shibuya 109 (il che è tutto dire), ha sul davanti un bel negozio di crêpe chiamato Kureepu Ojisan (o Monsieur Crêpe) e un ristorantino di Bakudama (una sorta di canederli cinesi) annesso. Al primo piano si trova sempre una selva di UFO Catcher che mettono in palio gli oggetti più strani: in questo caso, trovandoci in una delle zone più glam di Shibuya, soprattutto peluche e snack, anche se altrove, come ad esempio addentrandosi nel quartiere o spostandosi del tutto ad Akihabara, si possono rinvenire curatissime action figure di robot e personaggi rigorosamente femminili. Sì, avete letto bene più sopra: un numero sorprendente di UFO Catcher è dedicato a Kit Kat e dolciumi affini, così che sia la sorte o la propria stessa abilità a decretare se si farà o meno spuntino. Oltre poi a piani interi di purikura troppo, troppo patinati per i miei gusti (con gruppi di ragazzine che assumono pose improbabili dietro le tendine), nelle parti dedicate ai videogiochi veri e propri scovo quasi sempre file e file di cabinati di Gundam: Senjo no Kizuna, sogno bagnato di tutti gli otaku a ponente, e altri che mai e poi mai vedremo qui, inclusa una vera invasione di House of the Dead in ogni salsa. E per il grafomane che è in alcuni di noi, persino un raro coin’op di Typing of the Dead!


Rosicate: cabinati di Senjo no Kizuna (all’estrema sinistra) di cui a me non importa un beneamato fico secco e magari invece a voi tantissimo. Eh, le ingiustizie della vita…

Deve passare un’altra oretta o giù di lì prima che mi introduca nel primo luogo veramente, ma veramente nerd dal mio arrivo a Tokyo. Mandarake Shibuya è sotterrato al piano BX all’ennesima del BEAM Building, nel senso che prima di arrivarci bisogna scendere così tante rampe di scale che sembra quasi di sentire il calore provocato dall’avvicinarsi al centro della Terra. Dunque, questa non dovrebbe essere una delle sedi più fornite della catena Mandarake, almeno a rigore: ebbene, ci si potrebbe passare un intero pomeriggio senza riuscire a vedere tutto quello che c’è. Come primo impatto è quasi troppo, abituati come si è ai rachitici assortimenti delle fumetterie italiane, e vien quasi voglia di non vedere più altro per giorni e giorni causa indigestione; poi, continuando a visitare i negozi di fumetti, ci si accorge che questa non è che la punta dell’iceberg. Mandarake Shibuya tratta l’usato e vende, oltre a valanghe di manga anche vintage e dojinshi, anche videogiochi, colonne sonore e una piccola selezione di articoli da cosplay tra cui delle magnifiche parrucche. In una vetrina scorgo uno scatolone di Fire Emblem: Thracia 776 in edizione speciale e SGGG (uno dei miei grandi rimpianti è non essermelo portato a casa per scarsità di soldi >_____________< ), in un’altra un Gyakuten Meets Orchestra a 5000 yen, e tra gli scaffali i tanto sospirati volumi mancanti di Five Star Stories e la serie completa di Asaki Yumemishi di Waki Yamato. Ma qui scatta il lato rigoroso e rompip**** della mia ricerca, ovvero la precisa annotazione di tutti gli articoli presenti nella mia lista acquisti con tanto di prezzo comparato nei vari negozi, tanto per fare la collezionista precisina che cerca di spendere il meno possibile per il pezzo che vuole. In realtà, anche per evitare che gli acquisti vadano fuori controllo e finiscano per mettermi faccia a faccia con pesantissimi problemi al controllo bagagli durante il check-in del volo di ritorno. Però tra le dojinshi non posso non ravanare allegramente: sono così piccole, sottili ed economiche, non più di 200 yen per un albo che qui costerebbe almeno 14 euro… e soprattutto, essendo usate, se ne trovano di dedicate a fandom improbi et oscuri. Tra una vergognosa preponderanza di slash Luke/Guy e Asch/Luke riesco comunque a beccare qualcosa sul quartetto di Keterburg (parlo di TotA, maledetti infedeli!), la prima e unica dojinshi di Baten Kaitos che abbia mai visto e che credo vedrò mai e pure alcuni volumi su Xenogears, che non potevo certo lasciar lì soli soletti e abbandonati in attesa di una nuova padrona. Potrei già morire felice, ma non certo prima di Akihabara e di aver confrontato i prezzi con altri negozi, per cui pago e torno in superficie. C’è ancora una bella fetta di pomeriggio da dedicare a vagabondaggi senza meta, per cui m’infilo in altre sale giochi a oltranza, in un Book Off dove le guide strategiche per videogiochi sono praticamente situate all’entrata (e questo dovrebbe dirla lunga sulla loro importanza commerciale), in un Bic Camera da cui però esco subito perché di cellulari e affini non è che m’importi granché. Il giro dentro Mandarake mi ha talmente stordito che sento il bisogno di riprender fiato e così decido di tornare ad Hachiko, che di pomeriggio somiglia sostanzialmente a una bolgia infernale di ragazzi (e adulti) che fotografano coi cellulari la statua e attendono gli amici. Mentre riposo qui seduta, su dei tubi di ferro sistemati orizzontalmente a mo’ di panchine attorno alle aiuole, la gente in questo piccolo spiazzo cambia almeno cinque volte e io intanto annoto tutto quello che mi passa per la testa (e che non riscriverò qui per non allungare il resoconto con considerazioni che spezzerebbero solo il filo del discorso, già fin troppo lungo). Mi sembra di capire un po’ meglio quel che le persone si dicono, anche se forse è solo perché la gran parte sono giovani che parlano un linguaggio più semplice e veloce, spezzettato come siamo abituati a sentirlo negli anime o a leggerlo nei manga. Ragazze e ragazzi sono sì molto modaioli, ma non al punto da essere grotteschi: sono solo molto curati e potete scordarvi che vi siano tra loro l’equivalente dei coatti o dei supercafoni. A parte che ciascun gruppo si fa bellamente gli affari propri e non interagisce con tutti gli altri, nessuno va più in là di qualche risata in compagnia. Non sono, insomma, chiassosi o eccessivi, ma semplicemente molto appariscenti, concentrando nel loro aspetto l’espressione di sé anziché nel fare la voce più grossa degli altri. O almeno, questo è quello che io da occidentale vedo e che mi sembra emanare da qui.
    Assieme a tutto questo, faccio anche dei rapidi calcoli per la cena/non cena, nel senso che anziché fare grossi pasti in corrispondenza con le ore che più o meno noi dedichiamo a pranzo e cena ho deciso di attenermi alle usanze locali e di fare solo piccoli spuntini sempre piuttosto sul presto. Vado quindi in un ristorante di ramen, Haikara Shokudo, proprio sotto il ponte delle ferrovie. È uno di quei fantastici posti in cui, inserendo i soldi in una macchina all’entrata e premendo il bottone del piatto o del menu desiderato, si viene serviti all’interno semplicemente consegnando il biglietto ottenuto e sedendosi al bancone. Adoro questo sentore di localino “espresso”, in cui ci si siede senza troppe cerimonie al banco davanti ai cuochi che ti porgono il piatto non appena è pronto, nel frattempo versandosi acqua fredda a volontà dalle brocche. Ordino un semplice piatto con quattro gyoza, ovvero ravioli alla piastra cinesi, che arrivano con una bustina di salsa. L’esterno croccante racchiude un ripieno del tutto simile a quello dei ravioli al vapore serviti nei nostrani ristoranti cinesi, quindi non può che piacermi un totale. Perché mangiare così poco? Semplice: perché dopo verrà una di quelle magnifiche crêpe di cui parlavo qualche paragrafo più su. Adoro le crêpe a livelli impossibili e quelle che vendono a Tokyo sono semplicemente speciali, diverse da qualunque cosa si possa trovare in una crêperia italiana. Sono dei ventagli ripieni di una quantità di ingredienti che si uniscono assieme a formare versioni “a portar via” di cibi dolci o salati al piatto, come il tiramisù o la torta di mele ma anche l’insalata di patate o il chicken katsu, o semplicemente robe troppo buone per essere vere. Certo può capitare che il ripieno non sia nemmeno lontanamente abbondante come viene raffigurato nelle incredibili riproduzioni plastiche “spaccate”, che mostrano ciuffi di panna ed enormi palle di gelato innaffiate di crema pasticcera e altri ingredienti, ed è quello che puntualmente capita a me: direttami verso una “Hot Apple Pie” con crema, mele cotte, briciole di cialda e cannella (lascio a voi il piacere/la tortura di immaginarvi il sapore, e lo so che son crudele), non la ritrovo straripante come appariva dalla figura, ma comunque paradisiaca tanto da farmene desiderare un’altra subito a seguire. Non la prendo, ma non fate come me: non diventate dipendenti dalle crêpe giapponesi o sarà troppo difficile staccarsene!


Cosplay nella vetrina di Mandarake (unica foto dell’interno che sono riuscita a scattare, e dall’ingresso), esibizione di crêpe e dei gyoza che stanno per scomparire dal piatto

Prima di rientrare mi creo una Pasmo, ma solo perché non riesco più a rintracciare lo sportello automatico per la Suica (che, come scoprirò nei giorni a seguire, mi sarebbe stata decisamente più utile in quanto può funzionare sia su JR che Metro e in più vale per pagare in vari negozi e distributori automatici). E una volta tornata in albergo, la sera e prima di infilarmi nel futon, mi sembra di sentire uno dei versi che si odono nella notte di Hyrule in Ocarina of Time. Soggiornare in Giappone per un nerd vuole davvero dire soggiornare in almeno un’altra decina di mondi immaginari, tutti ovviamente nati sulle sue sponde.

Ecco qui la galleria completa delle foto scattate il 21 marzo: http://s110.photobucket.com/albums/n112/Shari_RVek/Giappone%20marzo%202009/21%20marzo%20Shibuya/

20 marzo 2009: Asakusa

Mentre ero a letto (voi, almeno quelli che ci sono passati, ora direte che vittima del jet lag giacevo insonne, e invece no: grazie forse alla melatonina o salcappio cos’altro, non ho minimamente accusato il colpo) ho sentito battere la pioggia contro la finestra ed è così che Tokyo mi ha salutato nel primo giorno iniziato nei suoi paraggi: con un tempo indecentemente uggioso, oltre che dekaku samui (straordinariamente freddo) che mi ha pure infradiciato in un paio di occasioni. Comunque, una volta scesi nella metro non ha più importanza e in poco tempo e un breve cambio di linea mi ritrovo ad Asakusa di buon mattino. Ma prima un feedback sul futon: è meraviglia, gente. Comodo come la più comoda delle cose comode, tosto come la tartaruga di un culturista. Proseguiamo con il resoconto: il primo impatto con l’antico quartiere non è esattamente come me lo sarei aspettato. Inizialmente mi sembra simile a Minami-Senju per modestia, ma poi mi rendo conto di quanto sia meno opaco, più “strambo” nel senso buono della parola. O almeno, strambo lo è per noi, dal momento che si tratta di uno dei quartieri più popolari e autentici delle realtà urbane del Giappone, io credo. I negozi, alcuni davvero molto dimessi, si ammassano gli uni sugli altri anche in viuzze traverse coperte come grossi mercati. Quando si realizza la particolarità del luogo se ne coglie anche la bellezza della spontaneità. Entro quindi nella Nakamise-dori, la via di bancarelle che arriva fino al Sensoji e che è aperta e chiusa da due giganteschi portali che sono probabilmente nel complesso la migliore espressione della stranezza di Asakusa, alla ricerca della panya Geeva, di cui ho letto nel sito della guida ad Asakusa. Becco la traversa giusta dopo aver sbagliato una volta e arrivo davanti al negozio, che ovviamente ha un’aria da vera panetteria, pur servendo anche caffè per una colazione deliziosa. Chiedo un caffellatte (ma volevo un cappuccino) e prendo per colazionare un panino allungato ricoperto di quello che sembra kinako (farina di soia) zuccherato. Davvero ottimo, croccante fuori e morbido dentro in un modo che non ho mai sentito in una baguette occidentale. Ci tornerò, comunque, per provare tutte le varie bontà che ho adocchiato, ma con moderazione perché l’offerta mangereccia locale è davvero troppo varia e allettante per concedere una qualche forma di fedeltà a un locale in particolare. Sono restata un po’ seduta allo stube della panya (altra cosa favolosamente comoda di questo locale) a scrivere il diario e ad osservare le persone attorno, una coppia di occidentali e forse un impiegato che leggeva il giornale, prima di girovagare un po’ per la Denpoin-dori, una via su cui si affacciano negozi e ristoranti dall’aspetto molto classico, con le porte scorrevoli in legno, i noren e il resto. Quelli più occidentalizzati hanno comunque saracinesche decorate con un qualche tipo d’illustrazione dedicata ai topoi dell’immaginario collettivo relativo al Giappone: maschere del No, cerimonie religiose, scene di vita nei bassifondi, geisha e samurai. In seguito, oltre che un obbligo vista la necessità di evitare l’ora di punta (situata tra le 8 e le 9 del mattino durante la settimana lavorativa), il mio passatempo preferito diventerà osservare le vie di Tokyo mentre i negozi sono ancora chiusi e le persone che ben presto vi si riverseranno ancora in procinto di raggiungerle oppure al lavoro. In questo caso, il cielo ha comunque cominciato ben presto a rovesciare acqua a catinelle sulla testa degli astanti, davvero quello che ci voleva per una giornata di passeggiate per templi buddisti e santuari shinto. Tutti i visitatori del Sensoji, il tempio più famoso e rappresentativo della zona e dell’intera Tokyo, non si lamentano, così come non ho mai sentito lamentarsi in particolare nessuno del tempo infame che ha molto opportunamente funestato l’intera settimana: si limitano a esclamare un “samui” (che freddo!) e ad aprire i loro ombrelli. Arraffo d’impulso una kendama rossa da una bancarella di giocattoli, così il primo acquisto della lista è assicurato in men che non si dica.


Ecco Nakamise-dori ancora non nel pieno della sua fervente attività. Sono le 9:30 del mattino e giusto qualche bancarella di dolciumi-omiyage ha cominciato ad aprire

Antistante al Sensoji, prima di attraversare un altro portale che conclude Nakamise-dori, un corridoio di bancarelle che offrono cibarie assortite ai turist… pellegrini affamati tentati da yakisoba e takoyaki, da dango, spiedini, crêpe e banane ricoperte di cioccolato. Il complesso del Sensoji è poi costellato di dispensatori di omikuji, bigliettini di predizione della fortuna, ma non sentendomi sicura d’essere in grado di decifrare l’intera profezia ho preferito non tentare la sorte, dato che tutte le predizioni negative vanno annodate agli appositi stendini per scacciare la sfortuna. In compenso ho provato i lavacri d’incenso con i fumi di un braciere posto nel centro del cortile, con cui si cerca d’impregnare le parti del corpo da guarire e che viene costantemente alimentato dai “ceri” accesi dai devoti, oltre a essere un ambito punto fotografico. Perché chi pensasse che la mania della foto ricordo esploda nei giapponesi solo al visitare le amate mete straniere della nostra Italiuccia, inutile dirlo, sbaglierebbe: oltre al fatto di andare naturalmente fieri del proprio retaggio culturale, tutti i viaggiatori giapponesi non possono considerare un viaggio completo senza averlo documentato tramite gli scatti dei relativi luoghi simbolo, manco a dirlo scrupolosamente mappati. E la certificazione della propria bravura non proviene necessariamente dal guizzo dell’iniziativa individuale quanto dall’attenersi il più fedelmente possibile a un modello tracciato in epoca indefinita. Ciò detto, l’interno del Sensoji sarebbe di rara bellezza se non fosse annegato (oltre che nelle impalcature per la restaurazione) nelle strutture turistiche, nei banchi di vendita degli amuleti (omamori) e in quelli per la prenotazione delle visite guidate. Un po’ come per le chiese italiane più rinomate, l’atmosfera di sacralità scompare per far posto a un tono più squisitamente turistico, solo che qui al posto di un austero silenzio c’è l’allegra quotidianità delle famiglie e dei gruppi di amici che ridono al leggere omikuji particolarmente piacevoli o si fotografano a vicenda facendo il segno della V con la mano. Anziché essere visitati da orde di inglesi e tedeschi, infatti, i monumenti giapponesi sono soprattuto meta di altri giapponesi provenienti da altre parti del Paese.


Chissà perché nessun italiano si fa fotografare facendo la V davanti a un’acquasantiera. A destra un distributore di omikuji. All’interno del Sensoji ce ne sono altri self-service
La pagoda a cinque ordini sulla sinistra del Sensoji
Nei ruscelletti del complesso si possono ammirare le famosissime carpe koi, bestioni di dimensioni immonde. E meno male che una selva di cartelli inviti i visitatori a non dar loro da mangiare, altrimenti dopo un po’ sarebbero loro a mangiare noi

Dai ristoranti nei vicoli sul retro del complesso del Sensoji, già alle dieci del mattino, provengono nel frattempo input olfattivi della natura più allettante e volute di fumo che si alzano dai contenitori per la cottura al vapore. È il lato più in sfacelo della ristorazione locale, quello fatto di locali con schifidi infissi che cadono a pezzi per la ruggine che non ti aspetteresti di trovare in una città “all’avanguardia” come Tokyo. Ma questa è la shitamachi, l’area popolare, e come verificherò più e più volte nel corso dei giorni successivi Tokyo è un enorme contenitore di tante piccole realtà più che una città nella sua interezza. Ancora più che a Roma è possibile trovare zone adiacenti praticamente agli antipodi fra loro, che presentano uno stesso aspetto sotto due luci opposte. Un po’ ovunque, ad ogni modo, abbondano le stradine coperte su cui si affacciano numerosi negozi spesso molto piccoli, solitamente suddivisi per categoria: per questo oltre Hanayashiki-dori si trova una via quasi esclusivamente occupata da venditori di splendide stoffe per kimono, e per questo Nakamise-dori è deputata esclusivamente alla vendita di articoli turistici o meglio di omiyage, doni soprattutto mangerecci incartati in splendide confezioni decorate e pronti per essere distribuiti a parenti e conoscenti al ritorno, mentre Shin-nakamise-dori preferisce puntare su ristoranti e conbini. Passeggiando nel tentativo fallito di localizzare un onsen, uno stabilimento termale, che avrebbe dovuto per l’appunto trovarsi da quelle parti, decido infine di tornare al complesso dei templi e di dirigermi stavolta all’Asakusa Jinja, un santuario shinto che tuttavia offre alcuni apparati (come gli omikuji) assolutamente identici a quelli del tempio buddista Sensoji a dimostrare lo sciolto sincretismo che accomuna tutte le pratiche religiose in Giappone. All’interno sta celebrandosi un matrimonio con rito cosiddetto “tradizionale” e in realtà stabilito nell’epoca Meiji, alla fine del diciannovesimo secolo, per rileggere il matrimonio cristiano in chiave nipponica. Ho cercato di scattare alcune foto da lontano per non disturbare, pur ritenendo che tra i fotografi vi fossero anche persone prive di qualsiasi correlazione con gli sposi, ma la coppia è salita su un jinrikisha (da noi risciò) prima che riuscissi a immortalarla nell’atto e nel frattempo gli invitati si sono infilati due a due nella processione di taxi raccoltasi nel cortile.


Vista la pioggia incombente, il guidatore del risciò era adeguatamente coperto
“Non c’è nessuna Dana, soltanto Zuul!”

La fame si è fatta sentire di lì a poco: quale occasione migliore per provare una delle bancarelle di dolci su Nakamise-dori? La scelta è ricaduta su dei dango al tè verde ripieni di marmellata di azuki da mangiare on the spot, ovvero davanti alle cuoche che continuavano a prepararli, in modo da gettare lo stecchino in uno degli appositi contenitori. Le spese della giornata per la maggior parte si sono per la maggior parte concretizzate in uno di quei paradisi del turista squattrinato che è lo 100yen (hyakuen) shop, ovvero un supermercato in cui ogni singolo articolo, dal più piccolo al più grande, viene venduto al prezzo fisso di 105 yen tasse incluse. I cassieri, infatti, non fanno altro che moltiplicare il summenzionato importo per il numero di oggetti acquistati per calcolare il totale. Qui c’è di tutto, dai ramen istantanei alle bacchette laccate e decorate, le stesse che in altri negozi si troverebbero a 500 yen, dagli asciugamani agli utensili da cucina agli ingredienti.


Sì, non sono laccate bensì di plastica, ma costano 80 centesimi di euro e sono anche belle, scusate se è poco…
Cibo ovunque. Giusto nel cortile antistante il Sensoji non c’erano bancarelle alimentari
. A destra una delle tantissime foto di riproduzioni in cera da me scattate

Il momento del pranzo è topico: da mesi avevo deciso che nel mio primo giorno in giro per Tokyo mi sarei avvicinata all’ambitissima okonomiyaki per la prima volta, trattandosi di un cibo rimasto nei miei desideri dai tempi ormai andati di Ranma 1/2. Decido di recarmi in un locale molto rinomato, Sometaro, segnalato su tutte le guide e festonato con un discreto codazzo di clienti in attesa di un posto libero all’interno. Una cameriera si avvicina a turno ai gruppi chiedendo il numero di coperti: non capisco esattamente cosa dica, ma intuisco che deve trattarsi di questo e ci azzecco mostrando il dito indice sollevato a significare che sono da sola. Una volta arrivato il proprio turno bisogna togliersi le scarpe, infilarle in una busta presa da uno scatolone affianco all’entrata e portarle con sé: è l’unico ristorante, di quelli in cui sono entrata, a richiedere una seduta di tipo tradizionale, sui cuscini davanti ai tavolini bassi. Mi viene porto un menu in giapponese e ho quasi deciso per il tipo di okonomiyaki da ordinare quando un’altra cameriera mi allunga il menu in inglese: sì, generalmente a Tokyo funziona così. Riconosciuta la non-giapponesità del cliente, i commessi si prodigano con impegno in un ingessato e goffo inglese premurandosi di fornirgli istruzioni che ritengono troverà più comprensibili. Vi sfido a trovare un ristoratore che faccia lo stesso in Italia. L’altra faccia della medaglia sta nell’apparente volontà di raggruppare tutti gli occidentali in una categoria a parte (quella dei gaijin, per l’appunto) cui saranno precluse le peculiarità della cultura autoctona. Ci si sente molto più estranei così che non a sentirsi mitragliare con un fuoco di fila di formule di cortesia in giapponese onorifico (“Koko de meshiagarimasu ka?”, detto in panetterie e caffetterie, vuol dire “mangia qui [o porta via]?”), soprattutto se si sta tentando di mettere in pratica quelle scarsissime nozioni di lingua parlata apprese in circa quattro anni di studio. Ad ogni modo, ordino una shuumai-yaki, ovvero un intruglio di carne macinata, aglio, cipolla e mochi (barrette di pasta di riso) in pastella okonomiyaki. Peccato che, sempre per gentilezza eccessiva, la cameriera mi abbia negato la possibilità di provare a mescolare e versare il tutto sulla piastra, lasciandomi semplicemente ad attendere che i due lati si cuocessero per poi spennellarli di salsa e cospargerli di alghe in polvere.


Il bellissimo interno del locale e la mia prima okonomiyaki

Così, mentre aspettavo ho visto numerosi gruppi di avventori fotografare la preparazione delle loro prelibate focacce e i risultati finali, che ovviamente mi ha fatto sentire legittimata a fare lo stesso dal momento che documentare ogni singolo esperimento mangereccio si configurava come una delle principali missioni di questo viaggio; la scena s’è ripetuta anche nei giorni successivi nei casi dei locali con i cibi più pittoreschi, portandomi a confermare per eccesso il feticismo gastronomico della popolazione tokyota. Per quanto riguarda la mia prima okonomiyaki, il responso è decisamente positivo: è una focaccina soffice la cui consistenza è forse in parte dovuta alla morbidezza del mochi fondente. Il sapore, in questo caso delicato, dipende in realtà dagli ingredienti presenti nella pastella. Ma non pensiate che della cucina giapponese mi piaccia tutto: al di là del sushi, della soba e di gran parte dei dolciumi esistono cose il cui sapore risulta totalmente alieno al margine di accettabilità settato dalle mie papille gustative. Proprio nel desiderio di concludere il pasto con qualcosa di rinfrescante dopo un’incetta di focacce e verdure piastrate a temperature vulcaniche (nonché fettone di cipolle lacrimogene) mi avventuro in uno dei più infidi recessi della gastronomia tradizionale: l’infame tokoroten, ovvero spaghettini freddi di una gelatina viscida e insapore innaffiata di aceto che diventa immediatamente il mio nemico naturale numero uno. Proprio un gran bel modo di guastarsi il sapore di quanto mangiato appena un attimo prima.


Vendita di tanuki propiziatori degli affari (e con tanto di pupparuolo bene in vista) e un negozio di prelibatezze in plastica che non aiuta gli appetiti voraci

Per consolarmi mi butto sull’esplorazione della Kappabashi-dori, la via dei negozi per ristoratori. Ci si trova di tutto, dalle ciotole laccate alle formine per dolci, dagli utensili tradizionali (i contenitori di legno per la marinatura, ad esempio) ai macchinari più avveniristici, dal vasellame alle riproduzioni di plastica dei cibi, spesso in attività strettamente suddivise per categoria di accessorio. Per il comune passante è più che altro una passeggiata in un museo di stranezze, visti i prezzi non esattamente alla portata di tutte le tasche. La fermata più caratteristica è nei negozi di riproduzioni in plastica, che vendono anche oggettistica più economica (ma sempre costosa) da utilizzare come magneti per il frigorifero, strap per cellulare o portachiavi. Questi negozi sono gremiti di semplici curiosi, in particolare donne e ragazze con figli e fratellini al seguito, che restano incantati davanti a questi piccoli e grandi capolavori d’artigianato come fosse la prima volta che ne vedono e senza risparmiarsi i “kawaii!” (“che carino!”) soprattutto per i facsimile dei dolci tanto occidentali quanto orientali. Quando nell’aria c’è qualcosa che “piace”, i giapponesi di Tokyo perdono parte della loro rigida indifferenza per stupirsi anche di cose che noi giudicheremmo del tutto insignificanti o noiose. Quanto di ciò sia affettazione e quanto sincera delizia non è dato saperlo, comunque, ma le reazioni sembrano decisamente autentiche pur se comunque sempre controllate e discrete, almeno per gli standard di un italiano pizza e mandolino. In un negozio di articoli per la cucina più generici, oltre alla macchina per le tagliatelle Imperia (qui chiamata “Ravioli Maker”) identica a quella in casa mia e alla “butter cutter”, ovvero la mistica tagliaburro, trovo finalmente la padellina rettangolare per la creazione dei tamagoyaki, ovvero le adorate frittatine dolci. Pensando fossero formine, inoltre, acquisto anche dei porta-onigiri con le facce dei Barbapapà. O_o
     Più tardi, mi accorgerò che sulla via di Sometaro si trova anche un altro tempio buddista con un ampio spiazzo tutt’intorno, e nel cortile d’ingresso scorgo un gruppo di ragazzi appena usciti da scuola. Quando si vedono simili immagini ci si stupisce dell’aderenza al vero con cui un qualsiasi manga riesce a rappresentare queste scene di quotidianità. Forse perché i locali sono deliziati dai dettagli più minuti anche della semplice routine, dettagli che quindi riproducono con particolare amorevolezza nelle loro opere creative.


Nel cortile di questo tempio si era radunato il gruppo di scolari di cui parlavo, mentre il macello di biciclette viene da una traversa dell’enorme Kokusai-dori

Infine, per lenire la stanchezza di una giornata passata a camminare in su e in giù e a perdere i punti di riferimento, cosa meglio di un bel bagno caldo in un onsen (le “terme” pubbliche)? Questo era in programma, e questo faccio. Il Jakotsuyu è incastrato tra le pieghe di in vicoletto a gomito che taglia un isolato assolutamente anonimo e devo utilizzare tutti i (pochi) punti orientamento rimastimi per la giornata per localizzarlo. Nell’anticamera, coperta da un noren con il nome del luogo scritto da destra verso sinistra, c’è una pulsantiera automatica da cui è possibile, inserendo l’ammontare richiesto, selezionare tutti i servizi che, scritti sui biglietti emessi dalla macchina, vanno presentati alla reception (dopo aver sfilato le scarpe inserendole in un apposito armadietto). L’esperienza del bagno pubblico giapponese è probabilmente una delle più insolite che un occidentale possa provare in Giappone: benché ormai le vasche e gli spogliatoi siano suddivisi per sesso, ci si deve comunque spogliare in tenuta adamitica nel mezzo di altre signore e l’imbarazzo, almeno all’inizio, è inevitabile. Nella zona delle acque termali è consentito portare unicamente i saponi per lavarsi e un asciugamano da annodare attorno ai fianchi oppure da avvolgere sui capelli per evitare che si bagnino (nulla vieta di farsi uno shampoo mentre ci si lava prima d’entrare in acqua, ovviamente). Una volta ben puliti si può entrare nella vasca, sempre che si sia nati con la resistenza al calore superiore che pare possano vantare tutti i giapponesi dalla nascita. Le silfidi intorno a me si immergono fino al collo, senza colpo ferire, in quest’acqua che sale e ribolle dalle profondità dell’inferno raggiungendo i quaranta gradi e oltre. Il/la povero/a straniero/a immerge prima una gamba cercando di resistere all’orrendo formicolio che l’assale, la tiene immobile circa dieci minuti per abituarsi, poi mette l’altra, resta un altro quarto d’ora in piedi, poi si siede sul bordo della vasca, altri dieci-quindici minuti e poi pianissimo si immerge fino al busto. Fortunatamente l’acqua calda dei rubinetti nella fase del lavaggio è la stessa e permette di rendere meno traumatica la prima immersione. Riuscendo a prendersela comoda e a poltrire un po’, facendo attenzione a non prolungare ogni immersione oltre i dieci minuti, si esce da questa stanza con almeno dieci anni di vita in più.


L’entrata del Jakotsuyu e la macchina dispensatrice di bigliettini (notare anche qui le onnipresenti bici)

“Fun” Fact #2: Non soffiarti il naso, tira su più che puoi
Se notoriamente soffiarsi il naso è maleducazione specie mentre si sta mangiando, per il resto il giapponese medio ha un rapporto molto liberal con cavità orali e nasali che a un primo impatto risulta sconcertante. Tutti starnutano rumorosamente, tirano su con il naso altrettanto rumorosamente e non mancano neanche di sputare, così, tanto per gradire, oltre ovviamente a sorbire le zuppe calde con una certa gaudente clamorosità. Dopo i primi attimi di disorientamento e anche disgusto, vi consiglio di approfittare dell’occasione per divertirvi a fare una cosa che da noi sarebbe davvero considerata intollerabile, ovvero slurpare brodo e ramen con tutto il vigore di cui siete capaci.


Nakamise-dori in “smontaggio” e l’insegna del kaitensushi. Slurp! Mi pare si trovi in Sushiya-dori, come da nome…

Il pomeriggio giapponese alle 18:30 è già finito: le bancarelle attorno al Sensoji ripongono armi e bagagli per il giorno dopo, ma a me frega poco, visto che mi infilo di impulso in un kaiten sushi per pescare dal nastro trasportatore qualunque cosa che, ovviamente a un prezzo non superiore ai 130 yen, stuzzichi la mia fantasia. Scopro così che, oltre al salmone, il nigiri sushi di tamagoyaki (la frittata dolce) è uno dei miei preferiti. All’entrata di ogni cliente, i cuochi che si trovano nel mezzo del macchinario per preparare i sushi “espressi” salutano con un benvenuto decisamente personalizzato e molto impostato che serve a rinforzare l’atmosfera del luogo. Mangiare in un kaiten sushi rischia di diventare una droga e di costare molto più del dovuto, visto quanto è semplice afferrare i piattini che risultano di proprio gradimento, ma è un’esperienza da fare assolutamente specie se non si hanno 10.000 e più yen per mangiare in una “vera” sushiya, dove tra l’altro non di rado occorre osservare formalità ben precise che è meglio conoscere prima di avventurarsi. Ma la cena è comunque lungi dall’essere conclusa, visto che subito dopo decido di provare l’anmitsu in una pasticceria autoproclamatasi “stile Edo” che si trova su Kaminarimon-dori. Si tratta di palline di gelato e marmellata di azuki circondate da frutta tagliata e disposta in modo da appagare anche l’occhio oltre che il palato e da cospargere di una buona salsina dolce e di un’alga triturata che col sapore salato serve a dare un contrasto al sapore zuccherino del resto. Sul fondo, però, l’orrenda scoperta: la stessa gelatina insapore dei tokoroten è qui posta sotto al resto per qualche non meglio specificato motivo, quindi cerco di ingollarla tutta prima di finire il dolce col rischio che nel frattempo il gelato si sciolga. Così, almeno, il gusto non ne uscirà rovinato. Si conclude con una buona tazza di maccha fumante che allo stesso tempo esalta e ripulisce il retrogusto dell’anmitsu con il suo sapore rigorosamente amarognolo. Una piccola opera d’arte del mangiare, ovviamente a un prezzo commisurato.


Sinceramente non so perché ho preso un anmitsu senza gelato al maccha (tè verde) ma alla vaniglia…

Asakusa è una delle zone più bizzarramente giapponesi di Tokyo, lontana sia dalla fastidiosa rigidità da cartolina dei castelli sia dai palazzoni pieni di uffici di zone come Roppongi o Shinjuku. La shitamachi è la vera immagine della natura della popolazione di questo piccolo arcipelago: gente che ama la buona tavola, mercanti ma anche artigiani che fanno dell’esercizio della forma fino al raggiungimento della perfezione il fine ultimo di una vita dedicata all’arte. La bellezza di Asakusa è proprio nella sua stranezza e nella sua modestia. Altre zone della multiforme Tokyo hanno un loro fascino particolare e molto personale, anche le zone commerciali dalle skyline tortuose come Shibuya e Akihabara, ma Asakusa, per me, è l’area di Tokyo che più di altre ancora emana il fascino particolare dell’antica capitale brulicante di vita popolare. E proprio la spremitura a fini turistici di questo mantenimento dell’antico “stile Edo” è proprio ciò che la avvicina a quello stesso spirito.

Guarda e impara #1
Una cosa che vorrei inculcare a suon di mazzate nella zucca degli operatori Met.Ro. e dei conducenti di autobus romani è, oltre alla puntualità, la cortesia degli addetti della metropolitana. Alla partenza dal capolinea, per prima cosa l’onnipresente vocina preregistrata cinguetta un bel “ci scusiamo per l’attesa”, anche se i ritardi sostanzialmente non esistono e possono risultare di un minuto al massimo sull’ora della tabella. Ogni singola informazione è ripetuta almeno due volte e con le enumerazioni dei possibili cambi di linea ad ogni stazione risulta veramente difficile sbagliarsi, mentre le indicazioni scritte sulle banchine e nel resto delle stazioni sono talmente precise da essere ripetute ogni dieci metri, ogni volta che potrebbe insorgere un equivoco e anche quando sarebbe impossibile. Chi ha detto che usare la metropolitana a Tokyo è complicato?

La giornata si conclude con un’altra bella figura, ad ogni modo, visto che scendo sulla banchina sbagliata e un addetto di stazione è costretto a rincorrermi per dire che il treno partirà dall’altra. In seguito ho utilizzato senza problemi quello stesso lato della stazione, quindi dev’essere stata la sfiga che ha voluto riservarmi per la prima partenza da un capolinea questo divertente incontro ravvicinato.

PS: Che testa! Non ho nemmeno inserito il link per le altre foto (che sono parecchie di più di quelle qui visibili). Eccolo:

http://s110.photobucket.com/albums/n112/Shari_RVek/Giappone%20marzo%202009/20%20marzo%20Asakusa/

Da Tokyo al purgatorio

Tornata sabato e la gente in Italia mi ha già fatto girare i galbanini più di una volta. Peraltro non uno ma ben due giorni consecutivi di disfunzioni tra metro e autobus nei primi due giorni in ufficio, davvero un ottimo primato. Comunque, sono tornata a casa dopo un viaggio discretamente turbolento (al contrario dell’andata) e appena varcata la soglia di camera mia m’è sembrato di trovarmi in un luogo alieno, che non mi apparteneva. Cosa posso farci, d’altronde, se mi trovo decisamente più a casa tra gli ingranaggi perfettamente oliati di Tokyo e se ho sviluppato una dipendenza da kaitensushi, crêpe di Harajuku, onigiri e convenience store (e Akihabara)?
    A presto (spero) per i resoconti… nel frattempo sto cominciando a caricare le foto su Photobucket, nella galleria che potete trovare a questo indirizzo:

http://s110.photobucket.com/albums/n112/Shari_RVek/Giappone%20marzo%202009/

Non mi va di riordinare

Stanchezza allucinante uguale il casino che si vede in foto. Pensare di avere solo altri due giorni in terra nipponica da un lato mi intristisce, dall’altro mi fa bramare un po’ di riposo per le mie gambe. In questo momento un bel bagno in stile giapponese sarebbe proprio il massimo. E il bello è che finché non metterò a posto non potrò nemmeno dormire… questi sono gli inconvenienti di avere circa una settimana per girare Tokyo e soprattutto con la passione per manga e videogiochi. Forse sono anche i postumi della sindrome di Stendhal provocata dal Museo d’Arte Ghibli… nonché dall’immancabile Akiba. Domani si fa hanami al parco di Ueno, speriamo che i sakura abbiano qualche proprietà rilassante.


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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