Archivio per aprile 2009

Da Acri a Damasco

Ci dev’essere qualche motivo particolare per cui Assassin’s Creed mi appassiona e mi affascina più dell’ultimo Prince of Persia.
Magari sono io quella strana e priva di fantasia, oppure le ragioni sono in realtà più in vista di quanto non creda. Se mettessimo a confronto sulla carta i setting di Assassin’s Creed e di POP e scrivessimo semplicemente che il primo è ambientato nella Terra Santa ai tempi delle Crociate e il secondo in una versione fantastica della Persia che ha subito influenze artistiche da Shadow of the Colossus, ICO, Okami e i film di Miyazaki, sarei la prima a scegliere quest’ultimo anche contando che ha un’art direction portentosa e che ho sempre amato il franchise. Infatti lo amo ancora, ma poi a sancire la mia preferenza in questa generazione interviene l’esecuzione di queste due premesse tra cui dovrebbe essere così facile scegliere la più ispirata e ispirante. Prince of Persia è una sublime esperienza estetica, così sui generis però da essere praticamente una collezione molto fine a se stessa di vedute da cartolina fantasy, un mondo così organico da somigliarsi a oltranza. Anche Assassin’s Creed è una sublime esperienza estetica, ma per motivi diversi e più radicati nel mondo reale e nella sua riproduzione romanzata.

Oltre al periodo storico in sé, m’è sempre piaciuto fantasticare sulla Storia. Non quando ero in classe a studiare una delle materie da me più odiate dell’intero programma, ma quando (video)giocavo. Che bello immaginare di essere personaggi immaginari calati in un ambiente familiare, che interagivano con quel contesto culturale, con quelle figure e con quegli avvenimenti. Che bello anche vedere mondi fantastici ispirati a precisi popoli in precise epoche storiche, come in Skies of Arcadia o più recentemente in Valkyria Chronicles (trova le somiglianze tra i due). E una volta cresciuta, questo interesse è maturato in una ricerca di documentazioni sempre più accurate in cui l’elemento fantastico si insinua sempre più sottilmente. È anche per questo, forse, che amo Eternal Darkness e che Assassin’s Creed mi interessava tanto da farmi decidere di acquistare un 360; ma ho dovuto giocarci, ovviamente, per rendermi conto di quanto fosse fondata questa percezione iniziale. La sua ricostruzione delle antiche città mediorientali e delle forze che ivi si muovono, anche al di là delle teorie di cospirazione al sapore di Templari con derive da odiosissimo Codice Da Vinci, è straordinaria e visitarle con un protagonista così innegabilmente figo (ancorché impenitente testadicavolo) fa il resto.

Non c’entra nulla la supposta libertà d’azione, forse un po’ le meccaniche leggermente diverse dal solito “salto, rincorsa, salto in lungo” di POP ma comunque ripetitive dato che ogni missione di borseggio è uguale all’altra e lo stesso può dirsi di quelle di interrogatorio e spionaggio, in cui cambiano giusto le cose che i PnG si dicono. È più questione di vedere come tutto fluisca naturalmente attorno a me mentre cammino per le strade cercando di mimetizzarmi tra la folla; di come nel frattempo i commercianti cerchino di vendere la loro merce con frasette accattivanti rivolte ai curiosi che si sono radunati di fronte alle loro bancarelle, di come i predicatori arringhino le folle e la gente faccia piccolissimi gesti quotidiani come grattarsi o starnutire mentre cammina. Di come i Crociati o le guardie di Salah ad-Din perseguitino i più deboli e di come queste scene, intese per catturare l’occhio del giocatore affinché soccorra i cittadini, si fondano naturalmente con tutto il resto nonostante vengano ripetute sempre le stesse due o tre frasi. È per l’affascinante caratterizzazione cromatica delle città, per i toni dorati di Damasco, per i blu grigiastri di Acri affacciata sul mare e piena di costruzioni cristiane, per il verdino della cosmopolita Gerusalemme e per la sua gente riccamente abbigliata (e per il distretto povero che somiglia in maniera inquietante alla Gerusalemme di Brian di Nazareth), per le moschee e le sinagoghe e le chiese che ne costellano le strade, per la Babele di lingue parlate dai soldati, dall’arabo al francese al tedesco. È per l’attimo in cui appollaiati come aquile sui torrioni più alti della città si osservano i minareti e le case sottostanti in una panoramica vertiginosa che quasi illude l’occhio di star vedendo la skyline di una metropoli moderna. È per le movenze feline di Altaïr, che ha l’agilità fluida e sovrannaturale di un’ombra senza perdere la fisicità di una persona vera. È per la filosofia che il gioco cerca allo stesso tempo di trasmettere e di confutare, o meglio di proporre lasciando a ogni giocatore la scelta: nulla è reale, tutto è lecito (il mitico motto degli Hashshashin). Una frase che si presta a mille interpretazioni e il cui significato di soggettività di tutto ciò che l’occhio umano percepisce si fonde assai bene con il contesto sovrastante, ovvero l’ambientazione contemporanea-distopica (che invero non gradisco molto) e l’idea di star semplicemente vivendo una simulazione di un lontanissimo passato che implica una riflessione sul rapporto tra giocatore, alter ego e mondo di gioco. Poco importa che questa riflessione, come alcuni lamentano, sia pretestuosa, portata avanti in modo maldestro o scontata: io la trovo efficace.

Ma una delle cose di cui sono più grata ad AC è che il rispetto per l’ambientazione storica che stava tentando di rappresentare quanto più immersivamente possibile ha impedito a Ubisoft Montreal di far parlare i suoi personaggi come fossero tutti vispi ventenni americani e non c’è nessun Principe a dire alla sua Principessa che è una ‘falsa magra’ o a fare battutine a doppio senso decerebrate. Non c’è insomma nessun agente disturbante a sopprimere l’atmosfera fin qui così sapientemente evocata e di questo mi sa che devo essere grata alla setta degli Assassini e ai fottuti Crociati del mio cappio, potessero crepare tutti inceneriti da un fulmine divino.

E soprattutto: “È l’Arca dell’Alleanza!” “Quella è solo una leggenda”. Applausi per aver inserito questa citazione senza farla stonare.

20 marzo 2009: Asakusa

Mentre ero a letto (voi, almeno quelli che ci sono passati, ora direte che vittima del jet lag giacevo insonne, e invece no: grazie forse alla melatonina o salcappio cos’altro, non ho minimamente accusato il colpo) ho sentito battere la pioggia contro la finestra ed è così che Tokyo mi ha salutato nel primo giorno iniziato nei suoi paraggi: con un tempo indecentemente uggioso, oltre che dekaku samui (straordinariamente freddo) che mi ha pure infradiciato in un paio di occasioni. Comunque, una volta scesi nella metro non ha più importanza e in poco tempo e un breve cambio di linea mi ritrovo ad Asakusa di buon mattino. Ma prima un feedback sul futon: è meraviglia, gente. Comodo come la più comoda delle cose comode, tosto come la tartaruga di un culturista. Proseguiamo con il resoconto: il primo impatto con l’antico quartiere non è esattamente come me lo sarei aspettato. Inizialmente mi sembra simile a Minami-Senju per modestia, ma poi mi rendo conto di quanto sia meno opaco, più “strambo” nel senso buono della parola. O almeno, strambo lo è per noi, dal momento che si tratta di uno dei quartieri più popolari e autentici delle realtà urbane del Giappone, io credo. I negozi, alcuni davvero molto dimessi, si ammassano gli uni sugli altri anche in viuzze traverse coperte come grossi mercati. Quando si realizza la particolarità del luogo se ne coglie anche la bellezza della spontaneità. Entro quindi nella Nakamise-dori, la via di bancarelle che arriva fino al Sensoji e che è aperta e chiusa da due giganteschi portali che sono probabilmente nel complesso la migliore espressione della stranezza di Asakusa, alla ricerca della panya Geeva, di cui ho letto nel sito della guida ad Asakusa. Becco la traversa giusta dopo aver sbagliato una volta e arrivo davanti al negozio, che ovviamente ha un’aria da vera panetteria, pur servendo anche caffè per una colazione deliziosa. Chiedo un caffellatte (ma volevo un cappuccino) e prendo per colazionare un panino allungato ricoperto di quello che sembra kinako (farina di soia) zuccherato. Davvero ottimo, croccante fuori e morbido dentro in un modo che non ho mai sentito in una baguette occidentale. Ci tornerò, comunque, per provare tutte le varie bontà che ho adocchiato, ma con moderazione perché l’offerta mangereccia locale è davvero troppo varia e allettante per concedere una qualche forma di fedeltà a un locale in particolare. Sono restata un po’ seduta allo stube della panya (altra cosa favolosamente comoda di questo locale) a scrivere il diario e ad osservare le persone attorno, una coppia di occidentali e forse un impiegato che leggeva il giornale, prima di girovagare un po’ per la Denpoin-dori, una via su cui si affacciano negozi e ristoranti dall’aspetto molto classico, con le porte scorrevoli in legno, i noren e il resto. Quelli più occidentalizzati hanno comunque saracinesche decorate con un qualche tipo d’illustrazione dedicata ai topoi dell’immaginario collettivo relativo al Giappone: maschere del No, cerimonie religiose, scene di vita nei bassifondi, geisha e samurai. In seguito, oltre che un obbligo vista la necessità di evitare l’ora di punta (situata tra le 8 e le 9 del mattino durante la settimana lavorativa), il mio passatempo preferito diventerà osservare le vie di Tokyo mentre i negozi sono ancora chiusi e le persone che ben presto vi si riverseranno ancora in procinto di raggiungerle oppure al lavoro. In questo caso, il cielo ha comunque cominciato ben presto a rovesciare acqua a catinelle sulla testa degli astanti, davvero quello che ci voleva per una giornata di passeggiate per templi buddisti e santuari shinto. Tutti i visitatori del Sensoji, il tempio più famoso e rappresentativo della zona e dell’intera Tokyo, non si lamentano, così come non ho mai sentito lamentarsi in particolare nessuno del tempo infame che ha molto opportunamente funestato l’intera settimana: si limitano a esclamare un “samui” (che freddo!) e ad aprire i loro ombrelli. Arraffo d’impulso una kendama rossa da una bancarella di giocattoli, così il primo acquisto della lista è assicurato in men che non si dica.


Ecco Nakamise-dori ancora non nel pieno della sua fervente attività. Sono le 9:30 del mattino e giusto qualche bancarella di dolciumi-omiyage ha cominciato ad aprire

Antistante al Sensoji, prima di attraversare un altro portale che conclude Nakamise-dori, un corridoio di bancarelle che offrono cibarie assortite ai turist… pellegrini affamati tentati da yakisoba e takoyaki, da dango, spiedini, crêpe e banane ricoperte di cioccolato. Il complesso del Sensoji è poi costellato di dispensatori di omikuji, bigliettini di predizione della fortuna, ma non sentendomi sicura d’essere in grado di decifrare l’intera profezia ho preferito non tentare la sorte, dato che tutte le predizioni negative vanno annodate agli appositi stendini per scacciare la sfortuna. In compenso ho provato i lavacri d’incenso con i fumi di un braciere posto nel centro del cortile, con cui si cerca d’impregnare le parti del corpo da guarire e che viene costantemente alimentato dai “ceri” accesi dai devoti, oltre a essere un ambito punto fotografico. Perché chi pensasse che la mania della foto ricordo esploda nei giapponesi solo al visitare le amate mete straniere della nostra Italiuccia, inutile dirlo, sbaglierebbe: oltre al fatto di andare naturalmente fieri del proprio retaggio culturale, tutti i viaggiatori giapponesi non possono considerare un viaggio completo senza averlo documentato tramite gli scatti dei relativi luoghi simbolo, manco a dirlo scrupolosamente mappati. E la certificazione della propria bravura non proviene necessariamente dal guizzo dell’iniziativa individuale quanto dall’attenersi il più fedelmente possibile a un modello tracciato in epoca indefinita. Ciò detto, l’interno del Sensoji sarebbe di rara bellezza se non fosse annegato (oltre che nelle impalcature per la restaurazione) nelle strutture turistiche, nei banchi di vendita degli amuleti (omamori) e in quelli per la prenotazione delle visite guidate. Un po’ come per le chiese italiane più rinomate, l’atmosfera di sacralità scompare per far posto a un tono più squisitamente turistico, solo che qui al posto di un austero silenzio c’è l’allegra quotidianità delle famiglie e dei gruppi di amici che ridono al leggere omikuji particolarmente piacevoli o si fotografano a vicenda facendo il segno della V con la mano. Anziché essere visitati da orde di inglesi e tedeschi, infatti, i monumenti giapponesi sono soprattuto meta di altri giapponesi provenienti da altre parti del Paese.


Chissà perché nessun italiano si fa fotografare facendo la V davanti a un’acquasantiera. A destra un distributore di omikuji. All’interno del Sensoji ce ne sono altri self-service
La pagoda a cinque ordini sulla sinistra del Sensoji
Nei ruscelletti del complesso si possono ammirare le famosissime carpe koi, bestioni di dimensioni immonde. E meno male che una selva di cartelli inviti i visitatori a non dar loro da mangiare, altrimenti dopo un po’ sarebbero loro a mangiare noi

Dai ristoranti nei vicoli sul retro del complesso del Sensoji, già alle dieci del mattino, provengono nel frattempo input olfattivi della natura più allettante e volute di fumo che si alzano dai contenitori per la cottura al vapore. È il lato più in sfacelo della ristorazione locale, quello fatto di locali con schifidi infissi che cadono a pezzi per la ruggine che non ti aspetteresti di trovare in una città “all’avanguardia” come Tokyo. Ma questa è la shitamachi, l’area popolare, e come verificherò più e più volte nel corso dei giorni successivi Tokyo è un enorme contenitore di tante piccole realtà più che una città nella sua interezza. Ancora più che a Roma è possibile trovare zone adiacenti praticamente agli antipodi fra loro, che presentano uno stesso aspetto sotto due luci opposte. Un po’ ovunque, ad ogni modo, abbondano le stradine coperte su cui si affacciano numerosi negozi spesso molto piccoli, solitamente suddivisi per categoria: per questo oltre Hanayashiki-dori si trova una via quasi esclusivamente occupata da venditori di splendide stoffe per kimono, e per questo Nakamise-dori è deputata esclusivamente alla vendita di articoli turistici o meglio di omiyage, doni soprattutto mangerecci incartati in splendide confezioni decorate e pronti per essere distribuiti a parenti e conoscenti al ritorno, mentre Shin-nakamise-dori preferisce puntare su ristoranti e conbini. Passeggiando nel tentativo fallito di localizzare un onsen, uno stabilimento termale, che avrebbe dovuto per l’appunto trovarsi da quelle parti, decido infine di tornare al complesso dei templi e di dirigermi stavolta all’Asakusa Jinja, un santuario shinto che tuttavia offre alcuni apparati (come gli omikuji) assolutamente identici a quelli del tempio buddista Sensoji a dimostrare lo sciolto sincretismo che accomuna tutte le pratiche religiose in Giappone. All’interno sta celebrandosi un matrimonio con rito cosiddetto “tradizionale” e in realtà stabilito nell’epoca Meiji, alla fine del diciannovesimo secolo, per rileggere il matrimonio cristiano in chiave nipponica. Ho cercato di scattare alcune foto da lontano per non disturbare, pur ritenendo che tra i fotografi vi fossero anche persone prive di qualsiasi correlazione con gli sposi, ma la coppia è salita su un jinrikisha (da noi risciò) prima che riuscissi a immortalarla nell’atto e nel frattempo gli invitati si sono infilati due a due nella processione di taxi raccoltasi nel cortile.


Vista la pioggia incombente, il guidatore del risciò era adeguatamente coperto
“Non c’è nessuna Dana, soltanto Zuul!”

La fame si è fatta sentire di lì a poco: quale occasione migliore per provare una delle bancarelle di dolci su Nakamise-dori? La scelta è ricaduta su dei dango al tè verde ripieni di marmellata di azuki da mangiare on the spot, ovvero davanti alle cuoche che continuavano a prepararli, in modo da gettare lo stecchino in uno degli appositi contenitori. Le spese della giornata per la maggior parte si sono per la maggior parte concretizzate in uno di quei paradisi del turista squattrinato che è lo 100yen (hyakuen) shop, ovvero un supermercato in cui ogni singolo articolo, dal più piccolo al più grande, viene venduto al prezzo fisso di 105 yen tasse incluse. I cassieri, infatti, non fanno altro che moltiplicare il summenzionato importo per il numero di oggetti acquistati per calcolare il totale. Qui c’è di tutto, dai ramen istantanei alle bacchette laccate e decorate, le stesse che in altri negozi si troverebbero a 500 yen, dagli asciugamani agli utensili da cucina agli ingredienti.


Sì, non sono laccate bensì di plastica, ma costano 80 centesimi di euro e sono anche belle, scusate se è poco…
Cibo ovunque. Giusto nel cortile antistante il Sensoji non c’erano bancarelle alimentari
. A destra una delle tantissime foto di riproduzioni in cera da me scattate

Il momento del pranzo è topico: da mesi avevo deciso che nel mio primo giorno in giro per Tokyo mi sarei avvicinata all’ambitissima okonomiyaki per la prima volta, trattandosi di un cibo rimasto nei miei desideri dai tempi ormai andati di Ranma 1/2. Decido di recarmi in un locale molto rinomato, Sometaro, segnalato su tutte le guide e festonato con un discreto codazzo di clienti in attesa di un posto libero all’interno. Una cameriera si avvicina a turno ai gruppi chiedendo il numero di coperti: non capisco esattamente cosa dica, ma intuisco che deve trattarsi di questo e ci azzecco mostrando il dito indice sollevato a significare che sono da sola. Una volta arrivato il proprio turno bisogna togliersi le scarpe, infilarle in una busta presa da uno scatolone affianco all’entrata e portarle con sé: è l’unico ristorante, di quelli in cui sono entrata, a richiedere una seduta di tipo tradizionale, sui cuscini davanti ai tavolini bassi. Mi viene porto un menu in giapponese e ho quasi deciso per il tipo di okonomiyaki da ordinare quando un’altra cameriera mi allunga il menu in inglese: sì, generalmente a Tokyo funziona così. Riconosciuta la non-giapponesità del cliente, i commessi si prodigano con impegno in un ingessato e goffo inglese premurandosi di fornirgli istruzioni che ritengono troverà più comprensibili. Vi sfido a trovare un ristoratore che faccia lo stesso in Italia. L’altra faccia della medaglia sta nell’apparente volontà di raggruppare tutti gli occidentali in una categoria a parte (quella dei gaijin, per l’appunto) cui saranno precluse le peculiarità della cultura autoctona. Ci si sente molto più estranei così che non a sentirsi mitragliare con un fuoco di fila di formule di cortesia in giapponese onorifico (“Koko de meshiagarimasu ka?”, detto in panetterie e caffetterie, vuol dire “mangia qui [o porta via]?”), soprattutto se si sta tentando di mettere in pratica quelle scarsissime nozioni di lingua parlata apprese in circa quattro anni di studio. Ad ogni modo, ordino una shuumai-yaki, ovvero un intruglio di carne macinata, aglio, cipolla e mochi (barrette di pasta di riso) in pastella okonomiyaki. Peccato che, sempre per gentilezza eccessiva, la cameriera mi abbia negato la possibilità di provare a mescolare e versare il tutto sulla piastra, lasciandomi semplicemente ad attendere che i due lati si cuocessero per poi spennellarli di salsa e cospargerli di alghe in polvere.


Il bellissimo interno del locale e la mia prima okonomiyaki

Così, mentre aspettavo ho visto numerosi gruppi di avventori fotografare la preparazione delle loro prelibate focacce e i risultati finali, che ovviamente mi ha fatto sentire legittimata a fare lo stesso dal momento che documentare ogni singolo esperimento mangereccio si configurava come una delle principali missioni di questo viaggio; la scena s’è ripetuta anche nei giorni successivi nei casi dei locali con i cibi più pittoreschi, portandomi a confermare per eccesso il feticismo gastronomico della popolazione tokyota. Per quanto riguarda la mia prima okonomiyaki, il responso è decisamente positivo: è una focaccina soffice la cui consistenza è forse in parte dovuta alla morbidezza del mochi fondente. Il sapore, in questo caso delicato, dipende in realtà dagli ingredienti presenti nella pastella. Ma non pensiate che della cucina giapponese mi piaccia tutto: al di là del sushi, della soba e di gran parte dei dolciumi esistono cose il cui sapore risulta totalmente alieno al margine di accettabilità settato dalle mie papille gustative. Proprio nel desiderio di concludere il pasto con qualcosa di rinfrescante dopo un’incetta di focacce e verdure piastrate a temperature vulcaniche (nonché fettone di cipolle lacrimogene) mi avventuro in uno dei più infidi recessi della gastronomia tradizionale: l’infame tokoroten, ovvero spaghettini freddi di una gelatina viscida e insapore innaffiata di aceto che diventa immediatamente il mio nemico naturale numero uno. Proprio un gran bel modo di guastarsi il sapore di quanto mangiato appena un attimo prima.


Vendita di tanuki propiziatori degli affari (e con tanto di pupparuolo bene in vista) e un negozio di prelibatezze in plastica che non aiuta gli appetiti voraci

Per consolarmi mi butto sull’esplorazione della Kappabashi-dori, la via dei negozi per ristoratori. Ci si trova di tutto, dalle ciotole laccate alle formine per dolci, dagli utensili tradizionali (i contenitori di legno per la marinatura, ad esempio) ai macchinari più avveniristici, dal vasellame alle riproduzioni di plastica dei cibi, spesso in attività strettamente suddivise per categoria di accessorio. Per il comune passante è più che altro una passeggiata in un museo di stranezze, visti i prezzi non esattamente alla portata di tutte le tasche. La fermata più caratteristica è nei negozi di riproduzioni in plastica, che vendono anche oggettistica più economica (ma sempre costosa) da utilizzare come magneti per il frigorifero, strap per cellulare o portachiavi. Questi negozi sono gremiti di semplici curiosi, in particolare donne e ragazze con figli e fratellini al seguito, che restano incantati davanti a questi piccoli e grandi capolavori d’artigianato come fosse la prima volta che ne vedono e senza risparmiarsi i “kawaii!” (“che carino!”) soprattutto per i facsimile dei dolci tanto occidentali quanto orientali. Quando nell’aria c’è qualcosa che “piace”, i giapponesi di Tokyo perdono parte della loro rigida indifferenza per stupirsi anche di cose che noi giudicheremmo del tutto insignificanti o noiose. Quanto di ciò sia affettazione e quanto sincera delizia non è dato saperlo, comunque, ma le reazioni sembrano decisamente autentiche pur se comunque sempre controllate e discrete, almeno per gli standard di un italiano pizza e mandolino. In un negozio di articoli per la cucina più generici, oltre alla macchina per le tagliatelle Imperia (qui chiamata “Ravioli Maker”) identica a quella in casa mia e alla “butter cutter”, ovvero la mistica tagliaburro, trovo finalmente la padellina rettangolare per la creazione dei tamagoyaki, ovvero le adorate frittatine dolci. Pensando fossero formine, inoltre, acquisto anche dei porta-onigiri con le facce dei Barbapapà. O_o
     Più tardi, mi accorgerò che sulla via di Sometaro si trova anche un altro tempio buddista con un ampio spiazzo tutt’intorno, e nel cortile d’ingresso scorgo un gruppo di ragazzi appena usciti da scuola. Quando si vedono simili immagini ci si stupisce dell’aderenza al vero con cui un qualsiasi manga riesce a rappresentare queste scene di quotidianità. Forse perché i locali sono deliziati dai dettagli più minuti anche della semplice routine, dettagli che quindi riproducono con particolare amorevolezza nelle loro opere creative.


Nel cortile di questo tempio si era radunato il gruppo di scolari di cui parlavo, mentre il macello di biciclette viene da una traversa dell’enorme Kokusai-dori

Infine, per lenire la stanchezza di una giornata passata a camminare in su e in giù e a perdere i punti di riferimento, cosa meglio di un bel bagno caldo in un onsen (le “terme” pubbliche)? Questo era in programma, e questo faccio. Il Jakotsuyu è incastrato tra le pieghe di in vicoletto a gomito che taglia un isolato assolutamente anonimo e devo utilizzare tutti i (pochi) punti orientamento rimastimi per la giornata per localizzarlo. Nell’anticamera, coperta da un noren con il nome del luogo scritto da destra verso sinistra, c’è una pulsantiera automatica da cui è possibile, inserendo l’ammontare richiesto, selezionare tutti i servizi che, scritti sui biglietti emessi dalla macchina, vanno presentati alla reception (dopo aver sfilato le scarpe inserendole in un apposito armadietto). L’esperienza del bagno pubblico giapponese è probabilmente una delle più insolite che un occidentale possa provare in Giappone: benché ormai le vasche e gli spogliatoi siano suddivisi per sesso, ci si deve comunque spogliare in tenuta adamitica nel mezzo di altre signore e l’imbarazzo, almeno all’inizio, è inevitabile. Nella zona delle acque termali è consentito portare unicamente i saponi per lavarsi e un asciugamano da annodare attorno ai fianchi oppure da avvolgere sui capelli per evitare che si bagnino (nulla vieta di farsi uno shampoo mentre ci si lava prima d’entrare in acqua, ovviamente). Una volta ben puliti si può entrare nella vasca, sempre che si sia nati con la resistenza al calore superiore che pare possano vantare tutti i giapponesi dalla nascita. Le silfidi intorno a me si immergono fino al collo, senza colpo ferire, in quest’acqua che sale e ribolle dalle profondità dell’inferno raggiungendo i quaranta gradi e oltre. Il/la povero/a straniero/a immerge prima una gamba cercando di resistere all’orrendo formicolio che l’assale, la tiene immobile circa dieci minuti per abituarsi, poi mette l’altra, resta un altro quarto d’ora in piedi, poi si siede sul bordo della vasca, altri dieci-quindici minuti e poi pianissimo si immerge fino al busto. Fortunatamente l’acqua calda dei rubinetti nella fase del lavaggio è la stessa e permette di rendere meno traumatica la prima immersione. Riuscendo a prendersela comoda e a poltrire un po’, facendo attenzione a non prolungare ogni immersione oltre i dieci minuti, si esce da questa stanza con almeno dieci anni di vita in più.


L’entrata del Jakotsuyu e la macchina dispensatrice di bigliettini (notare anche qui le onnipresenti bici)

“Fun” Fact #2: Non soffiarti il naso, tira su più che puoi
Se notoriamente soffiarsi il naso è maleducazione specie mentre si sta mangiando, per il resto il giapponese medio ha un rapporto molto liberal con cavità orali e nasali che a un primo impatto risulta sconcertante. Tutti starnutano rumorosamente, tirano su con il naso altrettanto rumorosamente e non mancano neanche di sputare, così, tanto per gradire, oltre ovviamente a sorbire le zuppe calde con una certa gaudente clamorosità. Dopo i primi attimi di disorientamento e anche disgusto, vi consiglio di approfittare dell’occasione per divertirvi a fare una cosa che da noi sarebbe davvero considerata intollerabile, ovvero slurpare brodo e ramen con tutto il vigore di cui siete capaci.


Nakamise-dori in “smontaggio” e l’insegna del kaitensushi. Slurp! Mi pare si trovi in Sushiya-dori, come da nome…

Il pomeriggio giapponese alle 18:30 è già finito: le bancarelle attorno al Sensoji ripongono armi e bagagli per il giorno dopo, ma a me frega poco, visto che mi infilo di impulso in un kaiten sushi per pescare dal nastro trasportatore qualunque cosa che, ovviamente a un prezzo non superiore ai 130 yen, stuzzichi la mia fantasia. Scopro così che, oltre al salmone, il nigiri sushi di tamagoyaki (la frittata dolce) è uno dei miei preferiti. All’entrata di ogni cliente, i cuochi che si trovano nel mezzo del macchinario per preparare i sushi “espressi” salutano con un benvenuto decisamente personalizzato e molto impostato che serve a rinforzare l’atmosfera del luogo. Mangiare in un kaiten sushi rischia di diventare una droga e di costare molto più del dovuto, visto quanto è semplice afferrare i piattini che risultano di proprio gradimento, ma è un’esperienza da fare assolutamente specie se non si hanno 10.000 e più yen per mangiare in una “vera” sushiya, dove tra l’altro non di rado occorre osservare formalità ben precise che è meglio conoscere prima di avventurarsi. Ma la cena è comunque lungi dall’essere conclusa, visto che subito dopo decido di provare l’anmitsu in una pasticceria autoproclamatasi “stile Edo” che si trova su Kaminarimon-dori. Si tratta di palline di gelato e marmellata di azuki circondate da frutta tagliata e disposta in modo da appagare anche l’occhio oltre che il palato e da cospargere di una buona salsina dolce e di un’alga triturata che col sapore salato serve a dare un contrasto al sapore zuccherino del resto. Sul fondo, però, l’orrenda scoperta: la stessa gelatina insapore dei tokoroten è qui posta sotto al resto per qualche non meglio specificato motivo, quindi cerco di ingollarla tutta prima di finire il dolce col rischio che nel frattempo il gelato si sciolga. Così, almeno, il gusto non ne uscirà rovinato. Si conclude con una buona tazza di maccha fumante che allo stesso tempo esalta e ripulisce il retrogusto dell’anmitsu con il suo sapore rigorosamente amarognolo. Una piccola opera d’arte del mangiare, ovviamente a un prezzo commisurato.


Sinceramente non so perché ho preso un anmitsu senza gelato al maccha (tè verde) ma alla vaniglia…

Asakusa è una delle zone più bizzarramente giapponesi di Tokyo, lontana sia dalla fastidiosa rigidità da cartolina dei castelli sia dai palazzoni pieni di uffici di zone come Roppongi o Shinjuku. La shitamachi è la vera immagine della natura della popolazione di questo piccolo arcipelago: gente che ama la buona tavola, mercanti ma anche artigiani che fanno dell’esercizio della forma fino al raggiungimento della perfezione il fine ultimo di una vita dedicata all’arte. La bellezza di Asakusa è proprio nella sua stranezza e nella sua modestia. Altre zone della multiforme Tokyo hanno un loro fascino particolare e molto personale, anche le zone commerciali dalle skyline tortuose come Shibuya e Akihabara, ma Asakusa, per me, è l’area di Tokyo che più di altre ancora emana il fascino particolare dell’antica capitale brulicante di vita popolare. E proprio la spremitura a fini turistici di questo mantenimento dell’antico “stile Edo” è proprio ciò che la avvicina a quello stesso spirito.

Guarda e impara #1
Una cosa che vorrei inculcare a suon di mazzate nella zucca degli operatori Met.Ro. e dei conducenti di autobus romani è, oltre alla puntualità, la cortesia degli addetti della metropolitana. Alla partenza dal capolinea, per prima cosa l’onnipresente vocina preregistrata cinguetta un bel “ci scusiamo per l’attesa”, anche se i ritardi sostanzialmente non esistono e possono risultare di un minuto al massimo sull’ora della tabella. Ogni singola informazione è ripetuta almeno due volte e con le enumerazioni dei possibili cambi di linea ad ogni stazione risulta veramente difficile sbagliarsi, mentre le indicazioni scritte sulle banchine e nel resto delle stazioni sono talmente precise da essere ripetute ogni dieci metri, ogni volta che potrebbe insorgere un equivoco e anche quando sarebbe impossibile. Chi ha detto che usare la metropolitana a Tokyo è complicato?

La giornata si conclude con un’altra bella figura, ad ogni modo, visto che scendo sulla banchina sbagliata e un addetto di stazione è costretto a rincorrermi per dire che il treno partirà dall’altra. In seguito ho utilizzato senza problemi quello stesso lato della stazione, quindi dev’essere stata la sfiga che ha voluto riservarmi per la prima partenza da un capolinea questo divertente incontro ravvicinato.

PS: Che testa! Non ho nemmeno inserito il link per le altre foto (che sono parecchie di più di quelle qui visibili). Eccolo:

http://s110.photobucket.com/albums/n112/Shari_RVek/Giappone%20marzo%202009/20%20marzo%20Asakusa/

Game Pro 22

 

Toh, mentre ero in Giappone è uscito il nuovo Game Pro.

Speciali
Il boia elettrico (Infamous, nuovo gioco di Sucker Punch)
Il volto nascosto dell’Himalaya (Cursed Mountain di Deep Silver, avventura grafica pensata per Wii)
L’arte del design (Le creazioni del Royal College of Art britannico con LittleBigPlanet)
Guerre Ferali (Retrospettiva su Star Fox 64)
L’era di Steam (L’evoluzione di Steam da servizio per gli update automatici a piattaforma di distribuzione digitale)
Razzi nel cielo (Dark Void di Airtight Studios, gioco occidentale patrocinato da Capcom)
La permanenza della memoria (La conservazione della documentazione della Storia videoludica su Internet) – Incluso “Wikipedia Italia: libera l’enciclopedia”, un’indagine sulla situazione di Wikipedia Italia nei confronti del medium videoludico)

Anteprime
Dragon Age: Origins
Singularity
Mytran Wars
Little King’s Story
Wanted: Weapons of Fate
Divinity II: Ego Draconis
Star Ocean: The Last Hope
Arc Rise Fantasia
Final Fantasy Crystal Chronicles: Echoes of Time
Ninja Blade
Mini Ninjas
Dead Space: Extraction
Dead Rising 2

Recensioni
The Chronicles of Riddick: Assault on Dark Athena
Halo Wars
Race Pro
House of the Dead: Overkill
Tom Clancy’s HAWX
Persona 4
Let’s Tap
Deadly Creatures
Overclocked: Una Storia di Violenza
The maw
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Tenchu: Shadow Assassins
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The Making of…
Hellgate: London

Da Tokyo al purgatorio

Tornata sabato e la gente in Italia mi ha già fatto girare i galbanini più di una volta. Peraltro non uno ma ben due giorni consecutivi di disfunzioni tra metro e autobus nei primi due giorni in ufficio, davvero un ottimo primato. Comunque, sono tornata a casa dopo un viaggio discretamente turbolento (al contrario dell’andata) e appena varcata la soglia di camera mia m’è sembrato di trovarmi in un luogo alieno, che non mi apparteneva. Cosa posso farci, d’altronde, se mi trovo decisamente più a casa tra gli ingranaggi perfettamente oliati di Tokyo e se ho sviluppato una dipendenza da kaitensushi, crêpe di Harajuku, onigiri e convenience store (e Akihabara)?
    A presto (spero) per i resoconti… nel frattempo sto cominciando a caricare le foto su Photobucket, nella galleria che potete trovare a questo indirizzo:

http://s110.photobucket.com/albums/n112/Shari_RVek/Giappone%20marzo%202009/


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Achtung spoiler

Sono stata avvertita dal Comitato Contro lo Spoiler Selvaggio che, se non avessi inserito questo avviso, dei ninja in tutù avrebbero visitato la mia cameretta per squartarmi con una lama da polso alla Altaïr. Ricordate dunque che, se temete spoiler, dovete stare molto attenti a leggere in depth o riflessioni personali sui miei giochi preferiti, in quanto qua e là rivelo cose importanti sulla loro storia. Se non avete giocato i titoli in questione, be very careful.

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Gioco a:
Layton Kyoju Vs. Gyakuten Saiban (3DS), L.A. Noire (PS3)

Leggo:
Il seggio vacante, Le cronache del ghiaccio e del fuoco, Il manga

Guardo:
Recuperi cinefili vari (ultimo visto: Ralph Spaccatutto), L'ispettore Coliandro

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